"STORIE ITALIANE" Collana a cura di Nunzia Manicardi Nunzia Manicardi FIGURINE PANINI Storia di un impero industriale, di una famiglia italiana e di un fenomeno di costume Prima edizione: ottobre 2000 ISBN 88-8049-199-7 (c) 2000 by Guaraldi S.r.l. Gruppo Logos Strada Curtatona 5/2, 41100 Modena www.guaraldi.it www.wordtheque.com INDICE Introduzione Prima Parte 1. Una famiglia italiana 2. Olga e Antonio 3. La madre 4. L'edicola nella neve 5. Otto giovinezze in cerca di un futuro 6. Gli anni della sofferenza 7. Fondi di magazzino 8. L'inizio dell'avventura 9. Venezuela, addio 10. Fifimatic e dintorni Seconda Parte 11. Memorie di carta stampata 12. L'invenzione di un'industria e di un prodotto 13. Alla conquista del mondo 14. In viaggio nell'azienda 15. Il calcio firmato Panini 16. Una difficile eredità 17. L'epopea di Robert Maxwell 18. Dal salvataggio De Agostini alla Marvel Comics 19. Merloni, sventola il tricolore 20. Il poeta della Pallavolo Parte Terza 21. Un Museo unico al mondo 22. La figurina, questa sconosciuta 23. Giochi senza età 24. Nella Tana del Paladino 25. La stanza sotto i tetti 26. Il ranch del parmigiano-reggiano 27. Ritratto di editore 28. La morte di Giuseppe 29. Cento Panini in cento anni 30. Intervista fra le stelle Ringraziamenti Introduzione "Professore, mi è venuta una bellissima idea!". Nella piccola tipografia di Via dei Fonditori le macchine a stampa stanno andando a pieno regime. L'odore degli acidi si mescola con quello dell'inchiostro fresco. Dalla grande porta metallica aperta sulla strada di periferia entra, nonostante tutto, qualche traccia dell'imminente primavera. Che cosa c'è di più vivo di un libro che sta per nascere? Il professor Piero Guerzoni, nonostante sia abituato alle mie "bellissime idee", mi invita con sollecitudine a sedere davanti a lui, dall'altro lato della scrivania di legno primi novecento (ricoperta di penne biro perennemente scariche). "Mi dica, mi dica", sorride comprensivo ma guardingo: forse sospetta che voglia sparargli la mia ennesima puntata sulle malefatte dell'umanità e sui sistemi rapidi e infallibili per risolverle. "Vorrei fare un libro sui Panini". "Oh, perbacco, questa sì che è una bella idea!", sospira sollevato. "Un libro sui Panini, sulla Panini e sulla figurina", preciso. ("Ecco", vedo che sta pensando "non ha ancora cominciato che già si sta allargando..."). "C'è un problema, però. Non ne so niente di niente". "Ma come, lei che è di Modena...". "Lo so che sono di Modena, è proprio per questo che mi è venuta l'idea. Anzi, non è strano che non sia venuta a nessun altro prima di me? Comunque, mi ricordo che a figurine giocavamo tutti e che per tutti le figurine, ancora oggi, sono Panini. E pure i miei figli le hanno comprate e le comprano, anche se non li vedo più fare quelle belle raccolte e tutti quegli scambi che si facevano una volta. Però, a parte questo, buio completo. Perché non mi racconta qualcosa lei? Non era un suo caro amico, Giuseppe Panini?". "Eh, sì. Era un mio carissimo amico", ricorda con una certa tristezza il professore. "E' un vero peccato che sia morto, perché in fondo era ancora abbastanza giovane, aveva settant'anni. Ma, sa, con tutte le disgrazie fisiche che aveva avuto...". "Davvero? Vede, io non ne so niente". "Sì, ha avuto tanti guai, eppure era rimasto sempre entusiasta e pieno di energie. Era una persona straordinaria. Ma se lei vuole parlare di questa storia non deve parlare solo di lui. Perché è stata tutta la famiglia insieme, che ha dato il via alle figurine". "Ma quale famiglia? Vuol dire il fratello Franco Cosimo, quello che adesso fa l'editore?". "Lui, ma anche Umberto, che ora segue la propria tenuta in campagna, dove produce il parmigiano-reggiano e dove colleziona auto d'epoca; e poi Benito, che è morto ormai da tanto tempo. E le sorelle, ancora tutte viventi". "Ma quanti erano, questi Panini?". "Otto: quattro fratelli e quattro sorelle. Però, sopra tutti, lei dovrebbe ricordare la figura della madre, la vecchia Olga. E poi quella del padre e, naturalmente, lo spirito dei tempi: dalle campagne emiliane dell'inizio del secolo alla nascente industria italiana del dopoguerra. Questa, è la storia dei Panini e delle loro figurine". "Professore, e se venissi... Diciamo domani alle quattro? Con il mio registratore? Che cosa ne dice?". "Venga, certo. Per me sarà un vero piacere aiutarla a ricordare". La copertina sta facendo le sue passate sotto il colore rosso. Il rumore è terribile, soprattutto per il minuscolo microfono del mio registratore tascabile, che però è abituato anche a situazioni peggiori. Lo piazzo sotto il naso del professor Guerzoni e accendo. Il racconto dura a lungo e mi lascia sbalordita. Quando finiamo, le millecinquecento copertine sono già da tempo stese ad asciugare. Che bel bucato primaverile, tra questi ex-campi diventati capannoni industrial-artigianali. E, stese fra queste lenzuola di carta, come tanti fazzoletti ben spiegati, c'erano e ci sono ancora le Figurine Panini. Sì, ho avuto proprio un'idea gagliarda, mi compiaccio. Il più sarà metterla per iscritto. Le cose sono tante... Come farò a raccontare la storia di otto fratelli, una madre, un padre, una città, una nazione, un mondo intero, milioni di bambini, miliardi di figurine? Riuscirò a trovare le parole piccole da far stare in un libro così grande? "Non si preoccupi", mi rassicura il professore. "Le do qualcosa che l'aiuterà. Tenga, l'avevo in casa, l'ho portato apposta per lei. Questo è un album di figurine che mi diede Giuseppe un po' prima di morire. Mi disse che un giorno forse sarebbe stato utile. Poi, sa com'è, gli impegni sono tanti e io finora non ho mai trovato il tempo di sfogliarlo. Lo faccia lei, se vuole. Potrà sempre scrivere che questo è l'ultimo ricordo di Giuseppe". E mi allunga un album uguale a tutti gli altri. "Grazie, professore. Mi servirà se non altro come traccia per parlare delle collezioni. Ma mi tolga un'ultima curiosità. Giuseppe, così lungimirante, non aveva mai pensato ad un libro sulla storia della propria famiglia e delle figurine?". "Sì, veramente qualche anno fa credo che avesse avuto l'intenzione di chiedere a qualcuno di scriverlo. Ma penso anche che sarebbe stato difficile per chiunque farlo esattamente come avrebbe voluto lui". Ci salutiamo cordialmente, con le sue copertine alle spalle e il mio album sotto braccio. Adesso che è già quasi notte, e che i figli dormono e qualche ora birichina mi attende tutta per me, mi siedo al tavolo di cucina - mia abituale postazione di lavoro - e apro il "libro" di Giuseppe. Che strano, le figurine sono pochissime, appena trenta. E non sono di calciatori, e neppure di animali o di personaggi disneyani. No, l'album che Giuseppe ha lasciato non è uguale a quelli che ci sono nelle camere dei miei figli. Queste trenta figurine corredate di lunghissime didascalie sono un'altra cosa, tutta un'altra cosa. Prima Parte 1. Una famiglia italiana Ma che combinazione: nella prima figurina c'è proprio il professor Guerzoni, "catturato" - altra strana coincidenza - nell'atteggiamento di chi sta parlando... "La famiglia Panini era composta da padre, madre e otto figli: quattro maschi e quattro femmine. Erano nativi di Maranello, a pochi chilometri da Modena, dove si trasferirono intorno al 1934 o giù di lì. Otto figli, che vanno dal 1921 al 1931: otto figli in undici anni. Una "bella famiglia italiana" del tempo. Presero anche dei premi, per questo; tutti in camicia nera, con il padre in prima fila... Quando vengono ad abitare a Modena sono molto poveri. Si sistemano in un appartamento in affitto in Rua Muro e tirano avanti come possono: il padre è famiglio (una specie di cameriere) all'Accademia Militare e la madre sta a casa a badare ai ragazzi. Ma nel 1941 lui muore e lei viene assunta dall'Accademia proprio per aiutare questa famiglia bisognosa, così in cattive acque. Il colpo di fortuna dei Panini, quello che cambierà pian piano tutta la loro vita, avviene nel gennaio 1945, ancora durante la guerra, quando comprano l'edicola di Corso Duomo. Non hanno i soldi in contanti per l'acquisto, ma si impegnano a pagarla a rate a un avvocato che ne è proprietario. Prima che loro l'acquistassero l'edicola era chiusa, perché in quel periodo i giornali erano davvero pochi. Già questa, quindi, fu un'impresa, che rivela lo spirito imprenditoriale dei Panini. Tutta la famiglia, insieme, rileva l'edicola e ci va dentro a vendere quei pochi giornali che c'erano allora. Anche dopo la fine della guerra, quando le cose migliorano, l'edicola continua ad essere gestita dalla madre e da alcuni dei figli, che si alternano. E lì cominciano le prime imprese commerciali: staccano dalle lettere i francobolli e ne fanno delle buste da vendere ad adulti e bambini che li collezionano (mi ricordo che ne comprai anch'io). Vendono anche rimanenze di fumetti, riviste, libri gialli, che assemblano in una sorta di busta-sorpresa a prezzo stracciato. Poi cominciano a vendere le figurine che comprano da terzi, con gli argomenti abituali per quel tempo (calciatori, insetti, animali...). Iniziano dapprima con le raccolte naturalistiche, poi con quelle dei calciatori, e si accorgono che vanno subito piuttosto bene. Così hanno l'idea di mettersi a farle per conto proprio. Nasce in questo modo la Panini; ufficialmente nel '65, ma l'idea comincia un po' prima degli anni '60. Si accorgono però che, in certe edizioni, alcuni editori erano poco corretti a tal punto che alcune figurine rare erano così rare perché in realtà non ne veniva stampata neanche una. I bambini andavano a comprare le bustine sperando di trovare proprio quella data figurina, ma la figurina non la si trovava mai. Per le loro, invece, i Panini impostano la cosa diversamente e con grande serietà, in modo cioè che il bambino che non trova quelle mancanti possa scrivere per farsele mandare inviando il valore equivalente in francobolli, così da evitare certe forme di speculazione. Intanto uno dei fratelli, Umberto, era emigrato in Venezuela. Non tanto perché qui non trovasse lavoro - era un bravo meccanico e lavorava alla Maserati Motociclette - ma perché si era stancato dell'ambiente modenese e aveva deciso di andare all'estero anche per fare nuove esperienze. L'idea di partenza delle figurine, quindi, è soprattutto di Giuseppe, ma anche di Benito e di Franco. La cosa però prende così piede che si accorgono di aver bisogno anche dell'altro fratello e lo mandano a chiamare dal Venezuela. Mandano a chiamare pure la sorella Edda e il cognato, che in quel periodo lavoravano in Meridione; hanno bisogno anche di loro. Umberto torna e si unisce ai fratelli, torna anche Edda. Si ricostituisce la famiglia, questo gruppo che - secondo la mentalità del tempo - si può definire molto maschilista: sono i quattro maschi che partecipano all'iniziativa, le quattro sorelle ne sono praticamente fuori. Cioè, lavorano anche loro dentro l'azienda familiare ma soltanto come dipendenti: la società è in mano ai quattro maschi. Prima cominciano in una sede molto piccola, mi sembra in Via Castelmaraldo. In precedenza Giuseppe aveva preso anche delle rappresentanze di distribuzione di giornali per le edicole, fra cui alcune testate importanti come la "Gazzetta dello Sport" e, successivamente, "Tutto Sport". Poi naturalmente abbandonano tutto, quando vedono che la cosa delle figurine cresce. Siamo circa a metà degli anni '60, quindi passa un certo tempo prima che i Panini decollino davvero. Franco nel frattempo frequenta le scuole serali e diventa ragioniere; con molta buona volontà, perché di giorno deve lavorare nell'edicola. Quasi subito viene assunto al Banco San Geminiano e San Prospero, ma in seguito si licenzia a favore dell'azienda (e lasciare un posto in banca, negli anni '60, era quasi una follia). Uno abbandona la banca, uno torna dall'America... e via nell'impresa delle Figurine Panini. Nel '64-'65 circa mettono su una fabbrichetta in Via Emilio Po, dove comprano un terreno ancora in aperta campagna. Lì costruiscono il loro capannone. All'inizio sono Bertolini e Artioli a stampare le loro figurine, con propri macchinari all'interno dell'azienda. Ben presto, vicino a questo primo capannone, i Panini ne costruiscono un altro, e poi un altro ancora... Quasi mezzo villaggio artigianale di Via Emilio Po gravita intorno alle Figurine Panini. L'azienda si sviluppa in modo enorme. Uno dei fratelli, Benito, a un certo punto esce però dalla società: mette su una rappresentanza dell'Alfa Romeo, ma senza molta fortuna. Muore nel 1986. Nel 1996 muore anche Giuseppe. È vero, spesso parlando della Panini si pensa soltanto a Giuseppe; in realtà era opera - a diversi livelli - di tutti e quattro i fratelli. Credo che si parli soprattutto di Giuseppe perché era il più anziano e quindi era il capofamiglia. Era anche il più rappresentativo e, senz'altro, era estremamente intuitivo e geniale, oltre che dotato di grandi capacità imprenditoriali. Direi che agli altri fratelli il fatto che si nominasse lui in particolare non desse fastidio, anzi, c'era molto buon accordo. Gran parte del merito di questa unità familiare deve essere attribuito alla madre, Olga. La madre è quella che ha tenuto insieme questi otto figli, che ha sempre cercato che fra di loro si aiutassero reciprocamente: il suo è stato un ruolo importantissimo. È morta nel 1987, a 87 anni. Era una donnina dal carattere ironico, sorridente, apparentemente non grintoso (però in realtà lo era). Quand'era giovane - ho visto alcune fotografie - era anche una bella donnina. Era la massaia, una vera e propria "rézdora", che in dialetto modenese significa "reggitrice": i Panini non sarebbero riusciti a mettere insieme quello che hanno messo insieme se non fossero stati collegati, solidali fra di loro. E questo è stato merito della madre. Erano in bolletta dura: come avrebbero fatto a iniziare senza un soldo, se non si fossero dati una mano l'un l'altro? È vero che avevano indovinato una nicchia di mercato quasi vuota, però, se non avessero avuto questa profonda solidarietà - in azienda lavoravano le sorelle, i cognati, i nipoti, praticamente tutta la famiglia -, questa forza-lavoro che ha supplito alla mancanza di capitale, non ce l'avrebbero fatta. Il capitale poi è arrivato, pian pianino, ma soltanto dopo. Quindi la madre ha esercitato un ruolo fondamentale, da mettere in risalto. Il padre dei Panini io non l'ho conosciuto; ne ho soltanto un ricordo perché nel '41, quando morì, in quel momento io frequentavo le scuole elementari nella stessa classe di Umberto. Mi ricordo che il maestro ci fece una predichetta dicendo: "È morto il padre del vostro compagno; è per questo che oggi è assente. Quando torna, siate gentili con lui". Per il resto, io l'ho visto soltanto in fotografia, dove appunto si vede questa famiglia estremamente modesta, di estrazione contadina. Anche gli studi dei figli furono molto limitati; il più avanzato fu il titolo da ragioniere conseguito da Franco, ma gli altri fecero tutti soltanto la scuola elementare o l'avviamento professionale. Allora, del resto, era così per tante famiglie. Poi arrivano a vendere all'inglese Maxwell, mi pare intorno all'87: perché probabilmente hanno la sensazione, loro della prima generazione, di stare per tramontare. La generazione successiva è quella dei loro figli, tra di loro tutti cugini, che sono numerosissimi, quasi una ventina. E poi adesso ci sono pure i figli dei figli, ormai cresciuti anche loro. Perciò i fratelli Panini hanno l'impressione che sia meglio vendere, perché se poi viene meno l'accordo... finisce tutto. L'impresa familiare delle Figurine Panini è durata quindi quasi una trentina d'anni e si è svolta esclusivamente a Modena. È stata condotta nella più assoluta autonomia, tanto che a un certo punto revocano anche l'incarico di stampatori ad Artioli e Bertolini e si dicono: "Ma perché non ce le stampiamo noi dentro?". E così fanno tutto da soli. Comprano delle macchine offset e stampano milioni di figurine al giorno: tutta la produzione viene così effettuata da loro stessi all'interno dell'azienda, compresa la fase del confezionamento per la quale Umberto inventa un'apposita macchina imbustatrice, la Fifimatic. Si stampano persino la carta autoadesiva. Tra le figurine Panini e le altre non c'era comunque nessuna differenza: loro però riuscirono a contattare l'Associazione dei calciatori e a farsi dare, a pagamento, l'esclusiva, per cui furono gli unici in Italia a fare i calciatori; ed erano proprio gli anni della passione calcistica, benché questo settore "tiri" molto anche adesso. Nell'ambito della società Giuseppe era il presidente; Franco il vicepresidente, quello che seguiva tutte le operazioni amministrative; Umberto il tecnico dei macchinari; Benito l'addetto alla distribuzione. Quindi i ruoli tra i fratelli erano molto ben definiti. Andavano d'accordo e l'azienda prosperava: hanno sempre reinvestito i propri utili, senza soci, senza aiuti esterni. Sono arrivati ad avere, mi sembra, più di 500 dipendenti, soprattutto donne, per le quali questa azienda è stata una grossa fortuna. Molte hanno preso casa nei dintorni di Via Emilio Po: facevano in tempo anche ad andare a casa a cucinare per la famiglia e a mangiare loro stesse, e poi a tornare a lavorare al pomeriggio. I Panini in seguito si sono allargati anche all'estero, soprattutto quando c'erano i campionati del mondo di calcio, e hanno aperto numerose filiali in altre nazioni, con contatti in quasi tutte le parti del mondo. È diventato quindi veramente un gruppo internazionale di notevole rilevanza e che tuttora, nonostante le innumerevoli vicissitudini legate alle ripetute e spesso problematiche cessioni, continua ad andare bene. È rimasto fedele alle figurine. I Panini finanziavano anche la squadra di pallavolo a cui diedero il proprio nome; non dimentichiamo che ha vinto parecchi scudetti, anche titoli europei e mondiali. I grossi utili delle figurine permettevano questa sponsorizzazione ma, poco dopo aver venduto l'azienda, Giuseppe è stato costretto a cedere la squadra perché, a titolo personale, nessuno di loro si sarebbe potuto permettere questo lusso, e poi non avrebbe avuto molto senso. A parte la loro industria e i loro soldi, i Panini avevano un legame intimo con la città. La loro è stata una storia molto ricca di significato, che vale la pena di ripercorrere dall'inizio. È stato davvero un miracolo economico "all'italiana", realizzato con tanta intraprendenza e buona volontà. Teniamo conto anche che Giuseppe Panini aveva delle condizioni di salute molto precarie; mi pare che avesse avuto la tubercolosi ossea. Poi guarì. Se l'era vista brutta, però, al punto di dover finire in un letto. So che una volta mi raccontarono che i tre fratelli l'andarono a trovare in bicicletta da Modena fino a Pietra Ligure, dove era ricoverato in un sanatorio. Andarono lo stesso pur non avendo una lira; in bicicletta, fermandosi a dormire nelle parrocchie, perché i soldi per il treno non li avevano. Tanto erano legati questi fratelli fra di loro. Poi, ripeto, guarì; ma lui diceva che ogni anno in più era come regalato, perché l'aveva ormai messa persa. Giuseppe ha lasciato tanto materiale di grandissimo valore in dono alla città di Modena: un Museo della Figurina che è unico al mondo, con più di 500.000 pezzi, e poi collezioni di cartoline, fotografie, fisarmoniche. È stato un cittadino esemplare". Ho capito, professore: ma se racconta tutto lei, che cosa mi rimarrà da dire ai miei lettori? Meno male che mi restano altre ventinove figurine... 2. Olga e Antonio "Venite tutti qua, ragazzi". Otto teste si riuniscono all'istante intorno a quella di Olga. Ce ne sono di tutti i tipi, da quelle di giovani donne a quelle di maschietti ancora bambini. Temono quello che la madre sta per dire e che già sanno. C'è freddo, nell'appartamento della casa di Rua Muro, in questo giorno di novembre, il mese dei morti. "Vostro padre non c'è più, e Dio solo sa quanto avremmo ancora avuto bisogno di lui. Ma è così. Adesso dobbiamo tirare avanti con le nostre forze. Ormai siete abbastanza grandi e dovete capire. Capite, vero?". Le otto teste fanno cenno di sì, quasi senza piangere. Anche Olga non piange; intanto perché non c'è tempo, e poi perché non ci sono soldi. Fuori dalla finestra la nebbia si infittisce, in quella sera di guerra del 9 novembre del 1941. "Cerchiamo di stare uniti e di volerci bene", li congeda la madre, e il piccolo gruppo familiare si scioglie per tornare alle consuete incombenze. Così si conclude l'omelia funebre per Antonio Panini, l'ignaro capostipite di una genia di industriali di importanza mondiale. Un male diagnosticato, per mancanza di diagnosi, come "ulcera" se l'è portato via in poco più di un mese dall'apparire dei primi sintomi. Antonio aveva 44 anni e per quella sua non piccola famiglia aveva rinunciato ad ogni velleità della giovinezza adattandosi volentieri - non sappiamo quanto - a un posto di famiglio all'Accademia Militare di Modena. Un buon posto, finalmente, dopo i primi anni coniugali economicamente difficili, ai quali Olga si era adattata - anche qui non sappiamo quanto - ma sperando in cuor suo, probabilmente, che le cose prendessero poi un'altra piega, quella che effettivamente presero. Come in ogni coppia bene assortita, Olga e Antonio erano profondamente diversi: Capricorno lei, Ariete lui, dicono gli astri. Il padre di lei era un casaro, e questo la poneva già in una posizione sociale abbastanza elevata rispetto a quella di Antonio, ultimo di tredici figli, tutti sposati, moltiplicati e coabitanti nella stessa casa paterna. Era una razza prolifica, ingegnosa, amena e burlona, quella dei Panini; nel volgere di poche generazioni lasciò la propria impronta genetica in ogni paese al di qua della Via Emilia, anche su per la montagna. Olga avrebbe voluto studiare e completò le elementari fino alla sesta, non poco per una femmina nata all'inizio del secolo, e con una pagella tutta otto, nove e dieci. Ma i soldi, anche per un casaro, rimanevano scarsi, e poi non si poteva far studiare solo una figlia e gli altri sei no. Olga, con grande dispiacere, smise e cominciò a fare la sarta, ma sempre le rimase la passione per il leggere e lo scrivere; più tardi, nell'edicola di Corso Duomo, avrebbe letto - in quel suo piccolo regno di carta stampata - e anche composto brevi poesie in dialetto. Dev'essere stato un grande amore, quello fra Olga Cuoghi e Antonio Panini, entrambi di Pozza di Maranello; nel 1917, all'epoca del fidanzamento, lui - di tre quarti - la scruta con sguardo ardente, la posa un po' scomposta, con ingenua seduzione. Del resto, ha soltanto 20 anni e lei 17. Ma Olga, nonostante l'età, fissa dritto per dritto l'obiettivo del fotografo, non Antonio; è seduta composta però non rigida, una gamba accavallata, le mani incrociate su un ginocchio, ferma, concentrata. Diversissimi in tutto, una compenetrazione da fare invidia. I figli erediteranno questa commistione dei due differenti caratteri: concreti e creativi, pronti a buttarsi ma con i piedi per terra, le macchine e le poesie, le cose e le parole. Un anno prima di quell'immagine, nel 1916, Antonio viene chiamato alle armi; il più grande vantaggio che ne ricava è quel brevetto di pilota che avrebbe poi incendiato la fantasia del figlio Giuseppe, che sull'aviazione militare pionieristica, fino alla prima guerra mondiale, ha costituito una delle sue collezioni. Finisce la guerra ma non l'amore di Antonio per Olga, che la lontananza ha reso ancora più incandescente. Lui le scrive, secondo un'abitudine che diventerà di famiglia. Una lettera, in particolare, quella in cui le preannuncia l'imminente congedo e il ritorno a casa, è spettacolare, non tanto per le parole - sono sempre le "solite" di tutti gli innamorati del mondo - quanto perché gliele scrive all'interno del corpo delle lettere di una gigantesca parola "FINE", con una soluzione che piacerebbe a un grafico del nostro tempo. Appena quattro mesi dopo si sposano, e Olga già aspetta. Dal 9 febbraio 1921 all'8 ottobre 1931, a Pozza di Maranello, nella casa del patriarca Panini, mettono insieme otto figli equamente distribuiti fra maschi e femmine i cui nomi manifestano, con un crescendo fuor di discussione, il crescere della fede di Antonio nel Fascismo: Veronica (1921), Norma (1922), Maria Luisa (1924), Giuseppe (1925), Edda (1927), Benito (1928), Umberto (1930), Franco Cosimo (1931). Nel 1932, forse perché nella casa di Pozza ormai non ci si sta davvero più, si trasferiscono al Pallamaglio di Maranello, il posto dei diseredati, un casermone popolare di ringhiera, con le botteghe al pianterreno. Certo dev'essere un brusco risveglio nella realtà per Olga, la figlia del casaro. In quegli anni oltretutto Antonio è praticamente disoccupato, anche perché non ha in mente altro che la politica. Si vanta di aver fatto la marcia su Roma, ma quasi sicuramente non è vero. Una figlia racconta di aver saputo che fosse diventato fascista per ripicca, perché i "rossi" gli avevano incendiato una macchina agricola. Fatto sta che Antonio non fa neanche carriera nel Partito Fascista, perché forse bisogna avere quel pelo sullo stomaco che ai Panini, gente bonaria, sembra difettare. E pensare che avrebbe tante qualità da mettere a frutto, non ultimo il fatto di essere, per quei tempi, quasi un "laureato": ha la patente di guida per le automobili, per le macchine a vapore, per i camion, il brevetto di pilota, parla anche un po' di francese. Ma sono tempi difficili dove la cultura, di per sé, conta poco. Mentre Olga - accudendo i figli, con la pancia costantemente piena - cuce per racimolare qualcosa, Antonio si limita a fare nell'officina di famiglia qualche lavoretto occasionale che, con la sua abilità, riesce a concludere sempre più in fretta del previsto, per poter essere pagato subito. A metà degli anni '30 capisce che deve darsi da fare sul serio; trova lavoro a Modena e va avanti e indietro tutti i giorni in bicicletta. Poi trova anche una nuova casa per la famiglia, a Saliceta San Giuliano, più nelle vicinanze del capoluogo, finché non riesce a portare tutti in città, in una casa in pieno centro storico, che allora è semplicemente "la" città. La strada è Rua Muro, l'appartamento è grandissimo, ma i Panini possono permettersene solo metà. L'altra metà va ad un'altra famiglia. Per avere quella casa Antonio ha detto al proprietario di avere quattro figli e infatti, i primi giorni, sono soltanto quattro i piccoli che vengono trasferiti lì; gli altri restano a dormire da amici e parenti. Poi, un po' alla volta, alla chetichella, vengono "immessi" anche gli ultimi quattro. Al padrone di casa, naturalmente, non sfugge quell'andirivieni di bambini sempre diversi; prima li scambia per amichetti di altre famiglie, poi capisce che non devono essere lì soltanto in visita. Li agguanta uno ad uno: "Ma tu, di chi sei?". "Di Panini". "E tu?". "Di Panini". "E tu?". "Di Panini". Arrivato all'ultimo, non deve neanche più chiedere. Il bambino sussurra: "Di Panini...". Seccato oltre misura, il proprietario va a cercare Panini per chiedergli una spiegazione, ma già intenzionato a cacciarlo via: "Tu mi hai imbrogliato, perciò devi andartene. Mi hai detto che avevi soltanto quattro figli...". E qui Antonio tira fuori lo spirito di famiglia: "No, guardi, io non posso assolutamente andar via; ma vado a casa e ammazzo quattro figli". La cosa finisce in una risata e i dieci Panini si radicano in quella casa, che per sempre considereranno la casa di famiglia. Il lavoro di Antonio all'Accademia Militare come famiglio (così viene chiamato il personale civile) garantisce alla famiglia una relativa sicurezza economica e un relativo prestigio sociale prima insperati. Così, benché il tenore di vita rimanga modesto, si riesce sempre a mangiare (anche perché Olga continua a cucire). L'ambizione è di arrivare a quota nove figli, come richiesto dal Duce per concedere il sospirato sussidio familiare ma fors'anche per dare una dimostrazione pratica di adesione ai valori della famiglia fascista. Olga e Antonio ci provano, tuttavia il nono Panini non vuol saperne di unirsi ai fratelli. Niente sussidio, però il Duce - o chi per lui - si dichiara nel complesso soddisfatto ed Olga riceve la medaglia d'oro in qualità di "madre di famiglia numerosa" ("hanno diritto all'Impero i popoli fecondi che hanno l'orgoglio e la volontà di propagare la loro razza"). Antonio, orgoglioso, fa immortalare la sua bella "famiglia italiana". L'immagine, scattata poco tempo prima della sua morte, riassume lo spirito dei tempi: a sinistra, Antonio in divisa da squadrista, le gambe un po' larghe, le mani sui fianchi; Olga è alla sua destra, ma ben distaccata (il Partito non gradisce le smancerie), con la divisa da massaia rurale (in realtà la giacca, da uomo, le è stata prestata per l'occorrenza da un conoscente, impiegato all'Erario). Sempre senza sorridere, esibisce anche la medaglia da massaia. Davanti a loro, gli otto figli. Da sinistra: tre balilla (Franco, Umberto e Benito), un avanguardista (Giuseppe), due giovani italiane (Edda e Maria), due giovani fasciste (Norma e Veronica). Però il padre non è un fanatico, bensì una persona sensibile, che ai figli non procura soltanto divise ma anche libri, ricordando una massima non a tutti nota: "Uno zuccone è sempre uno zuccone". E, con implicito collegamento di idee: "Cercate di non essere servitori degli altri". Li educa con severità, rigidamente, con il massimo rispetto dell'onestà e della proprietà altrui. Una volta Benito trova qualche soldino per terra, caduto probabilmente da una tasca. Dopo essersi azzuffato con l'amico che è con lui, per decidere chi li abbia trovati per primo, li porta con aria trionfante al padre, che lo sottopone a un vero e proprio interrogatorio. "Un'altra volta, se trovo qualcosa, non la porto più a casa", piagnucola il bambino. D'altra parte, in quei tempi non è che si trovi facilmente qualcosa per strada... I vicini di casa sono delle persone non proprio raccomandabili e i loro figli dei ladruncoli; la coabitazione è un vero peso morale, per i Panini, ma con quell'appartamento troppo grande è indispensabile. Una porta divide quei due mondi, con ingressi indipendenti. Giuseppe va al mercato con uno dei ragazzi dell'altra famiglia e ne torna disgustato: il compagno faceva finta di farsi cadere qualcosa, poi appoggiava la mano sul bancone e... "Non ci vado più, con quelli là", dichiara Giuseppe ai suoi. I Panini crescono sani e belli; Norma diventa addirittura una campionessa di atletica, vincendo gli 800 metri piani ai campionati regionali del 1938 e classificandosi sesta a quelli italiani. Anche la sorella Veronica gareggia sui campi di atletica. Franco Cosimo (che anch'io, come tutti i suoi familiari, chiamerò d'ora in poi semplicemente Franco), ancora di nove anni, gonfia invece il torace in una posa di gruppo alla colonia elioterapica-fluviale fascista di San Damaso, alle porte di Modena. Nel 1940 Norma, ad appena 18 anni, sposa il dottor Giulio Cesare Lolli, uno stimato agronomo. Tutto sembra andare per il meglio quando all'improvviso, dopo aver finalmente ottenuto quegli assegni familiari ai quali prima non aveva avuto diritto, Antonio muore. 3. La madre Olga resta sola e da quel momento diventa "la madre". È la fine del 1941, sta cominciando il secondo anno di guerra, è vedova, senza un soldo, senza lavoro, in un mezzo appartamento in affitto, le restano sette figli quasi completamente a carico; ed ha appena 41 anni. L'Accademia Militare, impietosita, le procura un posto da sarta-tuttofare, che già allevia un po' il panico iniziale; le due figlie più grandi si arrangiano come possono, anche facendo lavori ai ferri per qualche negozio del centro, perché non è mica facile trovare qualcosa in quegli anni dolorosi per tutti. Edda, la quinta del gruppo, ultima delle femmine ma prima dei tre maschietti, assume le redini del governo domestico in assenza della madre al lavoro: bada ai fratelli minori, li sorveglia, rassetta la casa, fa la spesa - come e quando può - e prepara da mangiare. Ha dovuto smettere gli studi dopo la quinta elementare e per questo ha pianto giorni interi, proprio come già era successo alla madre e anche al padre. La maestra aveva tanto insistito con Antonio, l'aveva mandato a chiamare apposta: "Ma questa è una bambina che dovete far venire a scuola!". Antonio, sconsolato, aveva allargato le braccia e, scuotendo la testa, aveva mormorato: "Mi piacerebbe, ma non ce la faccio". Giuseppe, per fortuna, lavora alla Fiat come operaio, dopo una breve parentesi alla Ferrari. Ha cominciato ancora prima che il padre morisse, ad appena quindici anni, tanto che il padre gli aveva detto: "Il giorno che compi sedici anni, alla Fiat ti passano a un grado superiore e guadagni di più". Invece, proprio lo stesso giorno in cui Giuseppe aveva compiuto sedici anni, Antonio era morto; poche settimane dopo, lo stesso Giuseppe si ammala gravemente ed è costretto a lasciare il lavoro per sei mesi per andare a curarsi. Dopo la fine della guerra all'Accademia Militare c'è l'epurazione e, di conseguenza, la situazione al suo interno cambia radicalmente. Olga smette di lavorarvi e si dedica all'edicola, che sta cominciando a decollare ed ha bisogno di qualcuno che se ne occupi in modo stabile nell'arco della giornata. Da quel momento l'edicola diventa un tutt'uno con lei: ci resta vent'anni, fino al 1965, quando essa verrà affittata e lei lascerà la casa di Rua Muro per andare ad abitare sopra l'azienda Panini appena costruita in Via Emilio Po, dall'altra parte della città. Ma fino a quel momento Olga "è" l'edicola: lì riesce a trasferire il suo universo privato di affetti ed interessi. Circondata dai figli, nel cuore della sua Modena, ad un passo da casa, Olga diventa - senza accorgersene - un'istituzione cittadina. Da quella sua casina di carta stampata piazzata in mezzo alla strada, questa donnina dall'aspetto gradevole riesce a comunicare non solo con parenti, amici e conoscenti ma proprio con tutti quelli, e sono sempre di più, che si fermano ad acquistare il giornale, anche con i più frettolosi. La città, poi, in quegli anni è ancora integra e sana, gonfia di vita e di progetti. Sotto il portico dell'edicola c'è persino un caffè che resta aperto fino alle due di notte; l'edicola deve accontentarsi di chiudere "solo" alle ventidue e trenta. Olga legge, si informa dai giornali e si informa dalle persone, si interessa di tutto e di tutti, lascia i figli liberi di scegliere la vita che vogliono ma vegliando sempre su di loro, da vicino o da lontano a seconda delle circostanze, pronta ai loro richiami. Ma non è mai, assolutamente, oppressiva, tanto meno per quei figli che la adorano e che la rispettano anche da adulti, come si usava un tempo. Quando Giuseppe è già un industriale affermato a livello mondiale, ed abita con la propria famiglia sopra l'azienda, accanto all'appartamentino della madre, si confida con Edda e le dice: "Stasera, quando tornerò a casa tardi, farò piano così non sveglierò la mamma", perché Giuseppe era molto di compagnia e prima di rincasare si fermava volentieri da questo e da quello. "Mi tolgo le scarpe, in punta di piedi... Non sentirà niente". E al mattino: "Sei venuto a casa tardi, ieri sera, eh?". Sempre pronta a dare una mano, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Non che uno dicesse "tu devi fare questo, tu devi fare quello", si faceva quello che c'era da fare. Anche quando i figli prendono il locale di Via Sant'Agata, a poche decine di metri dall'edicola, da adibire a magazzino per la distribuzione dei giornali, Olga dà il proprio contributo. In quel locale si comincia a lavorare pure sui francobolli. Ecco Olga che prepara i francobolli, che li ritaglia dalle buste delle lettere, che li mescola e li infila nelle bustine da vendere all'edicola. E poi più tardi, negli uffici dell'azienda ed anche nel suo appartamento, eccola ancora ritagliare altri francobolli dalle buste che i bambini spediscono a "zio Giuseppe" per avere le figurine che occorrono per completare le collezioni. Siccome il valore corrispettivo era in francobolli, vediamo Olga scrollare le buste con ogni delicatezza, raccogliere i francobolli con cura e, per scrupolo, controllare di nuovo - controluce - che dentro non ne sia rimasto neanche uno... Non aveva dimenticato la lezione contadina, benché ogni anno il fatturato raddoppiasse. Non buttava via niente, controllava tutto, riutilizzava tutto quello che poteva. Quello dei francobolli era diventato anche uno dei piaceri della sua vita: la sera, a casa, anche negli anni del benessere, continuava a ritagliare francobolli da buste di persone sconosciute, a staccarli meticolosamente e ad infilarli in altre buste trasparenti. La sera, quando la figlia andava da lei, la trovava con una bacinella piena d'acqua che lavava questi rettangoli colorati e poi li asciugava, li infilava dentro alcuni vecchi fogli di giornale, li imbustava... ne preparava pacchetti su pacchetti che, quando è morta, i figli hanno donato ai frati perché li rivendessero, secondo le sue volontà. Aveva persino messo avanti delle collezioni di francobolli per i nipoti, che così hanno ereditato anche loro una delle passioni di famiglia. Non era una santa, ma una donna modenese di stampo antico, una "rézdora", cioè la "reggitrice di casa", quella che - in culture ancora più antiche - sarebbe potuta essere la "grande cucitrice". I figli la ricordano come una donna dolcissima, sempre sorridente, apparentemente remissiva; però, se doveva dire qualcosa a qualcuno, glielo diceva. L'attaccamento che hanno per lei anche adesso, a tredici anni dalla morte, è straordinario. Sono tutti d'accordo: è stata lei che ha tenuto unita la famiglia, lei che ha saputo indirizzarli con la sola forza del suo esempio, lei - infine - la vera artefice della loro fortuna. Il microcosmo da lei creato e diretto obbediva ad un'unica regola fondamentale: "Uno dà quello che può dare, senza che gli altri stiano con il dito puntato". Non c'è mai stato niente che li abbia divisi perché la madre aveva loro insegnato ad andare d'accordo: tutti per uno, uno per tutti. E anche con gli estranei. Olga non voleva che si litigasse con nessuno. Là in Rua Muro, in fondo al lungo corridoio, nella parte di appartamento rimasta a loro era rimasto anche il bagno, un modestissimo gabinetto la cui importanza era evidentemente notevole, per una famiglia di dieci persone; quel gabinetto, essendo l'unico dell'appartamento, doveva però servire anche a quelli che abitavano dall'altra parte della leggera divisoria, cioè a quei coinquilini che da subito, oltretutto, si erano distinti non solo per la scarsa correttezza dei rapporti ma anche per l'irrequietezza dei numerosi figli. Tutti, ogni volta, a passare per il corridoio, dentro la vita dei Panini, per anni e anni e anni, ogni giorno, più volte al giorno e, probabilmente, anche ogni notte. Ebbene, Olga - per tutto questo tempo - riuscì ad evitare ogni discussione. Quando qualcuno dei suoi si lamentava, lei diceva: "Pensate a loro, poveretti, che devono venire fin qua"... La madre è sempre stata il fulcro, il punto di riferimento, inamovibile e salda: una quercia, la definì la figlia Edda, che da lei aveva ereditato la vena di talento letterario, in una poesia dialettale a lei dedicata per uno degli ultimi compleanni. E di sicuro non è frequente che, di fronte a tutto il parentado riunito, una figlia declami alla madre parole come queste, che pur nella traduzione in italiano non perdono nulla del loro fascino originario: "Mi piace guardare una quercia quando è estate, con i suoi rami frondosi che le fanno da cappello. Ha tanti anni ma sembra che non abbia età; andandole vicino sento che vuol dirmi qualcosa. Mi sembra che dica: "Non ero mica così, negli anni della mia prima giovinezza; ero un rametto con poche foglie, che il vento sferzava come una carezza". La guardo con un che di ammirazione, perché è forte e grande: nella sua maestà mi mette addosso una specie di soggezione insieme a un po' di familiarità. Mi viene spontaneo di fare un paragone: questa pianta a nostra Madre assomiglia. Ha tanto sofferto e tanto ha fatto di bene che si merita di sicuro il Paradiso. Come la quercia noi vogliamo che tu campi tanti anni: con il tuo esempio e con la tua onestà tu sei il nostro perno, quello che ci tiene insieme e ti ringraziamo per quello che ci hai donato". La madre muore nel 1987, a 87 anni. Anche nel morire non fa tribolare: passa dal sonno quotidiano a quello eterno senza avvisare nessuno. Edda scriverà ancora, ma questa volta alla "quercia abbattuta": "Mamma, anni fa ti ho paragonata a una quercia, una quercia maestosa che proteggeva; adesso quei grandi rami non fanno più ombra, c'è rimasto il vuoto. Che smarrimento, i primi tempi! Però, come la quercia che non muore mai del tutto, così è stato per te. Quel vuoto tremendo non c'è più. Se penso a quello che ci hai lasciato, il mio cuore è colmo di ricordi belli. L'esempio che ci hai dato con la tua bontà e il tuo sapere ci ha aperto la strada della vita. La grazia più grande, però, è l'averti avuta come madre. Hai saputo vivere finché, in silenzio, hai chiuso la copertina del meraviglioso libro della tua vita". 4. L'edicola nella neve La città è deserta e silenziosa, non passa nessuno. La neve, che continua a cadere, ha cancellato le strade, ma non riesce a fermare due ragazzi imbacuccati alla bell'e meglio. Al termine del portico, addossata a una colonna, in prossimità del sagrato del Duomo più bianco della neve, c'è una piccola montagna da spalare: la loro edicola. È lì sotto, con le sue otto ante rettangolari alte e strette, tutte uguali, tutte larghe appena 80 centimetri: ma quale sarà quella da aprire? Umberto e Franco non lo sanno, non resta che provare. Armati di badile, quasi ancora un gioco per i loro tredici e quattordici anni, tentano la sorte. "Sarà questa?". "Dài, proviamo", e via a larghi colpi. "E se fosse questa?". Qualche minuto e: "Neppure". Ne restano sei. A distanza di cinquantacinque anni (era il 6 gennaio del 1945), Franco e Umberto non ricordano più quale fosse esattamente l'anta giusta, ma alla fine riuscirono ad entrare. L'interno era minuscolo, fornito di uno striminzito banchettino. Tanto, non c'era niente da vendere. In quel difficilissimo ultimo inverno di guerra il regime distribuiva i giornali razionati, e soltanto quelli di propaganda e locali; più che altro arrivava "Il regime fascista" di Farinacci, che era molto legato ai tedeschi che gli fornivano la carta e veniva da Cremona, poi c'era qualche copia de "La Gazzetta dell'Emilia" e qualcuna, ancora più scarsa, de "Il Resto del Carlino", che però aveva soltanto la cronaca di Modena. Gli altri, quelli di Milano, non arrivavano neppure, anche perché i trasporti erano molto carenti. Eppure quell'edicola fu la fortuna dei Panini, da lì ebbe inizio il loro impero editoriale. La compra, quasi per caso e dietro suggerimento dei familiari, la sorella Veronica, che in quel periodo lavora come commessa dattilografa presso uno studio legale e commerciale. L'avvocato per cui lavora Veronica ha un socio, che ha ereditato questa edicola dalla propria donna di servizio. Veronica ha l'incarico di badare ai conti ma, con la guerra, chi l'ha in gestione scappa senza pagare l'affitto, così come scappano i modenesi che potrebbero comprare gli eventuali giornali. L'edicola, quindi, è in perdita, quasi definitivamente chiusa; l'avvocato non è più intenzionato a tenerla, perché è più che altro una seccatura e basta. "Sai che cosa devi fare?" suggerisce a Veronica. "Prendila tu. Mio figlio vuole una bicicletta, tu gli dai i soldi e io ti do l'edicola. I soldi me li dai un po' alla volta, quando li hai". Veronica ci pensa un po' su, perché allora si faceva fatica anche a tirar fuori i soldi per una bicicletta; si consulta con la madre e con i fratelli poi, per un imperscrutabile disegno del destino, decide insieme con loro - contrariamente a tutte le evidenze - di prenderla, soprattutto per i "ragazzi": un piccolo, piccolissimo investimento che avrebbe cambiato la vita di tutti quanti e che li avrebbe - tra l'altro - resi miliardari. Costa 6.000 lire pagate a rate. Dell'apertura, quel giorno dell'Epifania entrato nelle leggende familiari, sono incaricati i due fratelli che ancora frequentano le scuole medie (anche perché Franco, che già fa il garzone per un edicolante di Corso Canalchiaro, ha una certa esperienza). Per i primi mesi l'edicola è affidata solo a Franco e ad Umberto, ma dopo poco ci vanno pure Benito, la madre - quando, col dopoguerra, smette di lavorare all'Accademia Militare - e la stessa Veronica, nei ritagli di tempo libero; Edda bada alla casa, Norma è sposata e da tempo non vive più con loro, Maria lavora altrove, così come Giuseppe (e, in seguito, anche Umberto). Durante i primi mesi gli allarmi per i bombardamenti sono più numerosi delle copie di giornali vendute; ogni volta Franco prende su la cassetta dei soldi e scappa a proteggersi nell'Archivio Notarile che sta proprio lì di fronte, a rifugiarsi all'interno del grande portone scuro, attraversando a gambe levate Corso Duomo spazzato dalle prime raffiche. Certe volte i tedeschi parcheggiano i carri armati sotto il portico, accanto all'edicola, anche loro per proteggersi. Poi torna la primavera e, con essa, la pace. Lo sgabuzzino ottagonale comincia a riempirsi di carta stampata, dapprima bianca e nera, ma ben presto anche a colori; tanti titoli, che trovano posto a fatica sul tavolino esterno collocato sotto il portico, su due cavalletti, sempre vuoto fino a pochi giorni prima. La gente è avida di leggere, di conoscere, di riempirsi gli occhi e la testa di parole, di idee, di opinioni, di notizie, dopo quel lungo inverno durato più di vent'anni. La madre, quasi subito, si accorge che il vento è cambiato e che si comincia a guadagnare. Raccoglie i figli e dice: "Adesso andiamo a guardarci dentro un po' meglio". Lei non si interessa di politica: quando esce "L'Uomo Qualunque" di Giannini, che gli altri edicolanti rifiutano anche per paura di ritorsioni politiche, lo prende comunicando lapidaria: "Io non voglio interessarmi di politica, io voglio vendere. Portatelo qui da me". E mentre in tanti vengono a comprare "L'Uomo Qualunque" perché ce l'ha solo lei, comprano anche altre cose; esce in quel periodo, per esempio, "Il Candido". È guidata da una specie di istinto, non è che faccia programmi precisi. Ma poi, si sa, da cosa nasce cosa. È proprio quello che sostiene Olga: "Andiamo avanti di qui, che qualcosa salta fuori". E infatti... "Ma la sua iniziativa di acquistare e vendere "L'Uomo Qualunque" e "Il Candido" non piacque ad alcuni gruppi di comunisti che venivano a sequestrare questi giornali per andare a bruciarli in Piazza Grande, di fronte alla Porta dei Principi del Duomo", ricorda Franco. "Due o tre volte sono venuti anche da noi. Allora una sera noi quattro fratelli ci siamo armati di bastoni e abbiamo deciso di aspettarli. Non potevamo farci portar via i giornali così, anche perché comunque toccava a noi pagarli. Il danno non era piccolo. Arrivò però la mamma e ci mandò via: "Tutti a casa, ci penso io". Aveva paura, giustamente, che potesse succedere qualcosa di brutto. Noi naturalmente facemmo soltanto finta di andarcene, ma in realtà ci appostammo dietro l'angolo, a poca distanza. Quando quelli tornarono per sequestrare i giornali, la mamma - molto tranquillamente - disse: "Adesso mi fate una ricevuta". Il capo della squadra, preso alla sprovvista, non seppe cosa replicare; confabulò un po' con gli altri poi, tutti insieme, si allontanarono, probabilmente per andare in cellula a prendere ordini. Infatti poco dopo tornarono, presero i giornali e fecero la ricevuta, sulla quale c'era scritto: "Abbiamo prelevato i giornali", l'indicazione della quantità e la firma del responsabile. Poi li bruciarono, come le altre volte. Con questa ricevuta non solo ci facemmo rimborsare ma andammo anche a denunciare l'accaduto, che non si ripeté più", conclude Franco ridendo. Alla fine degli anni '40 i Panini, in sostituzione di quella prima edicola ormai non adeguata alle nuove esigenze, ne costruiscono una nuova, alla quale ne seguiranno altre tre o quattro fino a quella attuale, data poi in affitto dal 1965 ad altre persone. "Nel 1945 l'edicola l'aprimmo io e Umberto", prosegue Franco. "Prima ancora, io facevo il garzone per un edicolante di Corso Canalchiaro e avevo ormai una certa pratica. In quel periodo io e Umberto andavamo anche a scuola; Benito aveva già smesso e aveva cominciato a lavorare, inizialmente come garzone da un droghiere, poi da un liutaio e, in seguito, anche presso un distributore di giornali. Era senz'altro quello di noi che aveva maggiore esperienza di distribuzione. Giuseppe, dopo essere stato alla Fiat, in quel periodo lavorava a Maranello, poi era andato nei partigiani; lui non c'entra in questa prima fase. In seguito anche lui è venuto all'edicola, ma è stato più tardi, sicuramente qualche tempo dopo la fine della guerra. Però, anche quando nel primo dopoguerra avevano il lavoro vicino a Maranello, spesso Giuseppe e Umberto venivano lo stesso a Modena da noi. Quando tornarono definitivamente, intorno al 1948-'49, Umberto aprì un'officina di motociclette in Rua Muro. Giuseppe invece si ammalò. Aveva cominciato a star male subito dopo la guerra e, in seguito, a peregrinare fra vari ospedali: aveva la spondilite, cioè la tubercolosi ossea. In un primo tempo non seppero diagnosticargliela e gli dissero, semplicemente, che non aveva voglia di lavorare, ma in seguito la malattia si manifestò in tutta la sua realtà. Le denutrizioni della guerra, insieme con una caduta con la fisarmonica in spalla, probabilmente avevano acuito la cosa. Inizialmente fu curato qui a Modena, dove gli fecero i primi gessi. Io dormivo accanto a lui e di notte lo sentivo gemere. Poi fu ricoverato a Pietra Ligure e a Cortina d'Ampezzo. Dal 1949 al 1953, più o meno, fu tanto malato da non potersi muovere dal letto. Rispetto all'azienda, l'importanza di noi fratelli è stata diversa a seconda del momento storico e del ruolo assunto di conseguenza all'interno di essa da ognuno di noi. È stata come una staffetta: io ho sempre dato il merito a Giuseppe di avere portato avanti questa iniziativa con coraggio, di aver saputo chiamare noi fratelli cercando di stabilire fin dall'inizio delle posizioni precise e delle soluzioni paritarie; avrebbe potuto dire: "Venite a lavorare con me, io sono il padrone, vi pago bene", invece abbiamo creato quasi subito una società nella quale tutti noi quattro fratelli eravamo soci alla pari. Negli ultimi anni però lui era rimasto molto legato soprattutto a Modena: viveva nella città, con la città, e nella città riceveva e dava gratificazioni, mentre io cercavo costantemente di "uscire", di far progredire l'azienda specialmente a livello internazionale. La società vera e propria fu costituita non immediatamente, anche perché io allora lavoravo in banca e Umberto era in Venezuela (io ho lavorato in banca dal 1953 al '63, mentre Umberto è stato via dal 1957 al '64). Quando terminavo l'orario in banca, andavo anch'io a dare una mano, non tanto all'edicola quanto all'agenzia di distribuzione. Le sedi dell'agenzia di distribuzione dei giornali sono state tre: in Via Sant'Agata, in Via Caselline e in Via Castelmaraldo. La prima fu aperta quando nacque l'agenzia, cioè a metà degli anni '50. Lì iniziò la distribuzione della "Gazzetta dello Sport", che comunque era già cominciata qualche mese prima - intorno al 1953 - anche se però allora la vendevamo in edicola. Era Benito che se ne occupava. Era successo che i vertici della "Gazzetta dello Sport" avevano litigato con il loro distributore su Modena e provincia, ma non potevano rivolgersi all'altro presente sul territorio perché era quello che distribuiva "Stadio", che rappresentava la concorrenza. Allora Mario Morselli, il corrispondente di Modena della "Gazzetta dello Sport", propose che potessimo farlo noi. La distribuzione dei giornali nacque quindi in maniera quasi casuale. Ben presto cercammo di affiancare alla vendita della "Gazzetta" quella di altri prodotti di distributori nazionali che affidavano a noi la diffusione sulla provincia, comprese figurine di altri editori, perché le figurine non le abbiamo mica inventate noi". Esse, infatti, nelle edicole italiane erano già in circolazione - con il relativo album - fin dal 1950. In realtà si trattava di una ripresa, che fu particolarmente notevole in Italia e Germania. Fiorì dopo la decadenza che le figurine, già in crisi all'avvento della prima guerra mondiale, avevano subìto nei decenni successivi. A partire dal 1950, che a tutti gli effetti può essere considerata la data di nascita della figurina moderna, diventa comune il sistema di vendere, assieme alle figurine, l'album originale corredato da ricche didascalie. Altra caratteristica tipica è la tendenza a pubblicare serie costituite da numerosi pezzi, in genere più di duecento. Ma, soprattutto, le figurine si sono ormai completamente svincolate dal legame con la pubblicità e con i concorsi e stanno sempre più acquisendo una propria autonomia di mercato, anche se inizialmente i risultati commerciali sono molto modesti. "Accanto alle figurine avevamo poi anche una serie di altre riviste che di solito erano un po' gli scarti degli altri distributori", prosegue Franco. "Con quelle i miei fratelli cominciarono a fare una serie di prodotti di recupero, che successivamente furono distribuiti a livello regionale e qualche volta anche addirittura nazionale. Fu necessario a un certo punto avere una vera e propria sede per la distribuzione, perché il giro di lavoro stava cominciando a ingrossarsi (della distribuzione continuava a occuparsi Benito, che andava alla Stazione delle Corriere a portare i pacchi per le località di provincia; in seguito si occupò, anche direttamente, della distribuzione delle buste-sorpresa). Intorno al 1958 ci trasferimmo in Via Caselline e, nel 1959, in Via Castelmaraldo, dapprima soltanto nelle cantine poi, quando entrai anch'io con una presenza sempre più significativa, prendemmo in affitto pure un appartamento al primo piano, nel cortile di fronte, dove sistemai l'amministrazione. La nostra idea, comunque, fino a quel momento fu soprattutto quella della distribuzione. A partire dalla fine degli anni '50 assunse una certa importanza anche l'iniziativa delle buste-sorpresa. Praticamente i miei fratelli acquistavano da alcuni editori dei lotti invenduti di giornalini, libri gialli, fotoromanzi o cose simili, ne mettevano insieme loro stessi due o tre e li vendevano, raccolti all'interno di una busta dentro la quale infilavano anche un gingillino, l'equivalente di un piccolo gadget di oggi. Sulla busta c'era un talloncino con la scritta del valore commerciale del materiale contenuto all'interno (per esempio: "2 gialli, totale £. 80") sbarrato e sostituito dal prezzo scontato ("2 gialli, totale £. 30"). La faccenda della raccolta dei fiori andò così: avvenne quando eravamo ancora in Via Caselline. Giuseppe acquistò una partita di queste bustine vecchie per cercare, anche in questo caso, di farne una vendita di recupero. Fu però una cosa fallimentare: Giuseppe firmò un mucchio di cambiali e poi non riuscì a vendere. Aveva chiesto in giro dei soldi in prestito, gliene avevamo dati anch'io e la mamma: fu un mezzo disastro. Era proprio il soggetto che era sbagliato. Il lotto era molto consistente, credo di un milione e mezzo o due milioni di bustine, per tre, quattro o forse anche cinque milioni che lui non aveva, pensando di poterle vendere e recuperare e invece... Un grande successo fu "Italia '61", uscita nel 1960. Fu un successo nazionale, con figurine di altri editori che però diede dei vantaggi anche a noi perché - almeno a livello provinciale - ne avevamo la distribuzione. Contemporaneamente Giuseppe, nell'autunno del 1960, comprò a Milano delle figurine di calciatori, ne mise quattro dentro una bustina aggiungendo, ogni tanto, anche una figurina speciale chiamata "valida" (100 valide davano diritto a un pallone di cuoio). Ci accorgemmo soltanto in seguito che ciò era assolutamente illegale, perché sarebbe stato necessario avere un'autorizzazione del tribunale, ma noi non ne eravamo affatto al corrente e nessuno, del resto, ce lo fece notare. Questo per dire che si trattava di una cosa completamente nuova da ogni punto di vista. Questa raccolta dei calciatori funzionò molto bene e riuscì a far superare il problema dei fiori e a far capire che bisognava insistere. Anche le figurine dei calciatori di "Italia '61" erano stampate altrove (da una società di Milano), ma il nome dell'editore non era neppure scritto, anzi, facemmo scrivere "Edizioni Fratelli Panini". Era una serie con poche figurine, soltanto cento o duecento, senza sistematicità, tant'è vero che non c'era neppure l'album. Venivano vendute in bustine, ma completamente scollegate le une dalle altre. Non si trattava di una novità, perché le figurine dei calciatori erano vendute già anche negli anni '50, però allora non c'era ancora il boom del calcio. Nell'autunno del '61 Giuseppe venne a casa mia e mi disse: "Voglio mettermi a fare figurine anch'io, perché se ci sono le figurine vuol dire che c'è qualcuno che le fa, e se c'è qualcuno che le fa vuol dire che si possono fare... Insomma, andiamo a vedere come si può fare". "Va bene, allora ti do una mano", risposi. Così, nel tempo libero che mi restava dalla banca, e soprattutto il sabato, andavamo in giro io e lui con la foto di Bolchi in tasca (Bruno Bolchi era un giocatore dell'Inter; facevamo vedere la sua foto perché era l'unica di cui disponevamo). Di sabato in sabato, sempre con Bolchi. Il primo sabato andammo da Sirio Cattani, titolare della Tipografia Mantovani di Modena. Gli facemmo vedere delle figurine ma lui ci fermò subito: "No, queste sono stampate in litografia". "C'è un litografo, allora?", gli chiedemmo. Ci voleva la stampa litografica; addirittura si sentiva parlare di off-set, che per noi era arabo. "Sì, c'è il litografo che si chiama Bertolini". Andammo da Bertolini, che ci confermò: "Sì, sì, queste cose qui sono il mio lavoro, però bisogna fare il fotolito". "E che cos'è il fotolito?", chiedemmo. "È la separazione dei colori" e ci spiegò il procedimento. "E a Modena ce ne sono che lo fanno?". "No, a Modena non c'è nessuno, dovete andare a Bologna o da Badolati a Parma". "Secondo lei, chi è il migliore?". "Ma, io lavoro bene con Badolati". Così il sabato successivo, quando la banca era chiusa, andammo a Parma. A Badolati rivolgemmo la solita domanda, facendogli vedere la fotografia di Bolchi, bella grande in bianco e nero, e una figurina a colori, una accanto all'altra: "Da una fotografia come questa, in bianco e nero, si può ricavare una figurina a colori?". "Sì, perbacco. Venite sabato prossimo e vi faccio vedere". Il sabato successivo ci mostrò la figurina di Bolchi a colori, esattamente come la volevamo, e allora ci dicemmo: "Ci siamo". Avevamo tutto quello che ci serviva: sapevamo dove prendere le fotografie perché avevamo questo buon rapporto con la "Gazzetta dello Sport" e con l'agenzia fotografica Olympia, specializzata in servizi e materiali sportivi, che lavorava per questo giornale e che stava nello stesso cortile in Via Galilei a Milano, la quale ci avrebbe fornito le foto che ci servivano (grazie soprattutto alla collaborazione dei loro fotografi Chiarini e Liverani); le fotolito le facevamo a Parma; la stampa a Modena, con Bertolini. Stampammo così il primo foglio di figurine, in formato 50x70: ci stavano esattamente 90 figurine. Per l'album inizialmente andammo a Milano e lo facemmo stampare alla stamperia Giola, perché allora a Modena non c'erano i mezzi. Successivamente entrò nella vicenda anche il tipografo Paolo Artioli, allertato da Bertolini che già lavorava per lui. Artioli, che aveva spirito imprenditoriale, afferrò subito l'importanza della cosa. Quando vide che il lavoro cresceva con una spinta inarrestabile, impiantò con Bertolini una litografia che prese il nome di Arbe, dalle prime sillabe congiunte dei loro cognomi. La prima raccolta stampata da noi stessi fu quella del calcio '61-'62. Quella dell'anno precedente, come già detto, anche se recava il nostro nome non era stata stampata da noi, perché solo pochi mesi prima non avevamo ancora neanche concepito di poter fare una cosa simile". Così Franco; ma chi potrebbe raccontarci ancora meglio quello che è successo era Giuseppe, che purtroppo non c'è più. I personaggi di questa storia, infatti, sono tanti; ognuno però non l'ha vissuta tutta ma soltanto in parte, in una parte che è stata - a seconda dei ruoli, dell'epoca e delle circostanze - più o meno lunga e significativa. La mia difficoltà maggiore è questa: cercare, raccogliere, ricomporre, far combaciare, incollare i frammenti. In questa mia ricerca, un giorno, vengo premiata da un insperato colpo di fortuna: la tesi di laurea in scienze politiche di Luca Ferri, già responsabile dei settori informatici delle Edizioni Panini. Sfogliando il suo lavoro dal titolo molto bello ("Figurina e infanzia perenne: storia di un'industria"), spunta un fiore dal deserto: un'intervista che Ferri fece a Giuseppe nel '96, qualche tempo prima che morisse. E in quell'intervista Giuseppe ricostruiva, con le proprie parole registrate e trascritte dall'interlocutore, la storia della "sua" Panini, impreziosita con altre rade parole che lui stesso aveva lasciato scritte presso la locale Camera di Commercio, quando ne era presidente. Eccole. "Quarto di otto fratelli, sono nato a Maranello il 9 novembre 1925. Ben presto però ci siamo trasferiti a Modena. Essendo in tanti, bisognava darsi da fare per campare, perciò sono entrato presto nel mondo del lavoro: conseguita la licenza di avviamento professionale presso l'Istituto "Fermo Corni", sono stato assunto dapprima come operaio alla Ferrari e, dopo un anno, alla Oci Fiat dove, con la qualifica di tornitore, sono rimasto fino al 1943. A guerra finita, ho aperto con mio fratello Umberto una piccola officina nei pressi del paese natale, a Maranello, ma già dal gennaio 1945 la famiglia aveva acquistato un'edicola di giornali a Modena, in Corso Duomo. Ed è proprio lì, sotto i portici, che è avvenuto il mio incontro con le figurine. Nel 1947 sono stato costretto a chiudere l'officina a causa di una malattia alla colonna vertebrale. Ma con l'edicola, per fortuna, abbiamo mangiato la minestra tutti i giorni; però eravamo in tanti e, avendo notato la facilità di vendita sia dei libri gialli, prezzati a duecento lire, sia della bassa editoria in busta sorpresa, un bel giorno decido di provarci anch'io. È andata così: io ero purtroppo ricoverato in ospedale per un problema alla spina dorsale. Viene a trovarmi mio fratello Benito con un amico e mi comunica: "È successa una cosa incredibile, hanno buttato la "Gazzetta dello Sport" in mezzo alla strada, a Modena non c'è più nessuno che la distribuisca!". Mi racconta anche che Mario Morselli, il giornalista corrispondente della "Gazzetta dello Sport" che era anche il droghiere di Piazza Grande, aveva indicato all'ispettore del giornale la nostra edicola, suggerendogli: "Vai lì; ci sono tanti fratelli, probabilmente qualcuno può interessarsi della distribuzione". Ci penso un po' su e alla prima telefonata di mio fratello gli dico: "Prendila subito, non stare neanche a discutere. Quando arrivo a casa ci daremo da fare". Infatti, dopo essere tornato a Modena, nel 1956 avvio con Benito una piccola agenzia di distribuzione di giornali, riviste, libri e figurine. Cominciamo con la "Gazzetta di Modena" e, naturalmente, con la "Gazzetta dello Sport", poi ben presto ci allarghiamo anche ad altri. Ma da un punto di vista prettamente economico non era ancora sufficiente e quindi continuiamo a darci da fare, cominciando a rifornire l'edicola di piccoli accessori come "Le favole favole", che erano album da disegnare. A questo punto nasce l'idea delle bustone sorpresa. Pensai a questo: il "Corriere della Sera" di ieri oggi non serve più a niente, invece un libro giallo anche di due anni fa, per una persona che non l'abbia mai letto, è sempre nuovo. Ci mettiamo quindi a imbustare fotoromanzi, albumetti per ragazzi e tutto ciò che non aveva una vera e propria scadenza, compresi anche dei resi di figurine che mi capita casualmente di acquistare dall'editore Nannina di Milano: erano delle raccolte invendute che inserisco in una busta assieme a un palloncino. L'operazione ha successo tant'è che non riesco a star dietro alle richieste. Ora non so se la signora Nannina sia ancora in vita, ma mi ricordo quanto mi ringraziò, perché in pratica le tenevo dietro l'azienda, avendo trovato il modo di vendere tutte le loro figurine. L'unico disastro che ricordo è quello di una raccolta del 1958 dedicata ai fiori e alle piante; quella fu l'unica volta nella mia vita che firmai delle cambiali per pagare dei debiti. Nel 1960 la Nannina va in stampa con le figurine dei calciatori, senza nessun album allegato e di qualità piuttosto scadente: è il boom". Particolare curioso: queste figurine, che costituiscono la collezione intitolata "Gol" dalla quale ha inizio l'ascesa imprenditoriale delle figurine Panini, sono stampate in un primo momento, come ricorda altrove lo stesso Giuseppe, "anche in formato più grande cartonate e vendute senza album". Ma il successo è scarso e quindi, dopo una prima distribuzione, la Nannina cerca di potenziarne la diffusione abbinandole ad un album di formato adeguato, cioè molto grande. In questo album gigante i giocatori sono ordinati non in base alla squadra di appartenenza, come sarà nelle successive figurine Panini, ma secondo il ruolo; inoltre non c'è pari dignità fra le squadre, come invece sempre cureranno di fare i Panini, dato che quelle maggiori hanno un numero di figurine superiore a quello delle altre. In seguito la Nannina ritorna al formato abituale, quello più piccolo, ricavato dagli stessi originali della serie gigante. Stessa cosa fa con l'album. È allora che intervengono Giuseppe e Benito, che commissionano alla Nannina una nuova tiratura di figurine giganti cartonate ma con un retro diverso (stampa in nero rispetto all'originale verde e maggiore asciuttezza grafica) e senza l'album. Per queste figurine ordinano poi delle apposite bustine alla Isa (Industrie Sacchetti & Affini) di Bologna, le imbustano in proprio e... partono verso il successo. "Tutte le settimane arriva un camion di fogli interi che provvedo a tagliare appoggiandomi a un tipografo, per poi mescolare tutte le figurine con la zangola", prosegue Giuseppe nel suo racconto autobiografico. "L'idea della zangola mi viene in mente guardando la ruota che contiene i numeri del lotto e che è perfetta per la mescola delle figurine. La zangola è molto simile a una palla da rugby ruotante intorno a un asse centrale orizzontale, che poggia su due cavalletti. Girando, mescola circa 10.000 figurine. Uno dei miei mescolatori era uno studente universitario che si era fatto un telaio da ciclista e che, mentre studiava, non solo pedalava 15 giri avanti e 15 indietro, come gli avevo prescritto, ma - troppo concentrato nello studio - stava fermo delle mezze ore e pedalava in senso contrario; insomma, era una vera e propria mescolatura. Una volta mescolate, porto le figurine direttamente a casa. Le portavo a casa delle persone che imbustavano per me a domicilio; ho coinvolto persino i carcerati, nonché gli istituti di orfanelli e i vecchietti del ricovero. Addirittura la Suora e il Direttore del vecchio ricovero di Modena mi dicevano: "Voi non avete mica un'idea del bene che fate a dare le figurine da imbustare, perché adesso chi si comporta bene viene messo a imbustare e prende dei soldi e chi non si comporta bene non viene messo a imbustare e, di conseguenza, niente soldi". Mi raccontavano che c'era chi si alzava al mattino pieno di entusiasmo per andare a imbustare, perché poi quando venivano i figli a trovarli non avevano bisogno di chiedergli dei soldi. Con quello che guadagnavano si compravano il loro sigaro, il loro bicchierino o, semplicemente, avevano qualche soldo in tasca. La tariffa era di 35 centesimi l'ora. Insomma, si sentivano indipendenti e rimanere sei, sette ore a imbustare figurine gli garantiva l'autonomia. Inoltre gli infermieri dicevano che attraverso le figurine riuscivano a far diventare i loro anziani ospiti più ordinati e più puntuali, anche con la minaccia di non dargli più il permesso di imbustare. L'operazione di imbustatura consiste nel prendere le figurine e nel metterle a mucchietti di 4 in ogni bustina, che altro non erano a quei tempi che dei piccoli sacchettini chiusi con un po' di colla. Parte del successo delle figurine è infatti legato alla formula: album+bustina+figurina. Era un trinomio sconosciuto prima degli anni '50, quando chi voleva delle figurine andava in edicola a comprare delle fascette, fatte con della velina, che contenevano le figurine, oppure comprava dei prodotti, ad esempio quelli della Liebig, e trovava delle bustine o dei buoni; la figurina era più un mezzo promozionale che un prodotto a se stante. Nel 1961, nel magazzino sito adesso in Via Castelmaraldo, esce la mia prima raccolta, intendo dire prodotta direttamente e non semplicemente acquistata: "Calciatori 1961-'62". Porta il marchio "Edizioni Panini" ed è dedicata al campionato di calcio. Ho cominciato senza avere la minima idea di come si faceva a produrre una raccolta di figurine. Mi ricordo ancora che, mentre andavo su per le scale, pensai: "Se ci sono delle figurine vuole dire che c'è qualcuno che le fa, e se c'è qualcuno che le fa perché non le posso fare io?". Da qui inizio a interessarmi alla cosa e comincio andando a vedere quello che fanno gli altri. Poi, distribuendo la "Gazzetta dello Sport", provo a sfruttare le mie conoscenze nell'ambiente giornalistico-sportivo e riesco ad avere accesso alla loro agenzia fotografica e, di conseguenza, a tutte le foto dei calciatori. Acquisto così le fotografie per poi farle ritoccare, perché vanno pubblicate a colori, mentre quelle sono in bianco e nero. Le porto quindi da un tipografo e poi dagli stampatori che trasformano a colori, sempre manualmente, la foto in bianco e nero. Molte volte però manca la squadra completa e abbiamo solo quattro o cinque giocatori, come nel caso del Parma. Ci procuriamo allora delle fototessere dei giocatori disegnandoci sopra la divisa ufficiale; spesso utilizziamo il busto di un giocatore particolare anche per parecchi altri (i ritoccatori a volte li usavamo anche per fare le figurine, come scherzo, agli amici che si sposavano). Nella prima raccolta è quindi molto facile trovare lo stesso busto sotto la testa di giocatori diversi; è successo sicuramente per Corso e Rivera. È un'operazione tutt'altro che facile, non tanto per fare diventare bianconera e neroazzurra una maglia rossonera quanto per riuscire a mantenere diritte le strisce del nero. Della prima raccolta, quella dei Nannina, vengono vendute circa 3 milioni di bustine a 10 lire cadauna, ottenendo un guadagno di circa 10 milioni, che sono quelli che mi permettono di avviare tutta la macchina industriale; 10 milioni nel 1960 sono una cifra. Il successo poi continua e, nel 1961, il guadagno tocca i 15 milioni per arrivare a 29 l'anno seguente; nel 1963 abbiamo il capitale per comprare un terreno e iniziare a costruire un nuovo insediamento industriale. Esso diventa operativo in parte già nel 1964 e definitivamente nel 1965. Nel 1963 fondo la società Edizioni Panini, che è rimasta fino al 1988 un'azienda tipicamente familiare e che, a partire dal 1970, ha un export crescente che raggiunge livelli elevatissimi. Nel 1988 la famiglia Panini cede la proprietà dell'azienda della quale, comunque, rimango presidente onorario. I nostri risultati li abbiamo ottenuti con un prodotto che può considerarsi non proprio stagionale, ma senz'altro legato a precise scadenze. La "Gazzetta dello Sport", infatti, che sulla scorta delle mie chiacchierate fece uscire una raccolta sul ciclismo, prestò poca attenzione al periodo e fu un flop. Il ciclismo è uno sport estivo e in estate le scuole sono chiuse. Se le scuole sono chiuse le figurine non si vendono perché in agosto, a Rimini, in spiaggia, le figurine non le vogliono neanche a spingerle. Le figurine hanno una loro stagione. Io uscivo e distribuivo sempre le figurine tra Natale e l'Epifania di modo che, il giorno 7, quando riaprivano le scuole, tutta l'Italia fosse servita. Ci sono delle ragioni a sostegno di queste scadenze, perché una raccolta che esce nel mese di ottobre ha, al massimo, un mese di vita. Il Natale, con le sue vacanze scolastiche, interrompe tutte le iniziative anche da un punto di vista psicologico, e non bisogna dimenticare che si comincia a pensare al Natale dal 5 o 10 dicembre. Da quella data in poi si pensa solo al Natale e tutte le altre cose vanno nel dimenticatoio; è difficile che una raccolta uscita in ottobre riprenda le vendite in gennaio. Infatti, se si ricomincia a uscire in gennaio i bambini, che tornano a scuola pervasi da un'ansia e da una voglia di qualcosa di nuovo, percepiscono la stessa raccolta di figurine uscita a ottobre o novembre come qualcosa di vecchio. Anche il calcio segue la stessa teoria e quindi i miei concorrenti si buttavano sull'autunno perché sapevano che noi non saremmo usciti comunque, indipendentemente dal soggetto. La raccolta che usciva il 7 gennaio aveva sempre successo e il nostro album era sempre il più ricco di notizie e la figurina sempre la più curata. Di questo se n'erano accorti anche i distributori, che aspettavano le collezioni Panini, certi di un sicuro e consistente guadagno. La concorrenza c'era, perché la Panini non era la più vecchia casa editrice di figurine; tale primato spettava alla Euroflash, discendente delle Edizioni Lampo, già attiva nel 1955 nel campo degli inchiostri. In quell'anno la Lampo inizia anche a stampare, mediante l'utilizzo di una macchinetta a manovella di propria fabbricazione, raccolte per conto terzi. Poi, resasi conto del potenziale mercato, verso il 1958-'59 esce con il proprio marchio, precedendoci di qualche anno, anche se per la Lampo la produzione di figurine rimane qualcosa di secondario e questo è confermato dalla mancanza di regolarità dell'uscita delle raccolte. Se escludiamo questa casa editrice, però, non mi ricordo di concorrenti di qualche rilevanza. Quando iniziammo, tuttavia, cercammo quasi subito di dar vita anche ad alcune iniziative promozionali come, per esempio, quella delle "valide". Verso la fine degli anni '40 il governo aveva preso posizione sul commercio delle figurine a causa del concetto di figurina rara. Le persone comperavano i prodotti che contenevano le figurine legate alla vincita di grossi premi, per vincere i quali era sufficiente trovare una figurina particolare. Possiamo dire che l'Antitrust era già in azione e si decise, al fine di evitare concentrazione d'acquisto su particolari prodotti, di proibire quel tipo di concorsi; tale vincolo è tuttora esistente. In conclusione, non si può assegnare un premio legato alla figurina, mentre si possono invece usare le figurine per accumulare punti per poi ricevere un omaggio. Pensammo allora di inserire nelle nostre raccolte delle figurine con la scritta "valida", cosa nuova per l'epoca, stampata sul retro delle figurine vere e proprie. Raccogliendone circa un centinaio si poteva richiedere la maglietta della squadra del cuore, un paio di scarpe da calcio o un pallone. Il fatto della stampigliatura sul retro di una figurina normale dava la possibilità del doppio utilizzo della figurina stessa: attaccarla all'album o conservarla come valida ed eventualmente fornire valore aggiunto negli scambi con gli amici. Ma, da un punto di vista industriale, la prima innovazione che ci permise di fare un salto di qualità nella produzione delle nostre raccolte fu senz'altro quella relativa alla fase dell'imbustatura, oltre a tutte le altre riguardanti stampa e mescola. Per fare le bustine, dopo tre anni di attività, mi rifornivo da tre sacchettifici che cominciavano a segnare il passo rispetto alla mia capacità di produzione, del resto ancora inferiore alla domanda. A quei tempi avrei potuto produrre, anche a mano, un milione di bustine di figurine al giorno ed era un numero enorme, ma i tre sacchettifici non sarebbero riusciti a fornirmi quotidianamente un milione di bustine. Sul fronte della stampa le cose andavano meglio, avendo sottoscritto un contratto con il mio stampatore di Modena. Avevo dato a lui l'incarico, lasciandolo libero di subappaltare l'attività di stampa ad altri colleghi stampatori, fossero essi di Parma, Cremona o Bologna. "A me non importa niente", gli avevo detto. "Il contratto lo faccio con te. Puoi scaricare le fatiche a chi ti pare, basta che tu sia puntuale nelle consegne e nel lavoro". Era la tipografia Bertolini di Modena e questo è stato già un grosso aiuto. Poi le figurine stampate venivano restituite alla nostra azienda che aveva preso degli scantinati nel centro di Modena, dove purtroppo si lavorava in collaborazione con i topi, per effettuare la mescola, non più affidata agli studenti. Avevamo un centinaio di famiglie che lavoravano a domicilio e c'erano tre o quattro ragazzi che portavano fuori le figurine e giravano per la "confezionata", cioè per l'imbustatura. Noi poi controllavamo, ogni tanto, qualche bustina qua e là per vedere se erano fatte bene, perché c'era qualche confezionatore che, invece di mettere quattro figurine, ne metteva tre. E, se si sbagliava, si sbagliava apposta, perché poi c'era qualche giornalaio che si vedeva offrire delle bustine a metà prezzo. Questo poteva succedere perché noi contavamo le figurine da imbustare e non i sacchettini necessari al confezionamento, cioè le bustine. Quindi l'ideazione e la realizzazione delle Fifimatic ha rappresentato per noi un grosso passo avanti, permettendoci di automatizzare una delle fasi più dispendiose - da un punto di vista di organizzazione del lavoro - e di eliminare le bustine pirata. Anche se queste ultime, in realtà, erano una piccolissima percentuale, praticamente ignorabile, se escludiamo un discorso di principio. Infatti le Fifimatic permettono il confezionamento automatico delle bustine, sfruttando un sistema di chiusura particolare che, attraverso un leggero strato di collante, consente di saldare a freddo le due parti della bustina, dopo aver inserito le figurine all'interno. Ma è molto più semplice capire la macchina osservandola al lavoro che non attraverso le mie parole". Parole che, purtroppo, furono anche le uniche e le sole. A questa intervista, del 3 ottobre 1996, ne sarebbero dovute seguire altre, secondo una ben precisa scaletta. Ma non ci fu più tempo: Giuseppe morì esattamente quindici giorni dopo. 5. Otto giovinezze in cerca di un futuro Essere ragazzi durante la guerra non è facile e neppure bello. "Sono cose che non si possono raccontare perché non ti credono neanche", dice Veronica. Per un certo periodo lei va ad aiutare uno che macella clandestinamente fuori Modena, a Villanova. Nel taglio è bravo, però non sa né pesare né fare i conti così ci pensa Veronica, che in cambio si porta a casa un po' di preziosissima carne. Una volta le dice: "Signorina, se viene martedì dopo pranzo ho un bue da ammazzare". Lei naturalmente si precipita ma, non appena arriva, l'uomo le annuncia sconsolato: "Me l'hanno portato via". Dopo averlo macellato, l'aveva lasciato appeso all'interno di una baracca in mezzo a un campo, ma di notte l'avevano preso. Veronica capisce che la cosa può diventare pericolosa e, a malincuore, smette di andare a Villanova. Ci andava in bicicletta, avanti e indietro per tanti chilometri, con quella carne proibita nascosta in una vecchia borsa; una volta, dentro le buche dei bombardamenti, forò prima una poi l'altra gomma e proseguì per ore in un qualche modo, durante il coprifuoco, dopo essersi tolta le scarpe per poter spingere meglio sui pedali. Edda, la piccola "rézdora", compra un finocchio e ci mangiano in otto, in nove; non c'era nient'altro, eppure non si ricordano di aver mai patito la fame. Mette a bollire dell'acqua con dei fagioli e ci butta dentro quello che trova, rievoca adesso con un po' di stupore. I Panini sanno accontentarsi e dividersi in parti uguali, senza litigare, anche quello che non c'è. Anzi, Giuseppe e Umberto spesso invitano a cena amici addirittura più sfortunati di loro. Lo dice sempre anche la madre: "Non state a guardare chi ha molto. Voltatevi indietro, c'è anche chi sta peggio". Così, nel mezzo appartamento di Rua Muro non ci sono soltanto Olga e i ragazzi ma anche i parenti che stanno a Maranello e che vengono a studiare in città, e persino quelli che a volte vengono per lavorarci. C'è posto per tutti... Giuseppe trova qualcuno e lo porta in casa: "Vieni ben su a mangiare un piatto di minestra". Non si ricordano, adesso, che cosa mangiassero quelli che venivano, però si ricordano che venivano sempre volentieri. Poco tempo fa Veronica ha comprato un tavolo da un negoziante e, quando gli ha dato il suo indirizzo, lui le ha chiesto: "Conosce Umberto Panini?". "Certo che lo conosco, è mio fratello". "Ah, è suo fratello? Io venivo sempre a cena a casa vostra". Veronica l'ha guardato: "E che cosa mangiava, poi?". "Qualcosa c'era sempre", ha rammentato il negoziante. Umberto, in seguito, le ha spiegato che quell'uomo, da ragazzo, era di una famiglia ancora più numerosa e ancora più povera della loro, non si sa in quanti dentro un'unica camera, senza niente. Aveva ragione la madre: c'era chi stava peggio. In casa Panini ci sono letti dappertutto. Quando Giuseppe torna a casa, la sera, si mette a sedere sul proprio e i più piccoli - Umberto, Benito e Franco, con la "chioccia" Edda - gli si fanno intorno. Doveva essere, già allora, un affabulatore straordinario. I fratelli lo ascoltano incantati, mentre racconta dei fatti accaduti durante la giornata o forse anche di cose inventate, perché aveva, già allora, una gran fantasia. C'è una panca, ai piedi del suo letto. I fratelli stanno rannicchiati alcuni lì sopra, altri su un diverso letto, ad ascoltarlo. Parla, parla, insegna loro tante cose. Anche le parole incrociate, che a quei tempi - ancora negli anni '30 - sono una novità assoluta, soprattutto a Modena. Lui ha imparato a farle da un suo amico, che poi gli presta le riviste tutte riempite a matita. Giuseppe cancella pazientemente ogni parola e poi se le rifà per conto proprio (spesso soltanto a memoria, per moltiplicare più volte il piacere del gioco), trasmettendo ai fratelli ammirati la difficile, misteriosa arte dell'enigmistica, di cui sarebbe diventato un maestro e che ognuno di loro ancora coltiva, con risultati che sbalordiscono gli estranei. Per quella passione nata lì, in quelle sere da ragazzo, Giuseppe - come autore di giochi - avrebbe adottato più tardi il nome segreto di "Paladino". Quello che, con trasferimento dalla parola all'immagine, sarebbe diventato poi il marchio dell'azienda: un cavaliere con la lancia in resta. Giuseppe segna e cuce la linea di divisione fra le due parti della famiglia: le tre sorelle maggiori e la sorella minore con i tre ultimi fratelli. Lui, nel mezzo, li incerniera con la sua figura calma e coinvolgente. Per le grandi, che lo guardano dall'alto della loro maggiore età, lui è comunque l'uomo di famiglia; per i piccoli, che lo ammirano dal basso, lui è senz'altro l'uomo di famiglia. Si stabiliscono fin da allora, da quei primi anni ancora intessuti d'infanzia, ruoli e posizioni all'interno della famiglia, che poi diventeranno ruoli e posizioni del lavoro e della vita sociale. Ruoli indiscussi, basati sul contesto familiare, dove ognuno riesce a collocarsi e a trovare un proprio spazio e una propria funzione. Ad armonizzarli, a stemperare gli eventuali contrasti, provvede - come sempre - la madre. E viene l'ora, per Giuseppe, di andare militare; ma l'8 settembre è già passato, lui preferisce andare fra i partigiani, che sono stanziati appena a ridosso di Maranello, sulle colline basse ai bordi della città. Gli altri fratelli restano a Modena perché Olga decide di non sfollare, come fanno in tanti, forse per non perdere il suo posto di lavoro all'Accademia. Giuseppe, mi dicono, è un partigiano un po' all'acqua di rose, ma probabilmente rende i suoi servigi anche lui, soprattutto grazie al fatto di conoscere il tedesco quel tanto che basta per fare un po' l'interprete. Umberto pensa però che non abbia mai partecipato ad azioni militari, nonostante Giuseppe gli avesse confidato di aver sparato anche lui, qualche volta, ma non si sa bene a chi o a che cosa. I partigiani a cui si unisce sono quasi tutti amici e parenti. Dopo la Liberazione Giuseppe comincia a darsi da fare per realizzare quello che si sta delineando come il sogno della sua vita, il suo modo di intendere il lavoro e la realizzazione personale: mettersi in proprio. I lavori alla Ferrari e alla Fiat come operaio degli anni precedenti resteranno infatti episodi isolati. Ma per il resto, per tutta la vita, Giuseppe lavorerà in modo autonomo e indipendente, come piace a lui e come, forse lo ricorda, gli aveva detto di fare il padre. Il primo tentativo avviene intorno al 1946-'47, quando apre un'officina di riparazioni di biciclette a San Rocco di Spezzano, sempre nei dintorni della Maranello delle origini familiari. L'officina è uno stanzone lungo e basso, attrezzato in modo rudimentale. Giuseppe chiama con sé Umberto, secondo un copione che si ripeterà in continuazione: un Panini chiama, gli altri accorrono. Sempre che la richiesta sia interessante per tutti, beninteso, perché i Panini dimostrano - pur nella loro bonarietà - di avere personalità ben spiccate e di non essere affatto disposti a vivere a rimorchio di nessuno, sia pure un fratello maggiore. Umberto va perché è altrettanto interessato all'iniziativa intrapresa da Giuseppe: lui ama i motori delle motociclette ma per iniziare, in quell'incerto dopoguerra, possono andar bene anche le biciclette. Così la famiglia si divide per due o tre anni, tanto dura la permanenza dei fratelli a San Rocco di Spezzano, interrotta ogni tanto da qualche rientro a Modena durante il quale anche loro danno una mano in edicola. Dopo qualche tempo li raggiunge la sorella Maria, soprattutto per essere vicino al fidanzato che abita nei pressi. Maria, come già la madre, come già Edda, accudisce i fratelli e prepara loro da mangiare. Lena, che diventerà la moglie di Benito, li conosce in quegli anni e ne ha un ricordo molto vivace: "Eravamo più che amici, quasi fratelli. Benito però l'ho conosciuto molto più tardi, perché allora lui era rimasto a Modena. In quegli anni, quando eravamo ancora ragazzini, stavo molto con Umberto, perché mio padre gli insegnava qualcosa del mestiere. Mi ricordo, per esempio, che gli spiegò come si faceva a raddrizzare le ruote della bicicletta. La Maria badava ai fratelli. Faceva il pane poi, per portarlo al forno, passava davanti a casa nostra e, al ritorno, chiamava mia madre e gliene dava un pezzo. Per noi era prezioso, perché in quel periodo il pane non lo si trovava mica facilmente. Una o due volte le si rovesciò la cesta, allora venne dentro da noi a farlo un'altra volta perché, evidentemente, la farina riusciva a trovarla. Ma comunque hanno passato dei momenti bestiali, i Panini, in cui non avevano proprio niente, altro che farina. Questi fratelli erano divertentissimi; mettevano il soprannome a tanti, ad alcuni dicevano delle cose terribili, ma sempre per scherzo, e tutti ridevano, compresi i diretti interessati. Io e Umberto ci scambiavamo i giornalini, ma la mamma non voleva che io stessi sempre a leggerli, così a volte si arrabbiava, me li strappava e li gettava nella stufa. Umberto, quando gli dicevo che non potevo restituirglieli, mi sgridava: "Se torni a farti strappare i giornalini, io ti tiro i capelli e ti butto per terra" e mi afferrava per le treccine. Ma senza farmi male, naturalmente". Dopo qualche tempo Giuseppe, Umberto e Maria passano ad abitare nella bella villa di un dottore di Spezzano grazie all'imposizione della coabitazione per cui c'è l'obbligo, per chi ha delle case vuote, di affittarle a chi non le ha. Si trasferiscono successivamente a Ubersetto, un po' più verso Modena, con un'altra officina; Umberto dà una mano per poco tempo, perché quasi subito trova lavoro a Modena come meccanico saldatore in una ditta abbastanza affidabile. Per un po' fa anche lui, come aveva fatto suo padre - sebbene in direzione contraria -, avanti e indietro in bicicletta, poi ritorna definitivamente a Modena. Giuseppe lo segue dopo poco tempo. Gli anni di Spezzano sono quelli della giovinezza spensierata, i primi vent'anni o ancora meno, in una provincia modenese tornata a vivere dopo la guerra. Giuseppe e Umberto si fanno amare da tutti: sono giovani, simpatici, pieni di volontà, due bei ragazzi piuttosto ben disposti verso l'amore. Fanno amicizia con Carlo Chiavarino, un adolescente di Spezzano che studia in seminario e che gira con loro, con la sua lunga tonaca nera e il cappello pure esso nero, che un giorno gli fanno volare sopra i tetti. Anche lui durante la guerra ha fatto un po' il partigiano, approfittando del permesso di girare in bicicletta - e di quella sottanona - per portare messaggi e sigarette ai partigiani. Nasce un'amicizia che durerà tutta la vita. Vanno a suonare nelle feste da ballo dei dintorni, Giuseppe con l'inseparabile fisarmonica, Umberto con la tromba; l'ultima volta che l'aveva usata era stato per le parate di regime alla colonia eliotropica-fluviale di San Damaso, quella dove Franco aveva gonfiato il petto. Si balla nelle case coloniche, sul selciato del letamaio appositamente ripulito; Giuseppe, in particolare, è molto corteggiato. Quando c'è lui, ha il "cerchio" intorno, sia che racconti barzellette o qualche storia, sia che suoni. Ama moltissimo la musica, che esegue ad orecchio. Ha imparato a destreggiarsi sullo strumento frequentando il "Patronato dei Figli del Popolo" situato in un antico palazzo del centro di Modena. La banda, formata da tanti ragazzini come lui, era guidata da un certo Palmieri, anche lui edicolante, che con tanto entusiasmo cercava di trasmettere la sua passione a quelle anime candide. Fece presa soprattutto su Giuseppe, accompagnato da Umberto e Benito (ma non da Franco, che sempre si rifiutò), che trascorreva lì gran parte del tempo libero, cercando di imparare tutto quello che poteva insegnare uno che non sapeva quasi niente... Eppure la cosa funzionò e fu un grande dono, quello che l'edicolante Palmieri fece a Giuseppe, perché la musica - da allora e per sempre - diventò la sua inseparabile compagna. Ma fu anche, in quel periodo, qualcosa di più e di diverso; infatti, tra i vari modi per fare qualche soldo, ci fu anche l'"Orchestra Panini". C'è un bel quadro del pittore modenese Vaccari che li rappresenta. Si vede Giuseppe che ancora suona il bassotuba (inizialmente fu questo il suo strumento, che poi dovette abbandonare per le difficoltà respiratorie), Benito alla batteria, Umberto alla tromba, che alternava alla chitarra. Franco, l'unico che non aveva voluto suonare e al quale sarebbe stato destinato il clarinetto, avrebbe commentato parecchi anni dopo: "Se avessi fatto come volevate voi, adesso saremmo ancora qui ad andare nelle balere!". L'"Orchestra Panini" gira infatti nelle balere povere del dopoguerra modenese. Lo fa con esiti artistici piuttosto dubbi tanto che si ricorda, a questo proposito, un episodio piuttosto significativo. Una volta suonarono così male che il padrone del locale, quando fu il momento di pagarli, si trovò costretto a dire: "Tenete, questi sono soldi rubati!". Al che, con la solita battuta pronta, i Panini gli risposero in coro: "Be', anche se li ha rubati...". Suonavano veramente male, a quanto sembra, ma con slancio e divertimento contagiosi; avevano anche una propria sigla musicale. Il loro sogno era quello di metter su addirittura un'orchestrina jazz, ma poi non se la sono mai sentita. Nelle "grandi occasioni" avevano anche dei suonatori molto validi che li affiancavano - e a volte ne coprivano gli sbagli -, un po' come degli alter ego. Erano dei loro amici, come Giuliano Leoni, che poi andò a lavorare anche lui alla Panini. Pure Leoni suonava la fisarmonica ed era molto bravo, poi ce n'era un altro che invece suonava la tromba. Giuseppe, questo nostro suonatore di fisarmonica, è dunque un bel ragazzo alto e moro, sempre con la battuta pronta. Si va al bar e non si sa che cosa fare? Arriva lui e c'è il programma già fatto. È un trascinatore. "Mamma mia, ragazzi", ricorda Carlo "era un fuoriserie. Gli altri erano trainati, erano dei vagoni; lui era la macchina, la locomotiva". Carlo conosce questa "locomotiva" del tutto casualmente. Deve preparare il presepe per il suo paese e, per far andare la luce elettrica, gli servono delle batterie. Va a prenderle e se le carica sulla bicicletta. Lungo la strada si ferma un attimo a casa di Giuseppe, che gli hanno indicato come meccanico, per chiedere come debba fare per i collegamenti elettrici. Giuseppe è ancora a letto che suona la fisarmonica; sul comodino, qualche libro un po'... spinto. Niente di proibito, per carità; ma anche l'immagine di una bella ragazza può turbare la tranquillità di un giovanissimo seminarista. Giuseppe infatti, e con lui anche un po' Umberto, si prese poi la colpa di quella tonaca gettata via. "Ma che cosa fai? Che cosa vuoi andare a fare nei preti?", gli chiedeva Giuseppe mentre suonava. Carlo era proprio nel momento della decisione, incerto se continuare o no; un muratore che coabitava con Giuseppe nella villa di Spezzano non ebbe dubbi: "È stato Giuseppe Panini a svestirlo da seminarista". Comunque siano andate le cose, Carlo gliene fu sempre debitore. Continuavano ad essere tutti molto poveri, naturalmente. Il primo maglione Carlo lo ha da Umberto, che glielo presta per una gita; il primo paio di scarpe nuove glielo paga Giuseppe, il giorno del matrimonio. Carlo avrebbe ricordato quel regalo anche a distanza di più di trent'anni quando, in occasione di un anniversario di matrimonio di Giuseppe, gli mise in mano un paio di scarpine d'oro. Li chiamava "gli americani" perché davano, erano generosissimi. Per qualche tempo lui e Umberto girano insieme in motorino: in cerca di moglie, come ammette candidamente. Vanno alle sagre di paese, alle fiere, alle prime feste dell'Unità; la "stagione della caccia" si apriva ufficialmente il 19 marzo, giorno di San Giuseppe. Hanno entrambi il "Cucciolo", un motorino del dopoguerra; uno dei due - quasi sempre quello di Carlo - regolarmente si rompe lasciando a piedi il proprietario che viene recuperato fortunosamente dal compagno. Mai una volta, ricorda Carlo, che Umberto si sia fatto ripagare, in un qualsiasi modo, carburante, riparazione e soccorso. Con quel motorino una volta fanno anche un giro nell'Alta Italia, insieme con un amico. Carlo, veramente, ha il "Galletto" della Guzzi, e l'amico addirittura la Lambretta. Così all'amico dicono: "Tu, che vai più forte, parti e va' avanti, che noi ti seguiamo". E, anche se il "Cucciolo" non è altro che un motorino attaccato a una bicicletta, si va lo stesso... Quando Carlo parte per il viaggio di nozze, oltre al regalo delle scarpe gli prestano anche la macchina fotografica. Veramente è della sorella Norma e di suo marito, ma gliela chiedono apposta, perché lui possa portarsi a casa i propri ricordi. Bello e con una personalità prorompente, Giuseppe trova senza difficoltà una ragazza che gli piace, fra le tante che lo vorrebbero. È di Spezzano, ma il fidanzamento non dura a lungo, forse perché Giuseppe comincia ad ammalarsi e in un paese piccolo, in quegli anni, essere malati è considerato un po' come un disonore. Nei primi tempi, inoltre, la malattia di Giuseppe non è riconosciuta dai medici. Già quando sta ad Ubersetto - ma anche prima della guerra - è in salute soltanto apparentemente, ha i primi sintomi, ma quando va dai medici gli dicono: "Scusi, sa, ma lei è uno sfaticato, non le sembra di aver poca voglia di lavorare?". Ha la tubercolosi ossea. Giuseppe e Umberto, allora, tornano a Modena dove si ricongiungono alla famiglia, ricominciando a vivere nella casa di Rua Muro. Siamo intorno al 1949 e sono sempre tutti e sette insieme, con la madre. Veronica sta per lasciare definitivamente l'impiego come dattilografa per occuparsi a tempo pieno dell'edicola con Olga; Maria fa la magliaia e sta per sposarsi; Benito lavora nell'edicola; Edda bada alla casa; Franco studia. È cresciuto, Franco. Il più piccolo del gruppo, impegnato anch'egli nel dare una mano con i giornali, dimostra di avere una gran voglia di continuare a studiare e di affermarsi. La famiglia decide di appoggiarlo, di provare a dargli quell'opportunità di miglioramento sociale che agli altri è stata negata. Le sorelle, infatti, hanno dovuto tutte abbandonare gli studi dopo le elementari; Giuseppe e Umberto hanno fatto il triennio dell'Istituto professionale industriale "Fermo Corni"; Benito non ha voluto saperne di continuare nemmeno dopo le elementari. I Panini sono quindi orgogliosi di questo fratello grintoso che non vuole cedere, lo incoraggiano a continuare, compatibilmente con le possibilità di famiglia e del tempo. Franco, pur lavorando di giorno, frequenta un corso serale dell'Enal (Ente Nazionale Assistenza Lavoratori), gratuito, che gli dà il diploma di ragioniere: un diploma di valore incalcolabile, in quello scorcio di dopoguerra. E succede il miracolo: Franco viene assunto al Banco San Geminiano e San Prospero. Dev'essere stato un gran giorno, quello, per Olga, venuta a Modena con otto piccoli tra le braccia dal Pallamaglio di Maranello! Franco rimarrà per sempre l'orgoglio di famiglia, un orgoglio riconosciuto da tutti i fratelli. Forse un piccolo aiuto può anche darsi che sia venuto, da qualcuno di quei pezzi grossi della banca o della curia che al mattino si fermano a comprare il giornale da Olga e che scambiano tanto volentieri quattro chiacchiere con lei, che hanno imparato a benvolere come tutti i suoi figli. Ma è giusto che la fortuna ogni tanto conceda un briciolo di se stessa a chi lo merita e ne ha bisogno. Perché Franco è veramente bravo e, in banca, è destinato a fare carriera. Non sa ancora, neppure lui, che il destino ha in serbo una carta differente. Si sposa Maria, che fa la magliaia; si sposa Edda, con Loreno di Castagneto di Pavullo, dell'Appennino modenese, che però lavora con gli zii a Maddaloni, in provincia di Caserta, a preparare salumi. Edda parte con lui nel 1952 e resterà a Maddaloni per dieci anni, finché Giuseppe non scriverà anche a lei: "Torna, la fortuna è qui. Abbiamo bisogno di te e di tuo marito per le figurine". Nello stesso 1952 Umberto trova lavoro come meccanico alla Maserati Motociclette, e già un pezzetto dei suoi sogni sembra realizzarsi; non sa, anche lui, che i motori entreranno nella sua vita con ben maggiore prepotenza e soddisfazione. Ma, come già era capitato all'epoca della morte del padre, soltanto una decina di anni prima, quando le cose per i Panini sembrano mettersi per il meglio succede qualcosa di brutto che rimette tutto in forse, che riapre vecchi dolori, che rispolvera antiche paure. Questa volta è la malattia di Giuseppe: Giuseppe sta male, appena tornato a casa i sintomi si sono aggravati, non riesce più a stare alzato, passa le giornate a letto. 6. Gli anni della sofferenza La prima malattia grave coglie Giuseppe a soli sedici anni, quando prende la pleurite. Il padre è morto da poche settimane e lui sta lavorando alla Fiat come operaio. La pleurite è la conseguenza di un colpo di freddo, a causa di una tromba. Giuseppe, che suona un po' anche quello strumento, deve eseguire l'attenti durante la visita alla Fiat di un gerarca fascista. Quando estrae la tromba dall'astuccio si accorge però di non trovare il bocchino, rimasto a casa per una sfortunata coincidenza. Inforca la bicicletta e, nell'umido e freddo dicembre modenese, si precipita a cercarlo così com'è, senza niente di pesante addosso, tutto trafelato per la paura di non fare in tempo. Dopo pochi giorni il medico gli riscontra una pleurite. Lo ricoverano in Romagna, nel sanatorio di Montecatone, che si trova nei pressi di Imola. Ci passa sei mesi, e non saranno che i primi di una interminabile serie. Edda lo va a trovare; prende il treno fino a Bologna, poi una corriera che la porta a Imola. Si ritrova davanti al lunghissimo stradello di Montecatone, circa quattro chilometri che fa a piedi, come quasi tutti facevano allora. A Montecatone i sanatori veramente sono tre: uno per i soldati, uno per gli uomini e uno per le donne. Giuseppe è ben curato, la sorella riparte contenta che almeno abbia da mangiare a sufficienza. Al ritorno, lungo lo stradello, le offre un passaggio in automobile un signore di Varese che è andato a trovare il figlio: "L'ho visto per l'ultima volta". Perché è un militare e i militari, quando li portavano a Montecatone, voleva dire che erano ormai mezzi morti. Infatti, in fondo allo stradello, Edda ha visto il cimitero pieno dei loro corpi. Adesso è stato tutto rimodernato: non ci sono più i tre sanatori ma un ospedale dove si fa terapia riabilitativa grazie all'impegno delle tre "F" modenesi (Fini, Ferrari e Figurine Panini), che hanno formato una cordata su proposta di Giuseppe, il quale già in precedenza aveva acquistato parte della struttura. Finiti i sei mesi, nella primavera del 1942 Giuseppe torna a casa, apparentemente in buona salute. I guai, come abbiamo visto, ricominciano nel dopoguerra. C'è un precedente, però, sempre durante la guerra, al quale le sorelle attribuiscono la prima avvisaglia o forse addirittura l'origine della malattia successiva. Una sera i tedeschi vengono a prenderlo per portarlo a suonare da qualche parte. Lui, in compagnia di una zia, attraversa i campi con la fisarmonica in spalla ma è buio, scivola o inciampa e cade in un fosso. La fisarmonica gli batte sulla schiena e gli dà un gran colpo che lo lascia per un po' senza fiato. Come si fa a spiegare una cosa simile ai soldati tedeschi in tempo di guerra? Giuseppe si rialza, si rimette in spalla - come può - la fisarmonica e va a suonare. Suona tutta la notte, è bravo e lo fanno suonare a lungo, anche se il dolore è atroce e lui soltanto un ragazzo. "Benché dopo qualche giorno il gonfiore fosse sparito, forse dentro il male aveva cominciato a lavorare", congetturano Veronica ed Edda. Quella che, a distanza di qualche anno, sembra dapprima scarsa voglia di faticare e poi un semplice blocco della vertebra, è invece una tubercolosi ossea. I medici di Modena la curano come possono, è una malattia grave e infrequente, forse le terapie all'inizio non sono le più adeguate. Passano lunghi mesi durante i quali Giuseppe viene curato soprattutto con l'immobilizzazione a letto e con una serie di gessi. Il giovane si sottopone a queste prove con pazienza, ma il tormento è grande. Subito dopo aver fatto il primo gesso, Giuseppe ottiene il permesso di uscire di casa per una passeggiata; è una bella giornata di sole, va a sedersi nel prato del Foro Boario, a respirare un po'. Si siede sull'erba, inesperto com'è, e dopo qualche minuto si inerpicano sotto il gesso lunghe file di formiche. Le sorelle, che l'hanno accompagnato durante la passeggiata, si sono portate dietro gli arcolai della lana per lavorare un po' anche mentre sono fuori casa; Giuseppe si avventa su uno di questi, ne strappa una stecca e comincia a grattarsi, dimenandosi e contorcendosi disperatamente. Ha un tale tormento che i medici saranno costretti poi a togliergli il gesso; sotto troveranno le piaghe. Lo ricoverano all'ospedale Santa Corona di Pietra Ligure, che lui chiama Santa "Scarogna"; vi resta due anni, sempre immobile a letto. Neppure lì sanno come curarlo, però si sta diffondendo la penicillina cosicché riescono almeno ad arrestare l'avanzata della malattia. Purtroppo, sei o sette vertebre sono già state intaccate. Giuseppe non si abbatte, sembra che la malattia non riguardi lui ma un altro. Accetta la sofferenza, non cerca di opporsi ad essa. E la sofferenza lo sfiora, lo invade, lo dilania, ma lo rispetta: non riuscirà a cambiarlo. Lo accompagnerà per tutti gli anni successivi, presenza silenziosa e costante che gli renderà la vita, che lui tanto ama, ancora più profonda e appassionante. È il 1950 e Umberto compie vent'anni; Giuseppe gli scrive una lettera in cui elogia la giovinezza e la salute fisica. "È vissuto tanto proprio perché aveva questa gran voglia di vivere", dice adesso il fratello. A Pietra Ligure Giuseppe mette su un'organizzazione formidabile, sempre senza potersi muovere dal letto; i ricoverati, costretti anche loro a lunghi periodi di inattività, reagivano costruendo oggetti vari, come gondole ricavate da corni di animale o cose simili, che poi rivendevano ai parenti o a qualche visitatore sorpreso e forse impietosito. Giuseppe li convince a farsi portare presso il proprio letto tutti questi prodotti di artigianato ospedaliero perché, magari, uno non venda una gondola a un prezzo inferiore a quello di un altro. È lui che si occupa della vendita, cercando di spuntare il prezzo migliore, poi divide il ricavato. Allestisce anche una sorta di totocalcio, con alcune borse agganciate intorno alle sponde del letto. Vende cartoline. Vende francobolli. Quando i parenti, sempre tramite lettera, lo avvisano della loro venuta, riesce a procurare loro il posto per dormire. Fuori dell'ospedale, naturalmente; e lui è immobilizzato a letto... Sempre stando sdraiato a letto, suona la fisarmonica. "Mi ricordo di quando mi raccontava di essere stato ricoverato in Liguria", dice Fabrizio Venturelli, responsabile della segreteria di Giuseppe Panini alla Camera di Commercio di Modena negli anni in cui egli ne fu presidente. "Diceva che anche allora aveva una gran voglia di fare e che le giornate gli sembravano sempre troppo corte; per esempio, si era costruito una specie di rudimentale telaio di legno (un'asse con dei chiodi sui quali intrecciava dei fili colorati di lana) che poteva utilizzare stando sdraiato a letto e con il quale aveva fatto uno scialle per la madre, che l'aveva conservato con affetto. "E", diceva ancora "quando venivano le dieci di sera e spegnevano le luci, per me era un dispiacere perché avevo ancora tanto da fare". Il fatto è che lui si era creato, anche lì in ospedale, un'infinità di interessi e di piccole attività. Si dava degli obiettivi. Anziché deprimersi, come avrebbero fatto altri, lui reagiva". Lo aiuta moltissimo l'amore per Maria, che ha conosciuto in corriera durante un viaggio per curarsi. Lei è una parrucchiera di un paese della provincia di Modena, sta andando a Milano per lavoro. Scoppia un amore con la "a" maiuscola per il quale Maria segue Giuseppe in tutte le tappe della sofferenza; si trasferisce anche lei a Cortina, dove lavora come parrucchiera in un negozio del paese fino a quando per Giuseppe, ormai, non è ora di tornare a casa, dove si sposeranno nel 1956. I fratelli vanno a trovarlo più volte, anche con mezzi di fortuna perché i soldi continuano a scarseggiare e il viaggio è lungo. Una volta ci vanno in bicicletta, in più tappe, chiedendo ospitalità per la notte nelle canoniche lungo la strada. Un'altra volta ancora prendono il treno, con l'amico Carlo Chiavarino, che per l'occasione recupera dei berretti dell'Azione Cattolica, così sul treno tutti li scambiano per poliziotti. Intorno al 1954 Giuseppe accetta senza esitare di sottoporsi nell'ospedale di Cortina a un'operazione davvero avveniristica; gli trapiantano nella schiena degli ossi di vitello. L'operazione, con poche probabilità di successo, riesce e Giuseppe, dopo una lunga riabilitazione, può finalmente riprendere a camminare e a condurre una vita normale, anche se altre disgrazie riguardanti la salute fisica lo attenderanno dietro l'angolo, disgrazie che si abbatteranno su di lui soprattutto negli anni '80 (un aneurisma all'aorta che lo ridusse in fin di vita; operazioni alle coronarie, un intervento per l'applicazione di by-pass, un altro ancora perfino a un ginocchio); l'ultima, nel 1996, lo condurrà alla morte a 71 anni per arresto cardiocircolatorio, alla vigilia di un nuovo intervento all'aorta. Dopo l'operazione di trapianto riesce, un po' alla volta, anche a fare a meno del busto ortopedico; solo, sulla schiena, gli resta la spina dorsale ingrossata in corrispondenza della parte trapiantata. Si considera un miracolato e quando affronta l'argomento, anche a distanza di anni e anni, non esita a dichiarare: "Ogni anno in più è stato un regalo. Ricordatevi che, quando morirò io, morirà comunque un uomo felice, perché ho realizzato la mia vita più di quanto avessi potuto sperare". Effettivamente Giuseppe ha affrontato quell'operazione di trapianto senza garanzie di riuscita e, nella disgrazia, è stato fortunato. Una sera, parecchi anni dopo, a una cena a Sassuolo in compagnia di illustri medici, essendo saltato fuori proprio il nome del chirurgo che l'aveva operato e che era stato anche l'inventore di quel tipo di trapianto, Giuseppe raccontò la propria storia ma tutti i presenti, pur con grande cortesia, rifiutarono di credergli. Un gran professore di fama internazionale gli obiettò: "Lei sta raccontando una cosa non vera". "No, no, è vera". "È impossibile, noi sappiamo con certezza che sono state fatte soltanto tre operazioni di quel genere e che due dei trapiantati sono morti subito dopo". "Sì", confermò Giuseppe "e il terzo sono io". Si alzò in piedi e, sorridendo in faccia ai medici attoniti, si slacciò la camicia e mostrò la lunghissima cicatrice. 7. Fondi di magazzino Dunque il distributore della "Gazzetta dello Sport" su Modena e provincia non è più intenzionato a tenerla, in quella metà circa degli anni '50. Viene allora proposta ai Panini, che la prendono in esclusiva. La vendono sotto il portico, su di un tavolino. Il lavoro aumenta e, come aveva previsto Olga, da cosa nasce cosa. I Panini prendono tutto quello che trovano, anche ciò che rimane invenduto e quello che le altre due agenzie modenesi di distribuzione rifiutano: si gettano a capofitto nel lavoro, giorno e notte, cercando di scartare il cattivo e di tenere il buono. Come ha raccontato Franco, ben presto aprono un localetto in Via Sant'Agata, sempre nelle vicinanze della loro edicola, che terranno per due o tre anni, e lo adibiscono a magazzino-agenzia di distribuzione. Si dedicano anche ai francobolli, una passione che durante il periodo della guerra era stata trasmessa a Benito da un cugino; Benito poi l'aveva passata a Giuseppe, che da allora ci si era sempre dedicato, persino da ammalato. Giuseppe è nel giro filatelico, viene considerato - anche fuori Modena - un apprezzato intenditore. Non è difficile, per lui, preparare bustine di francobolli a poco prezzo che poi rivende direttamente in edicola o ad un giornalaio che rifornisce i negozi interessati. Contagia anche la madre che, come abbiamo visto, fino alla morte continuerà a staccare, lavare, asciugare e imbustare francobolli. Il piccolo "centro d'attività" dei Panini si trasferisce poi in una strada limitrofa, Via Caselline. Lì preparano un angolo della stanza appositamente per i francobolli. Circondano quest'angolo con alcuni cartoni e all'interno - come dentro una grande scatola - li mescolano prima di infilarli nelle bustine. E poi comprano qua e là; c'è, per esempio, un distributore di Parma che recupera tutti i giornali invenduti e ne fa delle buste che vende sottocosto, che loro fanno girare tra i giornalai. Il guadagno è minimo, però qualcosa anche lì si prende, qualcosa che va ad aggiungersi agli altri piccoli guadagni. Nel negozietto di Via Caselline si avvicendano Veronica e Benito; la madre sta soprattutto in edicola, dove le dà una mano anche Franco, quando finisce l'orario di lavoro in banca. Giuseppe si rimette in salute e poi si unisce agli altri. Umberto è in Venezuela, Norma è sposata e bada ai cinque figli, Edda è a lavorare con il marito a Maddaloni, Maria fa la magliaia. Giuseppe e Benito acquistano anche figurine invendute e le propongono con una nuova formula, abbinandole in una busta a qualche giornaletto anch'esso invenduto e ad un gingillino, con anticipatoria funzione di gadget. Non solo riescono a vendere tutto, ma si trovano ad avere delle richieste senza più avere figurine a disposizione per soddisfarle. Giuseppe, ce l'ha raccontato lui stesso, intuisce subito che quella delle figurine può diventare una cosa grossa. Compra - facendosi anche prestare dei soldi dai parenti - una collezione che ha per soggetto i fiori e la fa vedere con entusiasmo all'amico Carlo Chiavarino. Ne è entusiasta anche lui, tanto che ne acquista subito una serie tutta intera. Altroché: un buco nell'acqua. Però ormai Giuseppe ha capito che l'idea della figurina è vincente e che è stato soltanto il soggetto prescelto ad essere sbagliato. Ma sul fatto che le figurine si possano vendere anche da sole non ha più dubbi. La delusione della collezione dei fiori è la molla che lo fa scattare. Ormai si è accorto che per i bambini le figurine possono diventare una passione trascinante: saranno quelle del calcio, nel 1960-'61, che sfonderanno. Nel frattempo le cose per la famiglia Panini stanno procedendo bene su tutti i fronti e da Via Caselline si passa in altri locali più spaziosi, una serie di cantine in un cortile interno in Via Castelmaraldo 32. È il 1959. In questa agenzia-laboratorio artigianale, non molto dissimile da quelli dove nella vicina Carpi sta nascendo l'industria della maglia, dentro le buste si buttano - quando ce ne sono - anche le figurine. Ma Giuseppe freme: non può aspettare di utilizzare le giacenze, ha bisogno delle figurine e deve averle. Se le farà lui. Si accorge anche del problema delle "doppie", che rende frustrante per il bambino la prosecuzione della raccolta. Le "doppie" sono legate a una concezione miope del foglio di stampa, per cui la stessa figurina compare sempre nello stesso posto e cade dentro la bustina sempre all'interno della stessa sequenza. Così Giuseppe compra i sacchi delle figurine invendute e già tagliate e, con l'aiuto dei fratelli, li apre e li sbatte contro il muro dell'agenzia. Le figurine, scagliate con violenza, si mescolano nello svolazzare a terra. Ci pensa poi il badile, a rimestarle ben bene. Già, perché le prime figurine vengono mescolate dai Panini con il vecchio badile contadino. E pensare che siamo all'inizio degli anni '60. Così è cominciata, questa storia che ha dell'incredibile. Vent'anni dopo i Panini fattureranno più di 160 miliardi di lire l'anno. Poi bisogna infilare le figurine nelle bustine e, all'inizio e per qualche anno, questo è un lavoro che viene fatto completamente a mano, proprio come si fa con i francobolli. Solo che le bustine delle figurine diventano ogni giorno di più; si chiamano delle donne, alcune delle quali reclutate nel contesto familiare, che nel corso degli anni, fino a quando nel 1965 non si aprirà l'azienda di Via Emilio Po, diventeranno una decina. Però non sono sufficienti, perché il lavoro aumenta sempre più; così i Panini danno le figurine da imbustare anche all'esterno, soprattutto a gruppi di signore anziane e a famiglie, che le preparano stando a casa propria: sono i primissimi anni '60, gli anni del boom del lavoro a domicilio, e con le figurine avviene esattamente quello che avviene con le maglie a Carpi. Le danno anche all'interno di alcuni istituti di assistenza pubblica con sede a Modena, come quello per i sordomuti. Le danno perfino ai carcerati, ma qualche volta non mancano spiacevoli sorprese. Come quando viene introdotta la novità delle "valide", le figurine-punto che - collezionate in un certo numero - danno diritto a un premio. È un premio tutto sommato modesto, adeguato ai bisogni di un bambino: un pallone, una maglia da calciatore. I carcerati, però, evidentemente nascondono un cuore fanciullo, nel senso che dalle bustine da loro confezionate le valide spariscono spesso e volentieri. I Panini lo fanno presente al direttore del carcere che, per niente sorpreso, osserva: "Ma che cosa volete aspettarvi? Chiamatevi fortunati che a voi rubano solo quelle...". "Alla fine degli anni '50, quando ho conosciuto Benito e mi sono fidanzata con lui, il lavoro stava cominciando a crescere ma era, ancora, una piccola cosa: piccola, piccola, piccola. Quando però ci siamo sposati, nel '61, già cominciava ad alzarsi su come lievito. Avevano un certo Gino che li aiutava; non era proprio svelto del tutto, ma a stare con loro era progredito moltissimo ed era diventato capace di svolgere alcune incombenze. Anch'io qualche volta ho dato una mano a imbustare; lo facevo portandomi il lavoro a casa, mentre invece mia sorella lavorava con loro in quella specie di garage". Per mescolare, e bene, tante figurine il badile però si rivela quasi subito insufficiente; è la volta allora della zangola, il recipiente dove il casaro versa il latte, per scuoterlo con una specie di mestolo finché non diventa burro. Nella zangola dei Panini non c'è il burro, ma l'intera collezione da scompaginare per non privare i bambini della gioia onesta della scoperta. Alla zangola viene applicata una manovella e, gira e rigira, si prepara l'"impasto" per riempire le bustine. Le quali, naturalmente, vengono riempite e chiuse a mano (più o meno come si fa con i tortellini) o, tutt'al più, con l'aiuto di un aggeggino meccanico, una specie di piccola impastatrice domestica, dentro la quale si infilano le due parti della bustina, unite soltanto da un lato. Passando dentro la macchina, la pressione le "salda" facendo incastrare i lembi secondo un certo tratteggio. Non si può fare altrimenti: non esistono macchine apposite. Non ancora, almeno. Non fino a quando, richiamato e convinto apposta da Giuseppe a restare per progettare e costruire le macchine di cui hanno bisogno per industrializzare la produzione, nel 1964 non tornerà Umberto dal Venezuela. 8. L'inizio dell'avventura Al principio degli anni '60 gli Artioli sono proprietari della più importante azienda grafica di Modena, dalla quale sono usciti anche i famosi "Annuari" della Scuderia Ferrari. La ditta Artioli è in contatto con la litografia di Ivo Bertolini e di suo zio, che curano per gli Artioli la realizzazione di alcuni lavori. Ivo Bertolini riceve quindi da Giuseppe Panini l'incarico di provvedere a stampare in proprio le prime figurine, ma non è una cosa semplice anche perché, come abbiamo visto, egli non dispone dei macchinari adatti. Bertolini va allora da Paolo Artioli e gli spiega: "Ho conosciuto delle persone che vorrebbero fare una collezione di figurine. Sono disposti ad investire". "Chi sono?". "Si chiamano Panini. Hanno un'edicola in Corso Duomo, però hanno delle idee...". "Be', senti, presentameli e poi vediamo". Artioli, per fortuna, almeno sa già che cosa sia una collezione di figurine, dato che - alcuni anni prima - aveva stampato qualche serie su commissione della Liebig. Ma, proprio per questo, sa anche che, tolti uno o due editori, non c'è nessun altro che le stampi in proprio, anche perché non esiste un mercato della figurina: ci sono figurine di fiori, di animali, ma si tratta di iniziative limitate e di scarso risalto. Le parole di Bertolini, di conseguenza, non lo esaltano; tuttavia, con buon fiuto degli affari, decide di andare a vedere personalmente di che cosa si tratta. Arriva in Via Castelmaraldo e, in un cortile interno di una vecchia casa, trova l'"ufficio" dell'agenzia di distribuzione Panini. La faccenda non viene mica decisa su due piedi; si fanno alcune prove, perché effettivamente si tratta di una cosa senza precedenti. I Panini vanno nello stabilimento di Artioli ed è allora, appunto, che gli portano quella famosa fotografia in bianco e nero di Bolchi: "Ma questa, si potrebbe passare a colori per vedere che risultato ci darebbe?". Artioli e Bertolini si mettono al lavoro e, tramite i primi fototipisti di quegli anni '60 - sembra quasi assurdo pensare che la fotolito sia nata così tardi, qui a Modena e in tutta Italia in genere, ma è proprio andata così -, mettono Bolchi a colori. Il risultato entusiasma i fratelli: "Ah, come viene bene! Allora, sareste disposti?...". "Fate un piano di quello che volete fare e dopo vediamo", suggeriscono Artioli e Bertolini, ancora prudenti. "Noi vorremmo fare album di questo tipo", cominciano a spiegare i Panini, che hanno già le idee abbastanza chiare. Allora Artioli e Bertolini si convincono di avere a che fare con persone non prive di un certo capitale, evidentemente quello messo da parte con i primi guadagni ottenuti dalla distribuzione della "Gazzetta dello Sport". La cosa, anche finanziariamente, può essere interessante. Decidono di provare. Paolo Artioli è giovane, sui trent'anni, e Ivo Bertolini ha due anni di più; amano il loro lavoro, vivono in un'epoca piena di fiducia nell'avvenire, non si tirano indietro. Ma né il padre di Paolo né lo zio di Ivo, gente di un altro tempo, credono a questa iniziativa. Inutile dire che i titolari delle rispettive aziende sono loro. Le figurine vengono comunque stampate all'interno delle aziende di famiglia, perché sono le uniche che abbiano i macchinari. Non c'è una grande autonomia, però, perché ci sono anche degli altri lavori da fare, lavori urgenti e più sicuri, legati ad altre attività industriali e commerciali che in quel momento stanno nascendo in territorio modenese, come - per esempio - quella delle ceramiche di Sassuolo. Tra il dépliant delle piastrelle e le figurine non ci sono dubbi: vincono le piastrelle, e le figurine aspettano pazientemente il loro turno, in coda, nei ritagli di tempo. Del resto, questa della figurine non è ancora un'attività che si possa far da sola: chi è che ci crede, in quegli anni? Paolo e Ivo si guardano in faccia e decidono: "Che cosa facciamo, a questo punto? Apriamo un'aziendina per conto nostro". Ed è proprio quello che fanno, senza perdere tempo. Anche perché, dopo un anno o due di questa vita, i Panini sono riusciti ad acquistare il terreno in Via Emilio Po per crearvi un proprio stabilimento, all'interno del quale possono dare in affitto a Paolo e ad Ivo un capannone per la stampa delle figurine. Artioli e Bertolini restano con i Panini la bellezza di dieci, dodici anni, poi smettono perché Umberto crea all'interno dell'azienda un proprio reparto grafico, che dirige lui stesso. Ma il distacco fra i Panini e la coppia Artioli-Bertolini è del tutto indolore; i rapporti rimangono estremamente cordiali, non ci sono motivi di attrito, anche perché nel frattempo sono emerse nuove possibilità di affermazione professionale pure per loro. Ognuno va per la propria strada, rimanendo amico degli altri. E l'amicizia è stata davvero importante, cementata anche dalle esperienze dei viaggi all'estero, alla ricerca dei mercati. Paolo Artioli andava volentieri con i Panini, perché quando c'era da trovare delle soluzioni tecniche avevano bisogno della sua presenza e per lui si trattava di un arricchimento di esperienze. Ci sono stati dei momenti molto belli che lui ricorda volentieri, come quella sera a Brema, nel freddo nord della Germania, quando Giuseppe, in un'accogliente "rathaus" piena di odori e voci tedesche, tirò fuori la sua fisarmonica che portava sempre con sé e riuscì ad attirare tutti i presenti. "La semplicità di quell'uomo era straordinaria", dice Paolo. "E anche quella di Umberto. Dovunque andassero, in qualunque parte del mondo, in mezzo a persone di prestigio, che parlavano lingue per noi per lo più incomprensibili, loro riuscivano a farsi capire anche dal punto di vista umano, a instaurare un dialogo che non fosse solo d'affari, a stabilire un contatto cordiale, quasi intimo. Erano uomini tra gli uomini, senza fronzoli, senza sovrastrutture, e gli altri lo capivano. La figurina va senz'altro abbinata a Giuseppe, che ne ha avuto l'intuizione, anche se inizialmente è stato Benito ad occuparsene; Umberto è riuscito a trovare il modo per renderla industriale; Franco ha saputo creare l'impero commerciale. Giuseppe le sue intuizioni diceva di averle avute mentre era ricoverato a Cortina: rifletteva, guardava la gente intorno a lui, considerava quale e quanta necessità provassero di avere qualcosa di cui occuparsi; forse si rese conto dell'importanza di avere una passione, che per alcuni - bambini e adulti - sarebbe potuta essere anche la figurina. Può darsi che sia successo proprio perché in quel periodo era distante dal mondo del lavoro: se fosse stato tutto il giorno dentro l'edicola, probabilmente non avrebbe avuto né il tempo né l'opportunità di ragionare sulle nuove occasioni che gli si stavano profilando. Noi siamo sempre andati d'accordo, loro mi hanno stimato e io ho stimato loro, e ho anche trovato logico che - ad un certo punto - Umberto abbia fatto la scelta di mettersi in proprio, anche perché ormai aveva acquisito tecnologie e competenze. Bertolini e io creammo allora una nuova azienda e, quando i Panini decisero di fare da soli, ci lasciarono tutto il tempo di costruirla. Oggi, che Ivo è morto, sono socio con suo figlio, che conduce l'azienda mentre io mi occupo del Poligrafico Artioli, la mia azienda di famiglia. Stampiamo e facciamo il finissaggio, ma non di figurine, perché con le figurine ho chiuso; la mia esperienza è stata quella con i Panini. Sono stati bravi; hanno saputo dimostrare che si può partire anche dal niente. Quando si sono rivolti a me, evidentemente avevano già un piccolo capitale, perché nei pagamenti sono sempre stati precisissimi. All'inizio sono partiti così in piccolo che non è che ci volessero grandi somme, comunque... Se avessero dovuto comprare i macchinari, forse non ce l'avrebbero fatta. Io ci ho creduto, ci ho messo i macchinari e la cosa ha funzionato, tanto che sono stato ripagato in pochi anni, e bene. Però, in partenza, sarebbe potuta anche essere un'iniziativa destinata al fallimento, magari dopo un solo anno... Gli inizi non sono stati facili, i primi fogli erano appena 50x70, i primi album - addirittura - li facemmo stampare a Milano perché non eravamo ancora pronti, la distribuzione era organizzata direttamente da loro. In seguito arrivammo ad alcuni milioni di figurine al giorno; quando sono venuto via io, si facevano già 500-600.000 bustine al giorno. Credo che si sia arrivati anche a più di 4 milioni di bustine, cioè a più di 16 milioni di figurine al giorno. I Panini sono stati davvero bravi, inoltre, a saper gestire tutto quel mondo che ruotava intorno a loro. Se lei avesse visto quanti camion, quante persone venivano a Modena a rifornirsi direttamente; ricordo un camionista che veniva ogni due giorni da Napoli e ad ogni viaggio caricava 50-60 quintali di questa roba. Veniva in fretta, così guadagnava; sapeva che, appena tornato a casa, gliel'avrebbero "bruciata" subito. E così facevano tanti altri. In poco tempo i Panini hanno convinto tutti a lavorare su questa cosa". 9. Venezuela, addio In quella rigida mattina di fine gennaio del 1957 sono pochi i passeggeri che stanno per imbarcarsi per il Venezuela. Umberto raccoglie la sua valigia e si avvia sulla passerella. Non avrebbe mai creduto di finire a fare l'emigrante anche lui; non si vede, a dir la verità, nei panni dell'emigrante. Con il consueto buonumore lancia un ultimo sguardo all'Italia alle sue spalle; quella davanti a lui è un'avventura, una sfida, una delle tante prodezze del ceppo Panini. E chi l'ha obbligato, poi? Il lavoro l'aveva. Ma da tante persone aveva sentito dire che da qualche altra parte avrebbe fatto molto più in fretta, con la sua abilità di meccanico, a guadagnare quel piccolo capitale che avrebbe potuto permettergli di comprarsi un'edicola tutta per sé. Quella di Corso Duomo stava cominciando a funzionare, i giornali da vendere erano ormai parecchi. Erano lontani i tempi del finocchio in brodo diviso tra nove persone. Il primo pensiero, veramente, l'aveva fatto sul Canada, ma ci voleva qualcuno, dall'altra parte, che ti mandasse a prendere. E chi? Allora aveva pensato all'Australia, però gli avevano detto che era indispensabile conoscere l'inglese. Detto fatto: si era iscritto a un corso di inglese, uno dei primi. Ma imparare l'inglese quel tanto da poter conquistare l'Australia si era rivelata un'impresa non facile, nelle giornate da meccanico alla Maserati Motociclette e con l'edicola da aprire alle sei del mattino e da tenere dopo la chiusura della fabbrica fino alla dieci di sera. Il Venezuela era sembrata la scelta migliore: c'erano già tanti italiani, là, e poi lo spagnolo non era l'inglese. Umberto si accomiata e il suo non sa se sia un addio oppure un arrivederci. Lo attendono ventidue giorni di navigazione, dentro quell'Oceano sconosciuto. A metà del viaggio compie gli anni, ventisette. Fa cattivo tempo, quel giorno; la nave, piccola e indifesa, barcolla tra le onde. Gli altri passeggeri stanno chiusi in cabina, cercando di difendersi come possono, con lo stomaco a pezzi. Ma Umberto no: nella altrettanto piccola sala da pranzo mangia tutto solo, forse ripensando ai suoi, al di là dell'acqua. Quand'ecco una musica improvvisa, non un gran che - intendiamoci - , piuttosto un mormorio di melodie di moda, però sempre un fluire di vita nel silenzio. Umberto alza gli occhi dal piatto e trova alle sue spalle tre anziani suonatori (con la faccia un po' rantolante, poveretti, forse non vedevano l'ora di tornarsene anche loro in cabina): sono dei vecchietti, hanno un violino, una chitarra, cantano. Davanti a una tortina, sulla nave piccolina, quell'orchestrina - che Fellini avrebbe sicuramente amato - festeggia il compleanno di Umberto e le note di "Tanti auguri a te" si spargono sul mare, anche se l'urlo delle onde le ricopre. Gentile omaggio, cortese consuetudine del capitano ai viaggiatori in odor di genetliaco. Così, con la sua giovinezza ancora intatta, con i suoi sogni nella valigia, con il suo destino di italiano degli anni '50, accompagnato forse anche dall'"orchestra Panini" oltre che da quella di Fellini, Umberto sbarca in Venezuela. "No, lei deve pagare anticipato". "Ma io sono una persona onesta, non si preoccupi. Ho già trovato il lavoro e, non appena prendo la paga, le do i soldi della settimana". "Niente da fare. O mi paga subito o se ne va. Io non ho niente contro di lei, però dicono tutti così e poi, dopo qualche giorno, se ne vanno di nascosto, e chi li vede più?". L'affittacamere di Caracas è inflessibile, Umberto prova ancora a convincerlo però non c'è niente da fare: pagamento anticipato. Ma i soldi, che a Modena erano sembrati sufficienti, se ne sono già andati tutti durante il lungo viaggio: il portafoglio è vuoto e Umberto non sa che cosa fare. È vero che il lavoro ce l'ha, come fabbro; appena sbarcato dalla nave non ha avuto che l'imbarazzo della scelta, proprio come gli avevano assicurato; e anche per la lingua nessun problema, qui sono praticamente tutti italiani... Ma i soldi per pagare la camera ancora non li ha guadagnati. Sconfortato, si siede sul bordo del letto, mentre il padrone lo lascia solo perché decida il da farsi. Tanto vale risistemare le proprie cose, per essere pronto per ripartire: Umberto apre la valigia - la sua casa, fino a quel momento - e tira fuori tutto, compresi gli indumenti che non ha ancora indossato e che deve pur mettersi, se non vuole sembrare un vagabondo e alienarsi così la simpatia di un altro affittacamere più disponibile. Nel sistemare la biancheria di ricambio cade a terra, con un tonfo sommesso, un rotolino di carta. Incuriosito, lo raccoglie e si accorge che c'è scritto sopra qualcosa: "Da aprirsi solo in caso di bisogno". La calligrafia è della mamma. Sorpreso ed emozionato, Umberto lo svolge con ogni cura: dentro, al posto delle parole che si aspettava, ci sono 50 dollari. 50 dollari! Anche a questo aveva pensato, sua madre. E come aveva fatto, poi, a mettere insieme una tale cifra... Tra le calze ancora ben piegate trova un'altra carta: una lettera, questa volta. Sempre con la calligrafia della madre, indirizzata a "mio figlio Umberto, da leggere in avvenire quando sarai lontano": "Caro figlio, ricordati che sei Italiano! Denigrare la tua Patria sarebbe come offendere la casa dove sei nato. Come straniero devi rispetto alla terra che ti ospita; osserva le sue leggi, i suoi costumi. Evita discussioni di qualsiasi natura per non avere noie con gente che non conosci a fondo. Nel lavoro metti tutta la tua attenzione, ma non esagerare nelle ore perché il riposo ha le sue esigenze e potresti compromettere la salute. Pensa al riposo come a un balsamo alle tue fatiche, perciò non sprecarlo in cose inutili. Conserva con cura la tua roba e il tuo denaro che ti costa fatica e grande sacrificio. Aiuta il tuo prossimo nelle tue possibilità, ma attento agli adulatori; potrebbero trarti in inganno. Pensala come credi, ma tienti lontano da discussioni di politica e di religione. Ascolta però sempre volentieri i buoni consigli per trarne profitto. Quando ti assale la malinconia pensa all'immensità del creato e che, benché distanti, vediamo lo stesso cielo e ci riscalda lo stesso sole. Dio è grande e onnipotente. Pensa al domani, che sarà estremamente migliore. Sera e mattina ricordati di elevare un pensiero al Signore, trovati dei buoni compagni e, potendo, recati con loro alla Santa Messa alla domenica. Ricordati della tua famiglia, della tua ragazza che ti aspetta, e di tua madre, che ti ha sempre nel cuore e pensa già al tuo ritorno. Dio ti benedica. Tua madre". Nella notte sudamericana colma di profumi Umberto non è più solo. Ripiega quel piccolo tesoro e si avvia per andare a pagare l'affittacamere; ma ripensa anche a quell'altro tesoro, laggiù nella Modena nebbiosa, a quella stella che - adesso ne è sicuro - non l'abbandonerà né adesso né mai. Il domani torna a splendere di meravigliose promesse. Dopo qualche tempo Caracas gli va stretta. Sembra di essere in Via Emilia, ci sono soltanto italiani, italiani dappertutto. Insomma, uno attraversa l'oceano, sfida la sorte, e poi... Decide di andare a Maracaibo, dove ci sono i pozzi petroliferi, le grandi compagnie, dove trivellano giorno e notte, con macchinari immensi, modernissimi. Lì c'è bisogno di manodopera specializzata e c'è anche da imparare un sacco di cose, invece che passare la giornata a fare inferriate. Detto fatto, Umberto parte. Non c'è il treno, potrebbe prendere l'aereo: e con quali soldi? Ma poi ha un asso nella manica: il suo motorino, un Iso che si è caricato sulla nave in previsione di poter sfruttare al meglio la propria indipendenza. Lo so che sembra un'invenzione letteraria ma quell'Iso scooter, che fa - sì e no - gli 80 all'ora, è davvero venuto in Venezuela con lui, anche perché - diciamoci la verità - come avrebbe potuto Umberto abbandonare il proprio motorino? Da Caracas a Maracaibo ci sono 700 chilometri, di pianure e giungle sterminate, mica i campi coltivati con le case coloniche a poca distanza l'una dall'altra. Ma sa dove mettere le mani, in caso di necessità, e vuole seguire la sua strada: la strada di Maracaibo, appunto. Divide il viaggio in due tappe, ed è un'altra impresa notevole, a quella velocità da record, immaginiamo su carrettiere non proprio lisce e sicure. Quando scende la notte, non ha esitazioni; benché fiducioso nel prossimo, e abituato a rapporti onesti, dove il furto è soltanto una parola letta sui giornali e riferita a paesi lontani, riaffiora in lui il previdente e prudente istinto contadino: non si sa mai, pensa, anche se a malincuore. Così adocchia una capannuccia di frasche lungo la strada e la sceglie come riparo notturno, ma prima si lega il motorino a una gamba con una lunga corda che si è appositamente portato dietro da Caracas. La nasconde nell'erba e dorme, pronto a tutto. Maracaibo è una vera pacchia, per un meccanico esperto e volonteroso. Nel giro di pochi anni Umberto, da nessuno che era, diventa qualcuno, lavorando alle perforazioni su macchinari tecnologicamente molto avanzati. E si sposa, con la sua ragazza modenese. Il matrimonio avviene per procura, poi Adriana0 lo raggiunge, anch'ella attraverso quell'oceano ormai diventato un po' "di famiglia". Hanno una figlia, si comprano una bella casetta, sono stimati, ben inseriti: ma lontani da casa, con un clima che per Adriana non si rivela il più adatto e che non è compensato dalle tante gratificazioni che Umberto coglie dal lavoro. La sua fama come meccanico è ben giustificata; lo cercano in tanti e gli episodi si sprecano. Si rivolge a lui, disperato, forse un ultimo dell'anno, un ricco nordamericano tutto elegante, rimasto a piedi all'improvviso con l'automobile. Ma anche Umberto quella sera è tutto elegante; deve uscire con la moglie - un'uscita più unica che rara, per quella famiglia impostata sulla sobrietà di vita - e non può accontentare il cliente. Quello insiste, insiste tanto che Umberto cede. Con una specie di intuito scatenato forse dall'insofferenza per la situazione, sferra un colpetto sul carburatore del macchinone e il motore si rimette subito in moto. Lui si stesso si meraviglia. "Che cosa ti devo?", chiede il nordamericano dopo una lunga profusione di ringraziamenti. "Mi dia 100 bolivar". "Come, 100 bolivar per una martellata?", si meraviglia l'altro, già dimentico del grosso favore personale che gli è appena stato fatto. "Mi sembra un'esagerazione". "Però, sa, io sono venuto via da casa, stavo uscendo, ho dovuto lasciare mia moglie che mi aspettava...", tenta di spiegare Umberto, a sua volta indispettito. "Ma se tu dovessi farmi la fattura, che cosa ci scriveresti?", insiste l'altro. "Eh, ci metterei: per una martellata, un bolivar; per averla saputa dare, 99 bolivar. Vede? Il conto torna...". Il nordamericano scoppia a ridere e gli dà allegramente i 100 bolivar. La battuta non è di Umberto, che però è stato svelto a ricordarla e a metterla in pratica, con quella stessa cordiale sveltezza - tutta "Panini" - che sa mettere nel lavoro e con cui si sta costruendo la sua piccola fortuna. Da Modena, via mare, giungono intanto, senza interruzione, fiumi di lettere, le lettere chilometriche che la gente di un tempo si scriveva pur avendo fatto solo le scuole elementari, e spesso neanche quelle. Lettere dove si parla di piccole cose e grandi sentimenti, lettere che sono come catene, fragili come il cristallo ma dure come l'acciaio, che legano più di quanto la distanza non divida. Scrive la madre, e scrivono i fratelli. Gli scrive, un giorno, il solo Giuseppe, e nella busta c'è dentro qualcosa che, a prima vista, Umberto neppure riconosce. Sono figurine, un pacchetto di figurine bianche, ancora più bianche in quell'universo di oro nero dove tutti vivono e che riempie polmoni e portafogli e ricopre peli del naso, ciglia, sopracciglia, per alcuni anche i ricordi. Umberto sfoglia quelle figurine bianche che subito diventano nere. Sorride, alle parole del fratello: "L'America l'abbiamo trovata qui. Torna, abbiamo bisogno di te; dobbiamo inventare delle macchine per fare queste". Ma fuori dalla finestra della bella casetta di Umberto le macchine sono altre, gigantesche, incombenti: quale macchina può volere Giuseppe da lui, per quei rettangolini di carta che non si sa neppure a chi e a che cosa potrebbero servire? Passano sette anni, davvero tanti. Il desiderio di rivedere la madre è sempre più forte, e anche Adriana vuole tornare almeno per un po', e poi la bambina non è mai stata in Italia, mai con i suoi parenti, quella piccola Panini sconosciuta nata nell'altro mondo. Umberto però indugia, forse in cuor suo sente che un ritorno, per quanto a termine, potrebbe cambiare qualcosa di quell'esistenza che gli piace tanto e per la quale si è così sacrificato, proprio adesso che ne sta raccogliendo i frutti. L'idea di acquistare un'edicola propria è ormai svanita, è il lavoro che sta facendo che gli piace. Così scrive alla madre, provando a convincerla a venire lei a Maracaibo. Ma Olga fiuta il "tranello": se sarà lei ad andare, Umberto non tornerà mai più. Gli scrive allora una delle sue lettere magiche: "Se vengo io, ti vedo solo io; se vieni tu, ti vedono tutti". Il viaggio di ritorno in aereo dal Venezuela all'Italia dura appena undici ore: tanto è cambiato il mondo, in quei sette anni, e anche la vita di Umberto. Una volta tornati, com'era prevedibile, Adriana sceglie di restare con la bambina: "Va' tu", dice al marito, "io ti aspetto". E lui riparte. Non ha intenzione di mollare quel suo mondo sudamericano che tanto lo affascina, più di quelle figurine che i fratelli - durante il soggiorno modenese - hanno continuato a sventolargli sotto il naso, senza riuscire a convincerlo a unirsi a loro. Certo, si è reso conto di persona che si tratta di un affare, forse di un grosso affare, ma possono andare avanti anche senza di lui, in fondo, là in quell'agenzia. "Agenzia" in realtà era un parola troppo grossa, per definire quei locali rasoterra, quelle cantine dove alcune donne imbustavano a mano quintali di figurine. Erano un po' magazzino, un po' laboratorio artigianale, stanzette chiuse come operosi alveari. Negli spazi aperti del suo Venezuela, solo, senza la famiglia, Umberto continua ancora un po' ad accarezzare il suo sogno privato. Ma sente che un destino più grande di lui lo richiama a occupare il suo posto. Ritorna a Modena, per non ripartire più. 10. Fifimatic e dintorni "Ma guardi che non esiste, è soltanto una proposta". "Lo so benissimo, ma io la compro lo stesso". Nel grande salone della fiera di Düsseldorf l'incaricato soppesa con espressione incerta l'italiano che gli sta davanti. Forse pensa anche lui che "gli italiani sono tutti un po' matti". Però matto non gli sembra, quel giovane così simpatico, sorridente, gentile. Si misurano per un po' con lo sguardo, poi entrambi tornano a volgere gli occhi verso quel foglio appeso al muro: la macchina che Umberto vuole comprare. "Voi la proponete e io la compro", ribadisce l'italiano sempre più convinto. Sotto il foglio c'è scritto: "Proposta Nebiolo per una 4 colori più 1 in volta". Proprio quello di cui i Panini hanno bisogno: una macchina che può stampare contemporaneamente la figurina sui due lati, cioè l'immagine sul davanti e la didascalia sul retro. Un sogno, che può far risparmiare un sacco di passaggi e quindi un sacco di tempo, un sacco di denaro. Può voler dire produrre di più in meno tempo e con minor spesa. No, Umberto non è per niente matto. Quella macchina ha contribuito parecchio alla loro fortuna. Dopo aver comprato pronta cassa il foglio, cioè la proposta ancora soltanto in progetto, si trattò di realizzarla e non fu facile, perché era pur sempre un sogno che andava trasformato in realtà. La costruì la stessa ditta proponente, in accordo con Umberto; ci volle un po' di tempo, prima che fosse a punto perfettamente, ma poi si partì alla grande. Umberto e le sue macchine costituiscono una storia nella storia, e sono del resto il motivo per cui Giuseppe lo richiama dal Venezuela. "Ho goduto della grande libertà di poter esprimere me stesso al massimo livello", ammette Umberto. Che però ci tiene a precisare: "Ma io ho dato la stessa possibilità agli altri fratelli". È vero: nessuno si intrometteva nel ruolo altrui. Ognuno era un re nel proprio piccolo regno e tutti i regni congiunti e concordi fecero un unico grande impero. Tuttavia, per i fratelli che tecnici non sono, quando si tratta di sganciare i soldi che servono ad Umberto per acquistare nuovi macchinari, tutta questa necessità non sempre appare giustificata. "Ne hai già tante, di macchine... Perché vuoi comprarne ancora?", quasi Umberto sia un ragazzino alle prese con una sua collezione privata da ingigantire per diletto. Allora Umberto, amante della quiete familiare ma ben intenzionato a procedere, manda avanti l'amico e collaboratore Giorgio Bononcini con l'ingrato incarico di sfondare quella che poi, dopo qualche resistenza più di facciata che di sostanza, si rivela una porta aperta. Però, nel momento di bussare a quella porta, un po' di timore c'è sempre. "Umberto vuole andare a comprare un'altra macchina". "Cosa? Ma sta scherzando?", e Bononcini si prende la sgridata. Una volta se ne prende una anche tutta per sé perché, probabilmente sulle ali dell'entusiasmo di Umberto, pure lui va in Germania ad acquistare una macchina che costa quasi un miliardo e mezzo. Ancora ride, quando ci pensa... Spesso, prima di comprare un nuovo macchinario, Umberto deve anche recarsi all'estero perché, trattandosi di una produzione molto particolare, bisogna verificare che ci sia la possibilità di adattamento al ciclo locale. Quando è tornato dal Venezuela li ha trovati che rimestavano dentro una zangola, praticamente un tegame simile a quello che si usava una volta in campagna per fare il burro. Avevano applicato una manovella e invece del burro mescolavano le figurine. I nipoti del casaro non avevano trovato niente di meglio per cercare di evitare le "doppie", ma il sistema sembrava anche a loro un po' rudimentale e, soprattutto, troppo lento. Umberto lo velocizza motorizzandolo; applica un motorino di risulta al posto della manovella. E questa fu la prima macchina per le Figurine Panini. Ma, con l'aumentare della produzione, aumentano i problemi. È anche in previsione di questo che Umberto è stato convinto e si è convinto a unirsi ai fratelli: c'è un'industria delle figurine da creare, un'industria che ancora non esiste. Per questa industria bisogna adattare e perfino progettare e costruire anche delle macchine che, come tutto il resto, ancora non esistono. Questo compito spetta a lui, talento tecnico, giovane energico e creativo. Giuseppe aveva fatto qualche tentativo, era andato a Torino a comprare una macchina per imbustare, che però era servita soltanto come idea: ci vuole Umberto, per aggiornarla e sistemarla. Per questo, ed altro, Umberto è indispensabile. I problemi riguardano essenzialmente tre aspetti: stampare, mescolare e imbustare. Il primo è già stato risolto con Artioli e Bertolini e si tratta soltanto di perfezionarlo; ma il secondo e, soprattutto, il terzo non sono ancora stati risolti. È evidente che non si può proseguire con il sistema della zangola motorizzata. Il tutto nasce da una constatazione molto semplice, che anche Giuseppe ha già fatto ma che tecnicamente non è stato in grado di risolvere da solo. Affinché il gioco delle figurine funzioni, affascini e si moltiplichi, bisogna che le figurine siano ben mescolate. Non si può deludere il bambino, che può accettare la frustrazione di alcune doppie ma non tutte le volte, e non nella stessa successione. All'inizio non ci si era neppure resi conto che esistessero le doppie; poi ci si accorse che nel foglio di stampa le figurine erano collocate sempre nella medesima posizione, per cui dentro le bustine capitavano spesso le stesse. Era un errore e i Panini lo capirono. Capirono che bisognava mescolarle, proprio come quando si gioca a carte, e poi imbustarle. Ben presto Umberto si accorge inoltre che il sistema con il saldante "a caldo", fino allora utilizzato per unire le due parti della bustina mediante un filo di politene inserito nei bordi, non va bene, perché la carta delle figurine - quando queste diventano autoadesive - può facilmente prendere fuoco a causa della colla. Va in cerca di una soluzione. Questa si presenta sotto forma di un gelato confezionato; mentre sta per scartarlo, Umberto riflette che - pur essendo un gelato - ha la carta ben attaccata. Deve esistere, quindi, anche un sistema con saldante "a freddo" che, se va bene per un gelato, figurarci se non può andar bene per una bustina di figurine. Si mette allora alla ricerca di chi vende quella carta; è un commerciante di Torino, ma la colla autosaldante viene dalla Svezia. In un primo tempo Umberto fa comprare addirittura la colla già trattata poi, come al solito, comincia a produrla in proprio, cosicché l'azienda diventa del tutto autosufficiente anche rispetto a questa esigenza. Ed è la volta della mitica "Fifimatic": è questo il nome - tutto un programma - dell'imbustatrice automatica inventata da Umberto. Il nome ha una dolcezza e una delicatezza che fanno stringere il cuore: "fifi" è il nome che i bambini danno a Modena alle figurine. Le chiamano così perché la parola "figurina", persino quella, ancora praticamente quasi non esiste, così utilizzano un termine privato, del loro vocabolario infantile. "Matic" invece non ha bisogno di spiegazioni: è l'America di casa, è la tecnologia della porta accanto, è la contrazione di quel benessere che gli anni '50 hanno reso anche italiano e che Modena corteggia con discreta noncuranza. La Fifimatic... e il nome Panini volerà nel mondo. La Fifimatic è la macchina per il confezionamento: prende le figurine - 4, 5 o 6 a seconda del programma di lavoro - e le imbusta, poi espelle le scatoline già confezionate con le bustine, anzi, addirittura il cartone pieno di scatole di bustine, da dare ai distributori. Per ottenere la mescolanza delle figurine a lungo desiderata e in precedenza non realizzata dagli altri editori, il foglio viene tagliato in tanti fogli più piccoli che poi vengono sovrapposti secondo la "mescola" che si deve fare, poi di nuovo tagliati e poi di nuovo sovrapposti in un caricatore in modo che, praticamente, in ogni scatola ci sia una raccolta completa. Vengono stampate tutte le figurine, ognuna nella stessa identica quantità delle altre, senza imbrogli, anche se non c'è l'obbligo legale di dimostrarlo perché in Italia ci si basa soltanto sulla fede pubblica (Umberto Panini si ricorda soltanto il caso della Svezia, in cui fu necessario dichiarare che in ogni scatola c'era una raccolta completa, perché la vendita delle figurine là fu paragonata al gioco della lotteria, che in quel paese non era ammesso). Per costruire la sua Fifimatic Umberto impiega cinque o sei mesi; prima se la studia ben bene, facendosi aiutare da un artigiano, un fustellatore di nome Vandelli detto "Zamenhof " (come il polacco inventore dell'esperanto, ma non perché anche lui fosse un cultore di tale lingua, bensì perché abitava nella strada a quello dedicata...), che è considerato anche lui un inventore, un po' originale e molto genialoide. I primi tentativi avvengono nella piccola cartotecnica di "Zamenhof ", poco più grande di una bottega. In un angolo Umberto si crea una specie di ancor più piccola officinetta e si dà da fare. L'invenzione è tutta di Umberto, frutto della sua creatività, ma Vandelli - con le sue conoscenze tecniche - gli dà una mano nella realizzazione. Qualche mese dopo, la Fifimatic è pronta. Con essa Umberto riesce a dimostrare che il rapporto di produzione delle bustine cambia in modo notevolissimo; per esempio, da 1 a 10. Però bisogna cominciare a pensare di farne una serie. Si lavora poi contemporaneamente sui criteri di mescolanza delle figurine. La misurazione non risulta una cosa semplice, ma da studiare matematicamente per cercare l'allontanamento delle fasce uguali, per calcolare le probabilità di apparizione delle singole figurine. Si tratta di un problema meccanico per il quale bisogna studiare l'impostazione, cioè la sequenza delle figurine, il posto che occupano nel foglio di stampa. Diventa un gioco di probabilità. È vero che si è favoriti dal fatto che, se i bambini-compratori sono tanti, le bustine si "sparpagliano" automaticamente fra più mani; ma se una stessa persona compra quindici o venti bustine? È ovvio che aumentano le probabilità che trovi delle doppie. Le figurine Panini però, come abbiamo già detto, sono stampate tutte nello stesso identico quantitativo, non esistono possibilità maggiori per l'una o per l'altra. Cambia solo la posizione nel foglio di stampa e, di conseguenza, nella bustina, ma non il numero reale né la probabilità numerica. Insomma, non ci sono "feroci Saladini", tra le figurine Panini. È tutto regolare, limpido; i bambini lo capiscono subito e per questo le vogliono. Nel frattempo quell'altro "geniaccio" di Giuseppe capisce che bisogna anche che queste collezioni di figurine siano non solo corredate di un album ma che diano anche la certezza di poter essere terminate perché, in quelle che erano state stampate da altri fino a quel momento, erano state appunto create delle figurine numericamente così rare che risultava difficile, se non impossibile, completare la raccolta. Le famiglie, di conseguenza, non accettavano che i bambini facessero collezione di figurine perché dicevano: "Tanto tu non la finisci mai". Invece Giuseppe comincia a far stampare degli album nei quali nell'ultima pagina c'è scritto: "Quando vi manca un certo numero di figurine per completare la collezione, mandateci l'equivalente in francobolli e ve le spediamo noi" senza che i bambini stessero ad ammattire e a buttare via soldi, accumulando anche delusioni e - alla fine - un crescente disinteresse. Anche le famiglie, così, si rassicurano e concedono il permesso di accedere alla collezione. La quale, poi, tutto sommato, era più che altro un gioco. Gioco del collezionare, e gioco vero e proprio da fare, in varie fogge, con i cartoncini piuttosto spessi con cui inizialmente erano fatte le figurine. Doveva far divertire, non ammattire. Ormai i Panini non li ferma più nessuno: hanno capito il "trucco" e hanno le macchine adatte. Comprano il terreno in Via Emilio Po, costruiscono lo stabilimento e mettono un capannone a disposizione di Artioli e Bertolini, che comprano i macchinari. I Panini in cambio danno la garanzia che il lavoro c'è. E infatti è una crescita impressionante: il lavoro assume ben presto una dimensione tale che i Panini, dopo qualche anno, decidono di prenderselo in toto. È meglio così anche per Artioli e Bertolini, perché per loro avere un cliente unico sarebbe stato, alla lunga, professionalmente molto rischioso, mentre per i Panini era esattamente l'opposto: più le macchine andavano, più figurine si facevano e meglio era, naturalmente. "La nostra era una fabbrica estremamente specializzata: tutto quello che c'era era esclusivamente in funzione delle figurine e basta", spiega Umberto. "Non si faceva nulla che non fossero le figurine e tutto nasceva ed era finalizzato ad esse. Una vera industria monosettoriale. Ci sono stati dei fattori favorevoli, ovviamente: c'erano i soldi, la volontà di fare, la forza fisica. Perché tutto questo richiedeva anche uno sforzo incredibile; ma c'era questo prodotto straordinario che "spingeva", che ti trainava: ogni anno raddoppiavamo il fatturato. Circa 165 miliardi negli anni '80. Indubbiamente quelle che hanno sfondato sono state le raccolte del calcio, però dopo ne abbiamo avute altre - di diverso genere - che pure hanno avuto un grandissimo successo. Certo che il calcio... Non so fino a che punto noi ci siamo resi conto di quello che stava succedendo e questo ci ha aiutato a restare noi stessi: la cosa è stata troppo rapida. Sì, non ce ne rendevamo mica conto, è stata una crescita incredibile. Immagini che quando cominciarono, là nel nostro capannone, Artioli e Bertolini comprarono una macchina a 2 colori, nel 1965-'66, con misura di stampa 70x100; nel 1975, dieci anni dopo, avevamo 4 macchine a 4 colori 110x160! Facevamo anche 48 milioni di figurine al giorno, dato che potevamo fare circa 8 milioni di bustine contenenti 6 figurine l'una. Il bello della nostra azienda era quella caratteristica che oggi si chiama "flessibilità", la tanto decantata flessibilità; noi, se era necessario, ci fermavamo anche fino alle otto del mattino, dopo aver lavorato tutta notte. Era un'azienda atipica. In compenso si avevano dei periodi in cui non c'era niente da fare. Si lavorava, in un certo senso, a forfait, e alla fine dell'anno si facevano i conti. La quantità e la durata del lavoro, infatti, dipendevano dalle necessità della produzione. Questo però soltanto fino a un certo periodo, perché poi i dipendenti fecero più fatica ad accettare questo modo di lavorare, mentre in precedenza erano molto più disponibili. Dopo c'è stata anche la presenza assidua dei sindacati. Del resto, la Panini era una realtà produttiva troppo importante perché i sindacati non la tenessero in debita considerazione: abbiamo avuto anche 560 dipendenti. E 12 o 13 dirigenti. Troppi... C'era un'organizzazione di vendita molto importante, con nostri rappresentanti regionali e, in seguito, anche internazionali; poi ci servivamo delle edicole, 30.000 nella sola Italia. Erano punti-vendita di fondamentale importanza, che già esistevano e nei quali noi ci siamo inseriti. Questa però era la parte che riguardava Franco, mentre io mi occupavo soltanto di quella tecnica. Il presidente è sempre stato Giuseppe. Qualche volta mi è capitato di fare un po' l'ago della bilancia, cercando di evitare gli eventuali contrasti. Ma in genere siamo sempre andati d'accordo. Persino quando abbiamo deciso di vendere, inizialmente non la pensavamo tutti allo stesso modo, ma poi siamo riusciti ad accordarci, anche perché ci è capitata davvero un'occasione. Cominciò con De Benedetti, quando si fece vivo di sua iniziativa. Un fenomeno così, come quello delle figurine, non poteva sfuggire a questi grandi finanzieri. Noi in fondo eravamo dei "ricchi poveri", perché è vero che avevamo dei soldi però nessuno di noi ne aveva in eccesso: reinvestivamo sempre più di quello che guadagnavamo. Non che ci lamentassimo, è ovvio, perché si viveva molto decorosamente, ma era pur sempre un'azienda familiare, con tutto quello che ciò comporta. Quando arrivò De Benedetti ci chiedemmo: "Che cosa facciamo?". Decidemmo di vendergli il 25% con il quale non avremmo mai perduto il comando dell'azienda. Ma ormai, per noi, i tempi per vendere tutta l'azienda erano maturi. C'era anche la faccenda della successione difficile e numerosa, con 16 eredi. Un'altra soluzione sarebbe stata che uno di noi fratelli rilevasse gli altri, portando avanti l'azienda da solo, ma nessuno di noi si sentì di farlo, dato che fino a quel momento eravamo andati avanti così bene tutti insieme. Maxwell si fece vivo anche per una circostanza particolare: noi stavamo vendendo figurine al suo rivale, cosicché lui risolse il problema alla radice, comprando la fabbrica stessa. Liquidò De Benedetti, poi comprò noi, tranne la quota del 16% (con un 1% per ogni nostro figlio). Dopo poco, però, quando ci accorgemmo che si stava indebitando, decidemmo di vendergli anche questa percentuale residua. Il resto è cosa nota. Questa delle figurine è stata un'occasione che abbiamo saputo cogliere e che, come è nata, così è morta. È rimasto però un ricordo bellissimo, non soltanto a livello mio personale ma anche per tutti quelli che hanno collezionato le nostre figurine quand'erano ragazzi e che adesso hanno una cinquantina d'anni. Per loro è stato un periodo indimenticabile in cui si sono divertiti veramente e in cui si sono anche sentiti "assistiti": perché prima praticamente ogni ragazzo era affidato a se stesso, non era neppure sicuro di poter portare a termine una collezione perché c'erano piccoli editori che facevano qualche edizione e che poi, se vedevano che la cosa non funzionava, mollavano tutto. Noi invece eravamo presenti dall'inizio alla fine; eravamo, come si dice oggi, affidabili. A questo contribuì molto l'iniziativa del servizio "figurine mancanti", che è partito fin dalle prime collezioni e non si è mai interrotto, venendo così a costituire una vera e propria caratteristica delle figurine Panini. Le valide invece, nate nella seconda metà degli anni '60, le abbiamo smesse nel '72. C'erano anche le bisvalide, le trisvalide, persino le pentavalide, con il catalogo dei regali; nel complesso ai bambini interessavano abbastanza però, con tutti quei premi da distribuire, si era creato un giro troppo grosso che in parte ci creava dei problemi nel lavoro quotidiano, così preferimmo smettere, anche perché nel frattempo intervennero delle limitazioni di legge. Adesso infatti le regole sono diverse: in ogni bustina deve esserci 1 punto di sicuro. Quindi, se si devono collezionare 50 punti, comprando 50 bustine bisogna trovarli tutti e 50. Prima, invece, ci si affidava alla fortuna. Non abbiamo mai avuto disavventure; è stata un'impresa tranquillissima, anche perché era un settore dove c'eravamo solo noi. I concorrenti venivano e sparivano perché era un lavoro che richiedeva grande organizzazione e che non si poteva improvvisare. Noi ci siamo inseriti sulla rete già esistente di distribuzione dei giornali, ma la cosa è andata avanti soprattutto per forza propria; oltretutto, questo non è un prodotto che abbia bisogno di pubblicità. È il bambino che lo sceglie. Magari si cominciava a Torino e il giorno dopo a Palermo già chiedevano le figurine. È una cosa incredibile, forse una sensazione, qualcosa che i bambini sentono e che a noi sfugge. Quando decidevamo la raccolta e tutti noi "vecchi" eravamo convinti che sarebbe stata un successo, non la si vendeva; quando tutti noi dicevamo: "Ma chi vuoi che la compri?", allora vendeva benissimo. È quasi impossibile mettersi nella mentalità di un bambino. Facevamo anche delle inchieste di mercato ma, nel momento in cui si traevano le conclusioni, il bambino stava già facendo il servizio militare. Invece questo è un prodotto immediato. Di un'immediatezza straordinaria: ci voleva soprattutto della fortuna, per non dire un altro nome. E allora, dato che la fortuna non la si conosce, si facevano tante raccolte - con una tiratura minima da rispettare - in modo da poter avere la possibilità di indovinare anche quella giusta. Alcune tornavano in resa e dovevamo anche buttarle via. Quando però una raccolta piaceva, ci ripagava abbondantemente di tutti gli altri tentativi. Le cose belle sono finite quando si è allargato il tavolo, quando ci si sono seduti intorno tanti dirigenti... Quando metti a sedere uno su una sedia decisionale, è ovvio che si senta in diritto di dire sempre la propria opinione, sia anche una stupidaggine, perché, se è seduto lì, pensa di esserci perché comanda e che gli altri debbano per forza ascoltarlo. Noi invece decidevamo in due minuti. Questo prodotto, secondo me, voleva essere gestito così, in modo rapido e diretto, immediato. Indubbiamente è stato il calcio che ha influito in maniera determinante sulla fortuna delle nostre figurine e per un po' di tempo, infatti, abbiamo prodotto solo quelle. Nel calcio ci sono tutti gli ingredienti giusti: c'è la diffusione, c'è il fatto che tutte le domeniche succede qualcosa di nuovo che lo tiene vivo, c'è il protagonista, c'è il personaggio emergente, ci sono tanti soggetti uno diverso dall'altro. Tutto questo permetteva di poter tranquillamente fare una serie di 400 pezzi e anche più. Questi ingredienti ci sono ancora, ma adesso i bambini non seguono più il calcio con la stessa passione di un tempo. Quelli, gli anni '60-'70, sono stati gli anni d'oro, a tal punto che fu un successo l'aver inserito anche la serie C. Prima nessuno ci aveva pensato, ma per il bambino che vive in un paese la serie C è altrettanto importante delle altre. In questo modo anche lui aveva la propria squadra nelle figurine, la cercava e la trovava, poteva identificarsi. Certo è vero che oggi i tempi sono cambiati, però non credo che tutto sia perduto, perché questa delle figurine è una cosa che torna, ciclicamente, come mi hanno confermato di recente il rappresentante svizzero e quello belga dato che, nei loro Paesi, ultimamente il mercato ha ripreso a vendere con grandissimo successo. Per me è stata una bella avventura, mi ritengo l'uomo più fortunato della terra. Ho avuto delle soddisfazioni che non avrei scambiato con nient'altro al mondo. Mi ricordo, per esempio, di quella volta - a metà circa degli anni '70 - che facemmo uno dei primi abbinamenti commerciali tra la figurina e un altro prodotto, che in quel caso era un detersivo in polvere. Era previsto che avremmo messo la figurina dentro la scatola del detersivo. Il problema qual era? Il problema veniva da lontano, dal disaccordo che in genere - dappertutto - esiste tra la parte amministrativa e quella produttiva ogni qual volta ciascuno dei due tenda a vedere solo l'aspetto di propria competenza. In quel caso la produzione accettò l'accordo a patto di non abbassare la velocità delle macchine per favorire l'introduzione della figurina nella scatola. Quell'azienda faceva 300 scatole al minuto: si trattava allora di inventare un marchingegno che buttasse dentro queste scatole le bustine di figurine a 300 pezzi al minuto. "Vado a vedere. Se posso farlo...", dissi ai miei. Andai a vedere sul posto, ma mi trovai di fronte una grande ostilità; praticamente non mi facevano osservare niente, mi permettevano di andare soltanto la sera. Riuscii ugualmente a progettare e a costruire la macchina necessaria e finalmente ottenni di provarla. Una sera mi diedero mezz'ora di tempo; c'erano tutti gli ingegneri schierati, in attesa di verificarne il funzionamento. Misi in moto questa macchina enorme. In fondo al salone, lontanissime, c'erano le 300 scatole che mi aspettavano. Zum, zum... La macchina partì, le bustine di figurine partirono e... fecero centro perfetto, tutte e 300 in 1 minuto! Fu una cosa stupefacente, nessuno fiatò, anche gli ingegneri rimasero a bocca aperta, e io ancora più di loro. Quando tornai a casa, alle tre di notte, chiesi al mio assistente che mi aveva accompagnato: "Secondo te, chi è più felice tra me e lo Scià di Persia?". Anche lui non disse niente, tanto sapevo già la risposta". Ma da dove sarà saltata fuori, questa facilità creativa per gli affari, le macchine e l'intelletto che caratterizza tutti i fratelli Panini? Che si possa parlare di una "razza Panini"? Perché da qualche parte dovrà pur essere venuta. E infatti, basta scrostare appena un po' la patina del tempo e qualcosa subito appare che ci chiarisce un po' le idee. Accontentiamoci di risalire al vecchio Antonio, al padre di Antonio, marito di Olga. La famiglia, originaria di Corlo di Baggiovara, si stabilisce a un certo punto a Pozza di Maranello (sono tutte località nelle immediate vicinanze di Modena, sulla Pedemontana). E qui apre un'officina, dove lavorano tutti i maschi dei tredici figli del vecchio Antonio, compreso Antonio, il marito di Olga. Sì, perché il vecchio Panini era un "inventore", e qui la faccenda si fa interessante; ci sono fotografie, brevetti, documenti. Almeno Umberto, sicuramente, sa da chi ha preso... In origine l'inventore Panini è un contadino come tanti ma, al volgere del secolo, apre questa officina di attrezzi agricoli con un'intuizione non da poco, tenendo anche conto che fa tutto di propria iniziativa, senza soldi per studiare; d'altronde, per studiare quei primi rudimenti di meccanica allora non c'erano neppure le scuole. Quell'officina esiste ancora, gestita oggi dal figlio di un cugino, che fa impianti e attrezzature meccaniche. E allora, all'inizio del '900, che cosa ci faceva il vecchio Panini con i suoi figli? Inventava, per esempio, una "pompa irroratrice a grande lavoro contro la peronospora" e, in data 8 maggio 1900, già capiva di riprodurne, su carta intestata a nome della propria officina, l'immagine fotografica. Stessa cosa per un'invenzione di dieci anni dopo, il "nuovo torchio idraulico per vinacce", che "riunisce i vantaggi di una pressatura perfetta e di un grande rendimento di lavoro, impiegando una piccolissima forza, perché basta una sola persona, anche non adulta, per fare tutte le operazioni necessarie". Il dépliant illustrativo (indicato nel margine inferiore sinistro come "pubblicità") prosegue elencando con precisione tecnica le modalità di funzionamento e i sei vantaggi che si possono ricavare dal suo utilizzo e si conclude con l'indicazione di un recapito in Modena dove poter acquistare il torchio, presso un tal "Panini Giovanni, Via Canalino 6", a conferma di quel "lavorare in famiglia" che caratterizzerà anche i Panini successivi. Questa invenzione, probabilmente come tutte le altre, è coperta da brevetto. Nel 1925 vediamo il vecchio Antonio in posa orgogliosa, con una decina di medaglie non identificate appuntate al petto, accanto a uno "scaldino", cioè a un "dispositivo antigelo per gli abbeveratoi del bestiame, prodotto dalla Officina Panini". Lo scaldino deve aver avuto successo, perché poco dopo - in un'altra fotografia - riappare ancora Antonio attorniato da figli, amici e nipoti, accanto a "due scaldini dell'ultimo tipo". Parallelamente all'applicazione del loro genio tecnico, i Panini si dedicano anche all'attività di riparazione di macchine e attrezzi agricoli ma, nonostante il lavoro non manchi, le bocche - con relativa prole - sono troppe. Ecco uno dei motivi per cui Antonio, il figlio più piccolo, deve cercarsi un'altra strada. Ma, negli abissi del patrimonio genetico, la razza Panini continuerà a germinare e, al momento opportuno, salterà fuori davanti agli occhi del mondo intero. Seconda Parte 11. Memorie di carta stampata "È arrivato una mattina sventolandomi dei cartoncini sotto il naso: "Senti un po', tu che lavori nella carta stampata, ma come si fa a fare questi affari qua?". Non sapevo neanche che cosa fossero. Li ha sventolati una seconda volta: "Allora, come posso fare? Me ne servono degli altri, ma quelli che me li avevano venduti li hanno finiti. Come si fa a farli?", chiedeva". Giorgio Bononcini, alla fine degli anni '50, lavora davvero nella "carta stampata", nel senso che fa il rappresentante di quei fazzoletti di carta un po' crespata che si adoperano per avvolgere arance e altri frutti (lavora per la ditta Incarta, di proprietà di Vaccari - che ha anche una zincografica, tuttora esistente - e di Cattani, tipografo presso la Tipografia Mantovani). Ma questo è più che sufficiente, agli occhi di Giuseppe Panini, per fare di lui un autentico esperto. L'iniziativa, del tutto casuale, di vendere partite invendute di figurine stampate da piccoli editori di altre città sta dando risultati incredibili. Giuseppe capisce che bisogna proseguire; ma come si fa, se di figurine non ce ne sono più? Le farà lui stesso, però non sa come, né dove. Ecco perché è venuto a cercare Giorgio, un amico che se ne intende e che può dargli una mano. Giorgio prende tra le mani quei cartoncini e gli dice: "Proviamo nella tipografia del mio principale, può darsi che lì si possano fare". La Tipografia Mantovani è anch'essa in pieno centro di Modena, a pochi metri dalla Ghirlandina, perché questa storia delle figurine, che farà il giro del mondo, si svolge tutta - nella sostanza - fra le quattro o cinque strade antiche e un prato di periferia di una città italiana di provincia. Così si può tranquillamente raggiungere la tipografia dei primi esperimenti in bicicletta o a piedi e, per avere un parere tecnico che starà alla base di un'innovazione di portata mondiale, basta chiedere all'amico con il quale da ragazzi si è giocato a pallone. Giorgio allora porta Giuseppe dal tipografo Cattani che, come vede le figurine, esclama: "Non si può mica con i piombi, qui ci vuole il cliché". Altro duro colpo per Giuseppe: che cosa sarà mai il cliché? Cattani gli spiega che il cliché è alla base di un altro sistema di stampa, quello della litografia: mentre la tipografia usa i "tipi", cioè piombi e caratteri, la litografia impiega le pellicole, che trasforma in lastre tipografiche. Il risultato, in poche parole, è che "la tipografia fa cose piccole, la litografia quelle grandi". Nel caso delle figurine, che devono essere numerose, ci vuole la litografia. Si fa comunque una prova tipografica e si vede che le figurine vengono molto bene. Su indicazione di Cattani ci si rivolge quindi alla Zincografica Vaccari, che stampa le prime figurine (il famoso Bolchi!). Giuseppe è soddisfatto, ma rimane il problema che non si può mica stampare praticamente una figurina alla volta. Si dà da fare e, in breve tempo, trova un litografo a Bologna, che però ha una macchina piccola e che, soprattutto, non consegna mai la merce a tempo debito. Ne trova allora un altro a Milano ma sempre con gli stessi problemi, oltre a quello della distanza. È questo il momento in cui entra in scena Ivo Bertolini, al quale si aggiunge Paolo Artioli, e il gioco è fatto. Giorgio Bononcini viene poi assunto alla Panini a partire dal 1965, dopo tre o quattro anni di collaborazione esterna, e vi rimane 29 anni, come responsabile dell'ufficio acquisti; l'ha vista nascere, da un prato d'erba pieno d'acqua, una palude ai margini della città. È diventato, in pratica, il "quinto fratello", come dicevano gli altri quattro. Giorgio ricorda bene quegli inizi difficoltosi, dovuti al fatto che i Panini già disponevano di un prodotto che sorpassava i mezzi tecnici a disposizione in quel momento, non solo per loro ma in tutta Modena e anche fuori. Si lavorò per un po' sempre con foglietti piccoli, da quelli sufficienti per appena 9 figurine fino ad altri che ne ottenevano un massimo di 30, e con 4 passate di macchina per ottenere i colori. Ci fu poi il passaggio alla bicromia e alla quadricromia con grandi macchine, che consentivano fogli di 110x160, cioè di 300 figurine al colpo: ma erano trascorsi dieci anni, nel frattempo! E quando si ebbero le macchine all'interno dell'azienda, si passò da 1 macchina iniziale piccola a 1 colore solo a 4 grandi macchine a 5 colori. Fu una bella soddisfazione, per chi si vide crescere sotto gli occhi tutto questo lavoro. La quantità di figurine prodotte dipendeva comunque dai periodi perché, in un certo senso, era quasi un'occupazione stagionale. C'erano anche dei momenti di magra; d'estate, per esempio, non si stampava niente perché i bambini andavano al mare, stavano all'aperto, si muovevano e non avevano più né tempo né interesse per le figurine. Il periodo adatto era sempre quello scolastico, dall'inizio delle scuole fin verso la primavera, poi si aveva la caduta. E i dipendenti sono stati anche 560. Il problema era dar da lavorare a tutte queste persone, che erano fisse. Bisognava fare qualcosa, ma che cosa? Non si poteva preparare il lavoro autunnale troppo in anticipo, perché poi potevano subentrare dei cambiamenti imprevisti. Si lanciava un paio di serie all'inizio di settembre ma quelle grosse, centrali, partivano subito dopo Natale per finire poi a marzo; verso aprile si metteva dentro qualche altra cosa, magari per le bambine, e poi basta. "Quello delle Figurine Panini è stato un fenomeno nato da solo, dalla curiosità dei bambini. Sono loro, che comandano", spiega Giorgio Bononcini. "Sia in bene che in male perché, se una serie non piace ai bambini, lei ha stampato per niente. Non rimane che spendere dei soldi per bruciarla. Sa perché bisogna bruciarla? Perché altrimenti ritorna in resa e ci si rimette soltanto. Così le serie non riuscite le portavamo all'inceneritore, a quello di Parma perché allora a Modena ancora non esisteva. All'inizio, naturalmente, abbiamo provato a farle girare lo stesso, ma poi ci siamo accorti che era più la perdita che il guadagno. Quindi, rimanenze e invenduto venivano bruciati. Le serie venivano vendute all'edicolante con il diritto di resa, il che significa che l'edicolante acquistava, poi restituiva quello che non veniva venduto, facendosi ridare i soldi. Ecco allora che, per non ridare il denaro e per continuare la produzione, era necessario avere sempre delle nuove serie pronte, a meno che uno non smettesse di lavorare e allora andava in resa, e buonanotte. Quindi, se un edicolante comprava 130 e vendeva 100, il 30 rimanente lo rendeva all'editore, che doveva pagarlo o sostituirlo: se l'editore - quel 30 - non riusciva a venderlo da nessun'altra parte, doveva bruciarlo. Provare a spostarlo su un altro mercato - anche estero, sfruttando la didascalia plurilingue - spesso non cambiava niente lo stesso: perché, quando una serie non andava, non andava; non c'era niente da fare. E non sempre era facile indovinare la fortuna di una serie. Quando fu comprata quella del personaggio televisivo Heidi, per esempio, eravamo tutti perplessi: "Ma, questa bambina...". Dopo due giorni che erano fuori, le figurine erano introvabili. Era piaciuta, questa bambina che faceva commuovere. Mi ricordo una figurina dove c'era lei che prendeva in mano un uccellino e si metteva a piangere. Il giorno dopo, piangevano tutti i bambini. La forza di quell'immagine... E, come quella, ce ne sono state molte altre, ma era comunque difficile prevedere perché quelle sì e altre no. I motivi a volte sembravano inspiegabili. Allo stesso modo, tra i calciatori alcuni piacevano più di altri, e non si capiva il perché. Abbiamo pubblicato tante serie della Walt Disney, con un po' di fatica perché prima c'era un altro editore di Milano al quale poi siamo subentrati noi ottenendo l'esclusiva. Siamo partiti con Topolino, che però non è andato molto bene. Paperino invece sì. All'inizio non abbiamo capito perché; poi, facendo le serie, ci siamo resi conto che Paperino - e così anche Pippo - piaceva perché perdeva sempre mentre Topolino, per il motivo opposto, piaceva poco. Abbiamo pubblicato anche alcune favole classiche e qualche romanzo d'avventure, ma piacevano più ai bambini grandicelli che non ai piccoli. Al piccolo piace l'immagine, e piace farsi leggere dalla madre. Quello delle figurine, comunque, è soprattutto un gioco, al quale si mescola un po' di didattica. Al di là dei contenuti delle immagini, è importante il fatto che con le figurine il bambino impara a leggere i numeri e non li dimentica più, perché è motivato a trovare la collocazione del singolo pezzo all'interno di una serie. Oltretutto in questa operazione il bambino è totalmente autonomo, dato che può "pelare" la figurina da solo e attaccarsela con le proprie mani senza sporcare perché è autoadesiva. Ma la figurina, ripeto, è soprattutto un gioco, un gioco basato sullo scambio, un gioco che diventa una forma di comunicazione e di socializzazione tra bambini. E che costa poco; se uno vuole, può comprare anche tutta la raccolta subito, spendendo una certa cifra ma, pure comprando poche bustine alla volta, con il sistema degli scambi si "moltiplicano" le figurine a disposizione, spendendo praticamente la metà. Una volta si faceva anche il gioco di lanciarle contro il muro: vinceva chi si avvicinava di più. Questo, però, era un gioco che esisteva anche prima delle Figurine Panini. Ce n'erano tanti altri, che adesso sono andati perduti. Sì, le Figurine Panini hanno avuto molto successo, ma abbiamo fatto anche dei grossi pianti. Le serie con i calciatori sono sempre andate bene, però non si poteva vivere con i calciatori tutto l'anno, allora si cercavano dei soggetti che si pensava potessero piacere. Si compravano i diritti, spesso all'estero, e si faceva la serie. All'inizio, veramente, per quello che riguarda il calcio credo che i Panini non sapessero neanche che esistesse una Federazione Gioco Calcio poi, quando gliel'hanno detto, hanno pagato e preso l'esclusiva. La concorrenza? Ce n'era, anche perché le figurine, com'è noto, non le hanno mica inventate i Panini. Però non era molto agguerrita poiché alcune ditte che le facevano, come la Nestlè o alcune case di biscotti, continuavano a tenerle legate a premi o a prodotti. Sui mercati esteri i concorrenti più temibili erano gli spagnoli, che però facevano un prodotto alquanto scadente; e poi loro usavano ancora il "cartonaccio" pesante e la colla quando già le nostre erano leggere e autoadesive. Sono stato proprio io ad andare in Germania a comprare la macchina per farle autoadesive. È stato all'inizio degli anni '70 e quella macchina costava 1 miliardo e 300 milioni. A momenti mi licenziavano... ma andava bene così. Anche le collezioni esistevano già, però duravano degli anni; era poi molto difficile completarle perché nel pacchetto c'era un'unica figurina e spesso, oltretutto, capitava di ritrovare sempre la stessa. Nella nostra bustina, invece, c'erano sei figurine, e ben mescolate. Se uno poi avesse comprato un'intera scatola di bustine, avrebbe avuto di sicuro l'intera raccolta. Era anche possibile, con pochissima spesa, mandare a richiedere le figurine mancanti, così il completamento della collezione era garantito in ogni caso. Controlli legali non ce n'erano o, tutt'al più, c'era la richiesta della garanzia nella fede pubblica però noi stessi dichiaravamo, nell'ultima pagina dell'album, che "le raccolte Panini si completano sempre". In genere il materiale lo si trovava già tutto pronto, soltanto da ingrandire o da ridurre. Talvolta si trattava di illustrazioni di un testo. Ma c'erano anche delle litografie che possedevano montagne di immagini - per esempio, animali - e andavamo a comprarle lì. Oppure si mandava il fotografo a riprendere in giro, anche perché non si poteva riprodurre sempre la stessa tigre di Roma; c'erano comunque delle apposite agenzie che svolgevano questo servizio. Si pagavano le royalties oppure si comprava "una tantum", indipendentemente dal possibile venduto. Certo che - almeno nei limiti del possibile - facevamo le nostre inchieste di mercato, prima di stampare: ma la figurina è una cosa che sfugge. Bisogna innanzitutto parlare con i bambini, pensare con la loro testa, non fare le cose che piacciono ai grandi: tanto, quelle a loro di sicuro non piacciono. Noi ormai eravamo degli esperti e riconoscevamo abbastanza facilmente quello che poteva essere di loro gradimento. Abbiamo fatto i nostri sbagli e abbiamo imparato da quelli: dopo averne fatto uno si va piano, prima di farne un altro; ci si pensa su, si guarda. Fare dei test... sembra facile, ma non lo è. Poi magari, quando arrivano i risultati, il gusto dei bambini è già cambiato. All'estero sono andato un po' dappertutto, credo che abbiamo venduto in oltre 35 paesi stranieri. In alcuni, però, come la Russia o il Giappone, non siamo riusciti. Abbiamo venduto in Australia, ma mai in India. Si è fatto un discreto lavoro in Africa, soprattutto in Egitto e in Sudafrica, e poi in Marocco, a Gibilterra, in Spagna, in Europa dappertutto, negli Stati Uniti, un po' nell'America del Sud, a Panama. E ancora in Turchia, in Grecia, in Jugoslavia (un mercato bellissimo, anche se non avevano molti soldi), in tutti i paesi rivieraschi del Mediterraneo (soprattutto a Malta). Si vendevano delle serie internazionali legate, per esempio, ai campionati mondiali di calcio; quelle si potevano davvero vendere dappertutto. Perché il più, dopo aver creato i macchinari e aver riempito l'Italia di figurine, è stato andare a cercare i mercati, sempre nuovi mercati. Per trovarli, Franco Panini ed io abbiamo girato un po' in tutto il mondo. Prima di partire si cercavano delle persone che lavorassero già sul posto nel campo editoriale o in quello dei prodotti per bambini e che facessero da referenti. Andando noi stessi direttamente in giro, facevamo poi abbastanza presto; guardavamo certe cose, chiedevamo chi le aveva fatte, poi lo contattavamo e gli facevamo delle proposte. Ci comportavamo così anche con i responsabili delle agenzie di distribuzione, che hanno sempre bisogno di testate nuove. Il bambino è un consumatore; quando una cosa gli piace, la vuole subito. C'era anche il problema, allora, di soddisfare la richiesta in tempo. Ci sono 30.000 edicole in Italia, ognuna legata a una rete distributiva: bisognava arrivare a tutte, il più in fretta possibile. Nonostante i legami con i mercati esteri, tutta la produzione di figurine veniva sempre fatta qua a Modena. Erano le didascalie plurilingue, che permettevano di venderle anche fuori. Pure l'album veniva stampato qua però, se non c'era tempo a sufficienza, poteva anche essere stampato nel paese a cui era destinato, a cura del rappresentante locale della Panini che si occupava inoltre, e soprattutto, delle didascalie e dei testi in genere perché così il risultato - e il controllo - erano più rapidi e sicuri. Ripetere oggi quello che è successo allora è difficile. È cambiata la mentalità del bambino stesso: si è abbassata l'età, impara prima, ha altri mezzi che gli permettono di vedere, di rivedere, di possedere. Allora la figurina era, soprattutto, un modo - altrimenti impossibile - per trattenere l'immagine". 12. L'invenzione di un'industria e di un prodotto Arrigo Beltrami è sempre al proprio posto di direttore editoriale, cioè al posto della figurina n. 12. Dal 1969, anno in cui Giuseppe Panini riuscì a strapparlo a una brillante carriera giornalistica a "Il Sole" di Milano (oggi "Il Sole 24 Ore"), Beltrami è rimasto in azienda, passando attraverso la gestione Panini e tutte le successive. Chi allora, meglio di lui, può spiegare come è stato possibile inventare quasi dal nulla un'industria e un prodotto che in precedenza non esistevano? Perché questo è stato il merito storico dei Panini: non solo aver dato le ali a un'impresa industriale e commerciale prima al mondo, ma soprattutto averle dato le radici. Arrigo Beltrami mi sta aspettando per raccontarmelo. In Via Emilio Po la modesta - per i nostri tempi - palazzina azzurra con la scritta rossa è lì immutata dal 1964, quando fu costruita. Non è cambiato niente, all'esterno; ma dentro si sono avvicendate storie e personaggi che, nel bene e nel male, sono stati di importanza mondiale. Medito su quanto l'apparenza possa ingannare e su quanto la città ignori della realtà di quest'azienda che molti, vedendo che si chiama ancora "Panini", credono tuttora che sia saldamente in mano a proprietari locali. Allo stesso modo una gran fascia di popolazione, per ignoranza, continua a supporre che le figurine siano un prodotto di risonanza solo locale. Basterebbe un'occhiata al grande planisfero esposto nell'atrio, alla sinistra della reception, per ricordare che non è così: su quella distesa azzurra (i mari) e blu (le terre), tante lucine accese indicano i centri pulsanti dell'attività della Panini nel mondo, persino su alcuni quasi invisibili puntini blu che mi riprometto di indagare sull'atlante non appena ritornata a casa. Nella reception tappezzata di manifesti pubblicitari di personaggi di Walt Disney aspetto, appena qualche minuto, la cortese signora che mi guida nel mio viaggio all'interno dello stabile, alla ricerca di Arrigo Beltrami. Il direttore editoriale non può che essere nel cuore dell'azienda. Così, praticamente, l'attraverso tutta su rampe di scale da condominio quadrifamiliare che recano persino nei gradini, a passo d'uomo "normale", senza marmi né passatoie, l'impronta dell'ottimismo urbanistico degli anni '60, quelli del benessere a portata di popolo. Un'altra scala, questa volta metallica, sospesa sopra il reparto produzione, mi fa accedere alla parte più interna dell'azienda, quella dove ci sono gli uffici. È emozionante camminare sopra le macchine che stampano e confezionano le figurine. Un rigurgito di orgoglio mi freme nel cuore, soprattutto quando ripenso ai rischi che questo gioiello di azienda - non certo per colpa sua - ha corso anche in anni recenti. Ma i tempi brutti sembrano ora già lontani ed è con rinnovato entusiasmo che i visitatori stranieri vengono accolti adesso, proprio come all'epoca dei Panini, con lo slogan: "Quest'azienda è italiana". Aspetto Arrigo Beltrami in uno studio-archivio: calcio italiano, inglese, rumeno, turco, greco, spagnolo, portoghese, uruguayano... Non c'è alcun dubbio che il calcio alla Panini sia alimento quotidiano, anche a giudicare dai libri che rivestono questa stanza. In un angolo, alcune sagome pubblicitarie di supereroi della Marvel e, sul tavolo, qualche figurina di vetture di F.1. Passato, presente e possibile futuro si fondono nella figura di Beltrami, che si presenta senza formalismi. Capirò subito, ma già l'avevo intuito, che è un po' il motore della compagnia; durante il nostro colloquio saremo interrotti più volte: per una firma su di un documento, per un consiglio tecnico, per un suggerimento che lui darà ad un disegnatore di passaggio nel corridoio, per una telefonata dal rappresentante della Panini in Francia... Beltrami riassume i caratteri del dirigente di una volta, forse anche del proprietario-padrone; si interessa e vede tutto con una sola occhiata, il destino della Panini è anche cosa sua. È uno di quegli uomini che hanno del lavoro - sia pure dipendente - una concezione artigianale che li rende, in fondo, indipendenti. Così parlo con Beltrami e, in un certo senso, è come se dall'altra parte del tavolo ci fossero ancora i Panini. Dev'essere stata una vera fortuna, per l'attuale amministratore delegato Aldo Hugo Sallustro, trovare qui un uomo di questo genere, disposto a restare e a continuare a profondere idee e competenze per la causa delle figurine anche sotto i ripetuti cambi di proprietà, mentre invece quasi tutti i precedenti dirigenti - chi per un motivo, chi per un altro - se ne sono andati. E si capisce anche che Beltrami non è rimasto, o non se n'è andato, soltanto per denaro o per carrierismo, anche perché le occasioni di sicuro non gli sono mancate. Il fatto è che, palesemente, lui della Panini è... innamorato come il primo giorno. "Uomini e macchine: signor Beltrami, qual è la più grande differenza, qui dentro alla Panini, tra ieri e oggi?". "Oggi la tecnologia è diversa, ma le qualità umane hanno lo stesso valore che avevano ieri. Sono gli strumenti che sono diversi: ci si appoggia ad essi di più, e non sempre bene. Ma questo è un problema di tutte le aziende, non soltanto della Panini". "Mi racconti un po' di com'era il livello tecnologico quando lei è arrivato qua". "Quando sono entrato io, nel 1969, c'era già l'Arbe di Artioli e Bertolini, ma permanevano ancora alcuni problemi. Uno era quello degli album; li facevamo comporre all'esterno, presso il Poligrafico Artioli, però il dover fare riferimento a una struttura esterna ci limitava e condizionava perché, pur godendo di una sorta di diritto di priorità, le nostre richieste erano inserite all'interno di una programmazione di lavoro gestita da terzi che, oltre a noi, avevano anche altri clienti. Decidemmo allora di aprire qui all'interno dell'azienda una nostra tipografia con caratteri mobili e linotype che man mano, con il trascorrere del tempo e l'evoluzione tecnologica, abbiamo sostituito con le prime fotocompositrici. Così eravamo indipendenti; parallelamente si sono sciolti gli accordi con Artioli e Bertolini e, di conseguenza, abbiamo allestito anche un nostro reparto stampa interno. È stato a metà degli anni '70. L'inizio non dev'essere stato facile. Io non c'ero, ma Giuseppe Panini me ne aveva parlato tante volte. Mi raccontava che la prima raccolta, quella dei fiori, era stata un fallimento; dopo però ne avevano comprata un'altra che era andata benissimo. Cominciò così. Con me più volte Giuseppe commentò la cosa dicendo: "Con un piatto di lenticchie mi sono comprato una fortuna...". In breve scoprì che il problema principale dell'insuccesso generalizzato delle precedenti raccolte era dato dal fatto di averle imbustate senza mescolarle. Le spiego: se in un foglio di stampa (che oggi è di 1m x 1,30 m) in un angolo del foglio c'è Roberto Baggio, io posso stampare 10, 100, 1.000 fogli ma in quest'angolo ci sarà sempre Roberto Baggio. Se io mi limito a tagliare il foglio e poi vado a confezionare le bustine, da quel punto del foglio dentro la bustina andrà sempre a cadere Roberto Baggio. La stessa cosa succede per tutte le altre figurine collocate sul foglio. Nasce quindi il problema delle "doppie" e addirittura può darsi che ci siano dieci bustine di seguito tutte uguali. Questo, naturalmente, impedisce che uno possa dedicarsi alla collezione di figurine con il piacere autentico della sorpresa e con la concreta possibilità di terminarla in un lasso di tempo abbastanza contenuto e con una spesa accettabile. Uno dei segreti fondamentali è allora il mescolare le plance, cioè i fogli di stampa, prima del taglio: fu questa un'intuizione dei Panini, anche perché all'epoca non c'era nessun altro, praticamente, che si occupasse davvero di figurine. Chi lo faceva già, come la Liebig, adottava altri metodi e altri criteri. Per un prodotto del tipo a cui diedero vita i Panini era invece indispensabile mescolare, e mescolare vuol dire ricostruire in verticale quello che sul foglio è "spalmato" in orizzontale. Immagini che questo sia un foglio che contenga 20 "quadrotte", ognuna delle quali a sua volta sia costituita, per esempio, da 16 figurine. Come si fa a mescolarle? C'è una macchina con una trentina di caricatori: nel primo viene messa la quadrotta 1, nel secondo la 2 e così via. La macchina gira prelevando e impilando le varie quadrotte che, soltanto dopo questa fase di mescola, saranno tagliate. Allora sì che, come risultato, si ottiene una serie di sequenze che, come numero, dipende dal numero totale delle figurine della raccolta le quali, comunque, sono sempre in posizione diversa da una sequenza all'altra. In questo modo le figurine, nelle varie bustine, capitano sempre in successione diversa e si evita il problema delle "doppie". Si possono poi creare altre combinazioni, mettendo una quadrotta in un verso e un'altra nel verso opposto, aumentando così le probabilità di evitare successioni uguali. Inizialmente, quando in azienda erano in "quattro gatti", queste cose le studiarono soprattutto Umberto, con alcuni collaboratori, e anche Giuseppe. In seguito l'incarico diventò di competenza del direttore di produzione. Per mescolare però non ci fu bisogno di inventare nuovi macchinari; fu sufficiente adattare le macchine già esistenti che servivano per assemblare le segnature dei libri, cioè le varie pagine, dato che il meccanismo è lo stesso. L'adattamento delle macchine alle esigenze della Panini fu opera di Umberto. Le prime volte ci metteva le mani lui stesso, materialmente; in seguito, quando se ne dovettero comprare delle altre, non ci fu più bisogno di questo lavoro da meccanico e Umberto si limitò a fornire alla ditta costruttrice le indicazioni delle modifiche che si dovevano apportare. Normalmente negli anni '60 si stampava in 70x100, anzi, all'inizio addirittura in 50x70; anche Artioli, quando è entrato in azienda, ha lavorato in 70x100, poi si è passati a 100x140. In seguito si è arrivati anche a 108x160, che è il formato che usiamo ancora oggi. Il formato è molto importante perché, naturalmente, più è piccolo il foglio e meno figurine si stampano. Ma in quei primi anni '60 non era possibile utilizzare altro che il 70x100 perché quello era il formato standard delle macchine a disposizione degli stampatori esterni ai quali in quel tempo la Panini faceva ricorso e anche perché, con l'inevitabile pressione che subivano i fogli nella stampa, si procurava uno schiacciamento che rendeva precario il registro nella periferia. Cioè, i quattro colori che nella quadricromia richiedono quattro passaggi di stampa successivi non venivano sovrapposti esattamente nei bordi del foglio e questo difetto era più evidente man mano che il foglio diventava più grande. A livello tecnologico fu necessario dunque lavorare contemporaneamente sulla quantità delle figurine da produrre e sulla qualità della stampa a colori". "Sembrano, a un profano, dettagli senza eccessiva importanza e invece è soprattutto da questo che è dipeso lo sviluppo della Panini". "Senz'altro, soprattutto a fronte di una richiesta di mercato sempre crescente: bisognava produrre sempre di più e sempre meglio, e in fretta". "E oggi, come si lavora? Ci sono stati dei cambiamenti altrettanto significativi, in questi ultimi dieci anni da quando sono usciti i Panini?". "Sostanzialmente la struttura produttiva tecnologica di base della Panini è rimasta la stessa, pur con le inevitabili migliorie apportate nel tempo. Innovazioni tecnologiche, da quando sono andati via i Panini, ne abbiamo avute: sono state progressive e hanno toccato diversi settori come nel caso, per esempio, delle imbustatrici automatiche o nell'automatizzazione di alcune fasi di lavoro che allora lo erano solo parzialmente. Però il nocciolo duro si può dire che sia rimasto sostanzialmente quello che avevano impiantato loro". "E come è avvenuto il passaggio dalla figurina da incollare a quella su carta adesiva?". "Questo passaggio è avvenuto intorno ai primi anni '70. In precedenza avevamo la figurina su cartoncino, da attaccare con la colla. Si ricorda la "Coccoina" con il suo pennellino? Una prima alternativa alla colla fu la "cellina". L'inventarono i Panini, che le trovarono anche il nome. Le celline erano dei triangolini biadesivizzati che venivano venduti in cartoleria ed anche in edicola, su foglietti che ne contenevano un certo quantitativo, simili a quelli delle "letraset" di oggi. Si staccava la cellina, la si attaccava dentro la sua casella e sopra ci si appoggiava la figurina. Fu un sistema che funzionò per alcuni anni, accanto a quello più tradizionale della colla. All'inizio degli anni '70, come le dicevo, siamo passati alla carta adesiva. Esisteva già, specialmente per le etichette, ma furono i Panini ad avere l'idea di utilizzarla per le figurine, soprattutto per ovviare ai fastidi procurati dalla colla. Ce la procuravamo dai grandi produttori internazionali. Ma la carta adesiva che allora il mercato offriva aveva delle caratteristiche standard che non si sposavano proprio al meglio con il nostro prodotto. Noi avevamo bisogno di produrre dei fogli grandi in cui la quantità di colla fosse ben bilanciata. Infatti, con lo schiacciamento di cui le parlavo prima, dovuto alla pressione della stampa, e anche successivamente, quando si tagliavano le quadrotte e poi le figurine, potevano capitare sbavature di colla, che finivano dentro le Fifimatic, le imbustatrici automatiche. Le Fifimatic sono dotate di una ventosa tarata apposta per aspirare e far cadere una sola figurina alla volta dentro ogni bustina; ma, se la figurina era trattenuta da quella di sopra per via di quel filo di colla in eccesso, succedeva che la ventosa non funzionava più e la macchina si fermava. Bisognava allora aggiungere la figurina a mano e rimettere in moto la macchina. Poteva anche capitare il caso opposto, che entrambe le figurine fossero risucchiate dalla ventosa, alterando il ciclo numerico della lavorazione. Questi intoppi andavano risolti, in un modo o nell'altro, perché ostacolavano la produzione. I Panini decisero quindi di farsi fare la carta adesiva localmente, su misura delle proprie necessità. Dapprima si rivolsero a una ditta di Soliera, un paese a pochi chilometri da Modena, che li rifornì fino al punto da renderli quasi autosufficienti; poi anche in questo caso, quando furono tecnicamente in grado di farlo, optarono per la produzione diretta, all'interno dell'azienda. Questa scelta fu dettata anche dal bisogno di avere sempre a disposizione il quantitativo di carta adeguato alle richieste del mercato. Con le ditte esterne, infatti, c'era sempre - sia realmente che potenzialmente - il rischio di non avere l'approvvigionamento in tempo utile. Ma la figurina, quando esplode sul mercato grazie a una raccolta di successo, è un prodotto al quale bisogna correre dietro. Se non si fa in fretta, si rischia di perdere il momento favorevole. La produzione all'interno dell'azienda avvenne all'inizio degli anni '80. Per molti anni la vendita diretta di questa carta adesiva è stata una delle maggiori entrate della Panini: oltre a produrla per noi, la producevamo per conto terzi. Se ne occupava - con un proprio marchio - una società del gruppo, l'Adespan (Adesivi Panini), che ha sede a Bomporto, nei dintorni di Modena. Abbiamo venduto in tutto il mondo, direi che siamo stati senz'altro fra i primi dieci produttori nel settore. Poi l'Adespan recentemente è stata ceduta alla multinazionale statunitense Avery Dennison". "Un'altra idea vincente mi sembra sia stata quella delle didascalie, sul retro delle figurine, in più lingue straniere". "Sì, fu un'ottima idea. La configurazione europea delle nostre figurine prevede una didascalia sul retro in sei lingue: italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo e olandese. A volte al posto dell'olandese c'è il portoghese. L'olandese serve sia l'Olanda che il Belgio, dove si parla il fiammingo, che è una variante dell'olandese. Inoltre, a seconda della destinazione, le figurine presentano delle personalizzazioni: per esempio, il cirillico per la Russia. Ma anche il calcio ceco è scritto in ceco. E potrei continuare con un'infinità di altri esempi. Cerchiamo in questo modo di adattare il prodotto, sempre più e sempre meglio, alle esigenze locali. Le sei lingue "fisse" le abbiamo adottate per la prima volta nel 1970, in occasione dei Mondiali del Messico; è stata anche la prima volta che abbiamo presentato le nostre figurine a livello internazionale. Le sei lingue, o quella specifica richiesta dalla singola destinazione nazionale, compaiono non soltanto sul retro della figurina ma anche sulla bustina. Non saprei dire esattamente di chi furono queste idee, perché nascevano in un contesto di discussione collettiva all'interno della quale ognuno dava il proprio contributo, interagendo con quello degli altri: così l'idea, avanzata da uno, veniva accolta ma poteva anche essere modificata in modo sostanziale grazie all'apporto di altre persone. Del resto non è che si redigesse un verbale, nel corso di queste riunioni. Il nome e cognome di chi proponeva, in ogni caso, era considerato come assolutamente marginale rispetto al gruppo nel suo complesso. La propensione ad allargarsi, per esempio, non era solo di Franco ma anche di Umberto, che si entusiasmava soprattutto quando si progettava di espandersi ai paesi di lingua spagnola, per i quali continuava ad avere un debole dopo la sua esperienza in Venezuela. E questo anche se spesso la Spagna poteva sembrare proibitiva per noi, sia per le spese doganali e le tasse, che erano molto elevate, sia per la presenza di una concorrenza locale piuttosto forte, non tanto sul piano della qualità - dove noi eravamo nettamente superiori - quanto per la competitività dei loro prezzi sui quali naturalmente non andavano ad incidere i costi di trasporto e di ingresso nel paese. Questo però non spaventava affatto i Panini, che dicevano: "Se vogliamo entrare, dobbiamo essere disposti inizialmente anche a rimetterci. Almeno per qualche tempo, finché non siamo riusciti ad affermarci. Dobbiamo far vedere che il nostro prodotto è migliore, più serio, più accurato. Vedendo la differenza di qualità, può darsi che i clienti si invoglino a spendere qualcosa di più pur di comprare le nostre figurine". Su questo i fratelli erano tutti d'accordo. Nessuno tirava indietro. I primi anni che cominciammo a vendere in Spagna - mi sembra che si trattasse di una raccolta di motociclette - facemmo alcuni conti e ci accorgemmo subito che ci stavamo rimettendo. Ma Giuseppe disse: "Be', ci rimettiamo una lira l'una, però ne vendiamo tante...". Era un po' la sintesi della filosofia del tempo, dell'azienda familiare gestita con criteri familiari". "Anche con i dipendenti si comportavano così?". "Sì, c'era poca burocrazia e molta amicizia, collaborazione, simpatia. Le gerarchie servivano solo nella misura in cui definivano i ruoli e le responsabilità". "Erano quindi gerarchie soltanto funzionali all'azienda, avulse dalla logica del potere?". "Sì, i Panini non erano dei "capi" e non erano interessati ad esserlo. E anche i dipendenti che avevano delle responsabilità, talvolta molto pesanti, se le addossavano soltanto perché questo era richiesto dal loro lavoro, senza per questo voler essere o sembrare più degli altri. Finito il lavoro, si ridiventava tutti uguali. Spesso si andava a cena tutti insieme: i Panini, due magazzinieri, uno stampatore... Quando c'era qualcosa che non andava, i Panini dicevano: "Qui c'è qualcosa di sbagliato, parliamone con il responsabile per capire che cosa è successo", ma senza mai lapidare nessuno. Era un'altra mentalità, una mentalità che non è in linea con le tendenze di oggi. La loro lungimiranza era nel credere in quello che si faceva e nel farlo anche quando, se mai, sulla carta i conti sembravano non tornare. Questo perché innanzitutto avevano un entusiasmo e un ottimismo, se non smisurati, senz'altro eccezionali, che davano anche la carica agli altri. A tutti, credo. È una cosa che oggi si è persa, non esiste più da nessuna parte. In qualsiasi azienda, oggi come ieri, si investe, ma è il modo che è diverso. Quella della Panini è stata un po' la storia di tutte le aziende piccole, medie o provinciali che, finché hanno mantenuto una certa dimensione, sono andate in un modo, dopodiché sono state prese da altri e gestite con criteri rigidamente imprenditoriali. E in quest'ultimo caso, nonostante tutto, a volte è anche capitato che abbiano perso delle opportunità proprio perché è venuta a mancare quella voglia di rischiare che un tempo era tanto più diffusa. Anche perché, se uno si trova a gestire un'azienda che non gli appartiene, è un po' difficile che riesca a sentirla come propria. I fratelli Panini li ho visti cambiare un po', forse, dopo la morte della madre, nel 1987. Lei era una figura di riferimento molto importante, carismatica, seppure discreta, riservata, molto umile. Abitava qui, in un appartamentino situato nella palazzina principale. Ogni mattina scendeva a occuparsi personalmente di quella striscia di terra, metà giardinetto e metà orticello, che era davanti allo stabile, all'altezza dell'insegna. Anche se i figli erano sposati, continuava ad esercitare il suo ruolo di "rézdora". Quando c'era qualche momento di difficoltà, li metteva a parlare intorno a un tavolo finché le cose non si erano chiarite. Ma lo faceva a modo suo: "Oggi vi aspetto su all'una, che vi ho preparato i tortellini". Allora i quattro fratelli telefonavano a casa alle mogli: "Non aspettarmi a casa per il pranzo perché vado su dalla mamma". E la famiglia originaria si ricomponeva, pronta a ripartire unita come sempre". "Lei come è entrato alla Panini?". "Io sono modenese, ma prima di essere contattato da Giuseppe Panini non conoscevo nessuno di loro. Ero giornalista; dapprima ho lavorato qui, alla "Gazzetta dell'Emilia", poi sono andato a Milano, a "Il Sole". Mentre ero a Milano a lavorare, Giuseppe ha raccolto informazioni su di me, poi mi ha telefonato. Ha risposto mia moglie che, quando sono rientrato alla fine della settimana, mi ha detto: "Ha telefonato un certo signor Panini che vuole fissare un appuntamento con te. Ho detto che avrebbe potuto richiamare al tuo ritorno". E infatti ritelefonò subito: "Qui il lavoro sta diventando troppo grande; finora me ne sono occupato io con un paio di persone che mi hanno dato una mano, però non sono in grado di proseguire così. Ho bisogno di uno che sia pratico di problemi editoriali, giornalistici e tecnici. Lei fa al caso mio. Mi hanno parlato molto bene di lei e voglio che venga a lavorare qui". "Ma io sono già impegnato", risposi. "Potrebbe anche allettarmi l'idea di rientrare ai patri lidi ma, sa, io lavoro a Milano, che è un po' la capitale del giornalismo italiano, con tanti sbocchi e possibilità... E poi, sinceramente, il lavoro che faccio mi piace e sono in grado di farlo, mentre quello che lei mi chiede non capisco neppure bene di che cosa si tratti". Allora lui mi martellò perché venissi alla Panini per un periodo di prova. Non è forse vero che Giuseppe Panini era un trascinatore? Finì che accettai di provare. Dopo un paio di mesi da quella telefonata, gli dissi: "Guardi, mi sono organizzato; se vuole posso provare per un po', senza impegno". "Perbacco, venga domattina che l'aspetto". Così presi un periodo di aspettativa e venni qua. Avevamo concordato un periodo di prova di tre mesi ma lui, dopo appena un paio di settimane, mi disse: "Per me va già bene, sono convinto; è lei che vuole aspettare la prova". Io però non cedetti: "Credo che sia meglio anche per lei" e iniziai il periodo. Dopo un mese, mi chiamò: "Allora, siamo d'accordo? Adesso andiamo da mio fratello Franco a sistemare le cose". "Ma abbiamo appena cominciato, io voglio pensarci bene...". "Lei va benissimo. L'ho già detto a Franco". L'ebbe vinta lui. Era il 1969 e sono ancora qua. Il mio lavoro mi piace molto. Ho iniziato come caporedattore, ma in realtà mi occupavo un po' di tutto, dalla selezione e predisposizione delle collezioni all'album, alla diffusione e a tanti altri aspetti. Da 1972 sono direttore editoriale, ruolo che ho sempre conservato anche durante i vari passaggi di proprietà e che ricopro tuttora. Coordino pure tutte le attività delle filiali estere. Per ventisette anni ho diretto anche l'"Almanacco del Calcio", che però - con l'edizione 1999 - con un certo dispiacere ho scelto di lasciare perché gli impegni di lavoro sono diventati davvero troppi per poter continuare ad occuparmene". "Una cosa che chiedo anche a lei è: come si fa a sapere in anticipo quali collezioni potranno piacere al pubblico?". "Saperlo è molto difficile, infatti, e non sempre ci si riesce. Lei non è anche una professoressa? Be', mi dispiace per lei, ma può star sicura che quando una collezione incontra il favore dei docenti, allora di sicuro non piace ai bambini. Perché loro fiutano l'"inganno", capiscono benissimo che se c'è odore di scuola il divertimento cala. La figurina deve rimanere anche e soprattutto un gioco più che uno strumento didattico travestito da gioco, altrimenti i bambini ne girano accuratamente alla larga. Lo sperimentammo a nostre spese con la collezione del "Folklore". Era una raccolta bellissima, frutto di una ricerca fotografica molto accurata, compiuta in ogni parte del mondo: le figurine illustravano feste e momenti tradizionali dei vari popoli, con materiali rari e inediti. Il mondo della scuola ci riservò un'accoglienza entusiastica, ricevemmo anche tante lettere di complimenti e di incitamento a proseguire in un'opera così meritoria. Fu un fiasco solenne: quelle figurine non le comprò nessuno". "Troppa cultura e poco divertimento?". "Chissà. Ma questo del rapporto inversamente proporzionale tra mondo della scuola e mondo del bambino è un dato di fatto. Certo che prevedere non è facile. Anche "Sandokan", quando scegliemmo di farlo, non ci entusiasmava più di tanto, e invece fu un successo incredibile. Tra le donne, soprattutto, oltre che tra i bambini. Ci arrivarono moltissime lettere di ragazze e signore di ogni età, che volevano informazioni, album, figurine del loro idolo. Correvano ogni giorno in edicola ad acquistare, erano capaci persino di allungare qualche bigliettone all'edicolante pur di essere sicure di avere l'album senza correre il rischio che andasse esaurito. Scene di fanatismo, davvero, che sorpresero noi per primi. Altrettanto, anche se in modo diverso, piacque "Heidi". Anche lavorare sui "film-live", cioè su quelli con attori in carne ed ossa, presenta problemi particolari, perché si devono comprare i diritti mesi prima per preparare la collezione in tempo ed essere in grado di distribuirla al momento opportuno. Ma, in questi casi, è ancora più difficile prevedere le reazioni del pubblico. È stato così per lo stesso "Sandokan", e poi, per esempio, per "Pinocchio", dal film televisivo di Comencini. Andammo a Roma e, come in analoghe occasioni, ci fermammo alcuni giorni, tutti passati a selezionare fotogrammi del film da trasformare in figurine: e chi ci dice quale sia meglio scegliere, per le circa 300 che andranno a formare la raccolta? Questa o quella? Quale sarà la scena che colpirà di più il pubblico, quale il personaggio marginale che magari incontrerà più favore dello stesso protagonista? E poi con quelle 300 immagini bisogna anche saper raccontare l'intera storia a chi il film non l'ha visto ma vuole farsi coinvolgere lo stesso dal gioco delle figurine. O a chi l'ha visto, ma con occhi diversi dai nostri. Sì, non è facile, ma è per questo che il nostro mestiere è tanto bello". Già, lo credo anch'io. Altrimenti non si spiegherebbe come mai Arrigo Beltrami, alle otto di sera, dopo essersi congedato da me con la promessa di rivederci per altre storie, ritorni dentro l'azienda a "sbrigare qualche altra cosa prima di andare via". Sono sicura che ha le chiavi della Panini infilate in tasca, proprio come quelle di casa sua. "La famiglia Panini ha riunito tutte le caratteristiche positive tipiche dei modenesi che si dedicano alle attività imprenditoriali: intuito e creatività; impegno e laboriosità; rischio calcolato; estrema ricettività ed elasticità nei confronti del mercato, cioè disponibilità e predisposizione a capire e ad interpretare ciò che esso vuole, con l'offerta del prodotto e del servizio ottimale in tempi stretti e nel rispetto del miglior rapporto qualità-prezzo. In quest'ultima loro caratteristica i Panini hanno sempre cercato di modificare ed elevare gradualmente il mercato". La diagnosi, precisa e motivata, è di Roberto Armenia, esperto di editoria ed amico di lunga data di tutti i Panini. "Hanno cercato di migliorare il mercato all'interno, senza però mai esporsi più di tanto ma provando a capire che cosa volesse: dapprima con i giornali, poi con le buste-sorpresa, infine con le figurine. Le figurine inizialmente sono state di soggetti vari: fiori, animali e sport, però ben presto i Panini si sono subito resi conto che dovevano puntare su grandi tirature, come quelle del calcio, che hanno finito per andare sui 3 milioni di album. In seguito si sono spinti alla ricerca di nuovi prodotti e hanno capito il boom della televisione e del cinema, indirizzandosi così sui personaggi televisivi e cinematografici. Sono sempre stati attentissimi al mercato, ma non l'hanno mai anticipato. E non hanno avuto pretese intellettuali: loro facevano le figurine. Sì, si deve parlare di "famiglia Panini" più che di fratelli Panini. La caratteristica base è da individuarsi infatti nella forza del gruppo, dove tutti i componenti hanno concorso per la loro parte di specializzazione: Giuseppe come leader-ideologo-amministratore-gestore; Umberto come tecnico; Franco Cosimo come leader nella ricerca del prodotto-servizio e nel modo di presentarlo e offrirlo al mercato e ai clienti reali e potenziali; Benito come esperto della distribuzione, che faceva tutta capo a lui, e degli aspetti tecnici della produzione. Le sorelle, Veronica, Norma, Maria ed Edda, nel rispetto delle tradizioni della civiltà contadina, hanno sempre operato in subordine ai fratelli, in modo complementare tra loro. E inoltre, come tutte le "rézdore" modenesi, sono sempre state particolarmente sensibili al contenimento dei costi, badando a non sprecare neanche un foglio di carta o a riutilizzarlo; e questo, soprattutto agli inizi, non era cosa da poco. Nella loro costante ricerca di studiare, mettere a punto e quindi offrire sul mercato i prodotti-servizi più aderenti alle aspettative della clientela (una clientela di giovani, con specifici bisogni di gioco, divertimento, crescita umana e culturale), i Panini hanno avuto la grande intuizione di capire il ruolo centrale e fondamentale che avrebbero potuto ricoprire lo sport e i suoi protagonisti. Così le prime collezioni Panini sono state dedicate agli sport e, in particolare, a quello - il calcio - che più di ogni altro sembrava incarnare determinati ideali giovanili. Poi, via via che la civiltà delle immagini andava affermandosi attraverso nuove forme comunicazionali su vasta scala, come la televisione, il cinema e - rispetto alla carta stampata - anche il fumetto, l'attenzione e l'interesse dei Panini si sono spostati, allargandosi verso i personaggi protagonisti di questi nuovi orizzonti giovanili. E così, in tutto il mondo, dal successo delle figurine (che hanno formato e influenzato intere generazioni di ragazzi) è nato il "mito Panini". Anche oggi Panini è sinonimo di figurina, di sport e di campioni. Prova ne sia che trasmissioni televisive come "Quelli che il calcio" o conduttori come Fabio Fazio e politici come Walter Veltroni non mancano occasione di citare le figurine Panini per vari motivi. Walter Veltroni, quando nella prima metà degli anni '90 era direttore de "L'Unità", per lanciare il giornale fece con noi l'operazione "Figurine Panini". Arrivò a quasi 600.000 copie vendute (570.000, per l'esattezza); dava in offerta tre giorni alla settimana, a chi acquistava il giornale, le bustine con le serie storiche dei calciatori, insieme con l'album. Fu un successo straordinario, verticale, non più ripetuto dalle successive offerte di altri prodotti in omaggio con il quotidiano. Ma le figurine Panini restano legate anche ad iniziative internazionali, come succede in Brasile, a Rio de Janeiro, dove si fanno incontri di calcio "Vecchie glorie contro Panini Figurine". Le mitiche figurine Panini per diverse generazioni hanno rappresentato gioco e divertimento ma anche un approccio nuovo, diverso, per la cultura e certe sue espressioni (fumetti, cartoni animati, cinema, televisione) e per lo sport. Essendosi sempre proposte di presentare gli sportivi come campioni di altruismo e di generosità, esse hanno costituito un utile e prezioso veicolo di informazione e formazione dei giovani. Benché quella delle figurine possa essere considerata una forma di cultura minore, pure essa risulta efficace tanto, se non più, di ogni altra, anche come modo, mezzo, occasione per acculturarsi. È stato un successo, quello delle figurine Panini, che si può paragonare a quello ottenuto da "Grand Hotel" quando uscì nel 1948; entrambi ebbero il merito di avvicinare alla carta stampata tanti giovani che poi sono cresciuti e, anche se non a tutti, forse a qualcuno questo approccio è servito per prendere dimestichezza con altri tipi di carta stampata, come primo gradino per accedere poi ad altri giornali e ai libri. Coerentemente con questi presupposti e con queste finalità, i fratelli Panini hanno sempre investito in sponsorizzazioni che a volte hanno rasentato il mecenatismo, concorrendo a favorire lo sport da un lato e la cultura da un altro. Così è nata - soprattutto per volontà di Benito e di Giuseppe - la famosa Panini Volley, la squadra di pallavolo più volte campione nazionale e internazionale. Così anche è nata - questa volta per volontà di Franco Cosimo - la Divisione Libri, nel 1978, all'interno della Panini Figurine. Iniziative entrambe caratterizzate dal desiderio di incidere sulla realtà culturale e sociale, con particolare riferimento ai giovani e al loro rapporto con la cultura d'appartenenza. I fratelli sono sempre andati d'accordo. Certo, qualche volta Franco e Giuseppe erano un po' come due galletti e volevano prevalere l'uno sull'altro: allora Umberto, e con lui le sorelle, faceva l'ago della bilancia. Ma erano in fondo discussioni senza acrimonia, costruttive, direi inevitabili quando si lavora insieme su di una medesima realtà produttiva, e non hanno mai lasciato strascichi di rancori o acrimonie. Lo spirito di gruppo dei Panini ha sempre prevalso, come è successo in genere in tutte le famiglie imprenditrici modenesi, dove le fortune sono state fatte insieme da tutti i membri del gruppo. Quando hanno capito che la loro forza d'insieme stava per disgregarsi, che all'orizzonte si profilavano delle dispute per regolare la successione tra i numerosissimi eredi, hanno voluto salvare la famiglia; non volevano litigare, così hanno colto l'occasione e hanno venduto a De Benedetti, che in quel periodo cercava di inserirsi. Poi, per tutta una serie di motivi, ebbero timore di perdere tutto, perciò conclusero con Maxwell in tempi rapidissimi. Così finì la storia delle figurine per quello che riguarda i Panini: finita quell'esperienza, ognuno di loro riprese la propria strada". 13. Alla conquista del mondo L'espansione all'estero è graduale, costante e inarrestabile. È la conseguenza dell'opera di strutturazione aziendale che inizia a partire dal 1964, quando viene costruito lo stabilimento di Via Emilio Po. Si crea una struttura editoriale alla quale se ne affiancano una produttiva ed una amministrativa e, dal 1970, anche una commerciale per l'Italia, oltre a una direzione del personale. Nel frattempo, nel 1966, viene fondato anche il Gruppo Sportivo, dapprima a livello nazionale con sport quali l'atletica leggera, il rugby e la pallavolo femminile e maschile; sulla pallavolo maschile si concentrerà in seguito tutta l'attività con risultati che, nel giro di poche stagioni, diventeranno di straordinario valore internazionale. Con il passare degli anni, e con il crescere dei risultati commerciali, la Panini comincia sempre di più a interessarsi ai mercati esteri. Intorno al 1969 partono le prime vendite in Belgio e in Svizzera, attraverso distributori esterni. Nasce poi la filiale francese e, a seguire, le altre filiali, che sorgono come funghi fino a raggiungere quota undici. Questa forte espansione all'estero è sostenuta da un cambiamento organizzativo che comporta, nel 1974, la creazione della Panini International come holding di tutte le società del gruppo. Dagli anni '80 è necessaria anche una direzione generale. Nel 1978 era nata pure la Divisione Libri, finalizzata a pubblicazioni di critica d'arte, almanacchi sportivi, libri di fotografia e grafica. Nel 1985 è la volta del Museo della Figurina anch'esso inizialmente ospitato, come la Divisione Libri, negli spazi dell'azienda di Via Po e successivamente donato, nel 1992, al Comune di Modena. Sul fronte industriale, nel 1982 si assiste alla nascita di un reparto per la produzione di carta adesiva in foglio necessaria per la stampa delle figurine, che poi evolverà in un'azienda separata ma associata, la Adespan, con sede a Bomporto, nei pressi di Modena. La sovracapacità produttiva permetterà, dal 1985, di servire anche il mercato esterno del settore. Nel contempo si installa una nuova linea produttiva per raddoppiare la produzione. Ideatori, fautori e sostenitori dell'avanzata internazionale della Panini sono Franco Panini e Alfredo Roma, direttore generale dell'azienda. Al termine della conquista dei mercati internazionali - per quello che riguarda il loro operato fino al momento della cessione a Robert Maxwell, cioè nell'ottobre 1988 - la Panini ha ben dieci sedi estere e la leadership mondiale nel settore. "Dottor Roma, ma come avete fatto a conquistare il mondo intero?", chiedo strabiliata. Io stessa, prima di mettere il naso in questa vicenda, non avrei mai supposto che quello che pure mi sembrava un impero lo fosse tuttavia fino a tal punto. E chissà quanti altri, oltre a me, non se n'erano resi conto. La domanda quindi è più che legittima, considerando che agli inizi degli anni '60 i Panini stavano ancora mescolando figurine col badile e poi con la zangola, mentre Umberto estraeva il suo petrolio in quel di Venezuela. "La prima società che abbiamo costituito è stata quella francese, nel 1973. Io ero entrato l'anno prima e già nel settembre 1972 abbiamo cominciato a tessere i nostri rapporti con la Francia, che si sono concretizzati qualche mese dopo. Non siamo riusciti però a imporre il nostro nome, perché i francesi da quell'orecchio non ci sentono: così la società si è chiamata "France Image" (oggi però si chiama "Panini France"). Nel 1974 è stata la volta della Germania; anche qui non è stato possibile far accettare immediatamente la denominazione Panini, ma poi i tedeschi hanno acconsentito volentieri a farsi "adottare" e la sede tedesca ha preso il nome di "Panini Verlag", così come "Panini" - in abbinamento al nome del singolo paese - si chiamano tutte le altre sedi che abbiamo costituito negli anni successivi. Si è trattato della Gran Bretagna nel 1976; della Grecia nel 1977; degli Stati Uniti nel 1979. Il 1980 ha visto la nascita della sede del Canada, e poi di quella dell'Olanda, della Spagna, del Belgio (in questo caso però si trattava di un concessionario)... In totale, 10 sedi estere che - sommate a quelle italiane - formavano una ventina di società, incaricate anche di svolgere altre attività collaterali. Come si può capire, quello della Panini era un gruppo complesso. Modena rimaneva l'unica azienda produttrice, però tutte le altre fasi erano realizzate nelle sedi decentrate; l'acquisto dei diritti, la commercializzazione del prodotto, la distribuzione, il servizio di figurine post-vendita venivano fatti localmente. Le altre sedi, quindi, erano agenzie commerciali che garantivano una presenza stabile sui mercati esteri. Questo era un punto di importanza fondamentale perché, laddove si doveva invece far ricorso a un distributore (come in Svizzera, dove eravamo privi di società), era il distributore stesso che faceva il bello e il cattivo tempo: se non voleva comprare dei diritti, non li comprava; se voleva distribuire attraverso il canale dei dolciumi anziché attraverso quello della stampa, lo faceva; i prezzi li governava lui. Dove invece avevamo una nostra società controllata, eravamo noi stessi a decidere prezzi e strategie. In questo modo si poteva anche praticare una politica dei prezzi, che dava risultati molto positivi". "Mi sembra un'idea geniale", azzardo affascinata. "Un'azienda-madre legata alle sedi-figlie sparse in tutto il mondo, un'unica famiglia di ditte con ruoli ben precisi e mai sovrapposti, ma tutti in armonioso collegamento. Una "famiglia Panini" aziendalizzata sull'intero pianeta. Così ognuno poteva contribuire in modi propri, adatti alla cultura e alla mentalità del posto, alle esigenze commerciali, ai bisogni psicologici, alle dinamiche del mercato, con soddisfazione anche dei dipendenti e dei dirigenti locali ai quali veniva implicitamente riconosciuta - insieme con l'autonomia nel lavoro - anche la qualità del medesimo; e, nello stesso tempo, ognuno faceva parte di un insieme più ampio, che dava copertura, solidità e sicurezza di scelte di fondo comuni e di investimenti oculati a largo raggio. Non è così, dottor Roma?". "Sì, nella costituzione di questa rete di sedi decentrate, in cui la centralità della ditta-madre non veniva assolutamente toccata, seguimmo indubbiamente un concetto di espansione sui mercati esteri molto all'avanguardia per quei tempi". "Ma di chi fu il merito di questa visione d'insieme così autorevole eppur flessibile, di questa sorta di "centralismo federalistico" ante litteram?". "Ce ne occupammo Franco Panini ed io. I quattro fratelli hanno avuto tutti una fase storica importante all'interno dell'azienda e nel corso della sua evoluzione. All'inizio è stato Giuseppe che ha avuto l'idea e ha messo insieme le risorse per creare la società, richiamando Umberto dal Venezuela, Franco dalla banca e altri collaboratori da altre parti". "La mente esplosiva?". "Sì. Umberto poi ha seguito la parte di sviluppo delle macchine che, dal 1965 al 1970, è stata davvero basilare perché si è trattato letteralmente di costruire un'industria che non esisteva e che doveva poter produrre sempre di più, come il mercato richiedeva". "La mente tecnologica?". "Sì. Con questa capacità produttiva è stata possibile l'espansione sull'estero, che è avvenuta a partire dal 1972, quando sono entrato io. È stato allora il momento di Franco, al quale non sempre si è adeguatamente riconosciuto il merito di aver realizzato e gestito questa fase di allargamento internazionale, dando nuovi impulsi a tutta la produzione". "La mente grigia?". "Anche in questo caso, devo rispondere di sì. Giuseppe ha avuto il grande merito di aver costituito la società ma lo sviluppo, soprattutto sui mercati esteri, è di Franco e quello tecnologico di Umberto. All'inizio c'era anche Benito, che poi è uscito alla fine degli anni '70; anche lui è stato molto importante, soprattutto nei primi tempi quando si occupava di distribuzione, che è un aspetto essenziale. Ha continuato fino a quando ha sentito che il lavoro era adeguato alle sue possibilità e ai suoi interessi, poi se n'è andato. Era un generoso, Benito, e anche un ingenuo: regalava a destra e a manca, spesso a persone che si sono finte amiche e che non l'hanno certo aiutato a gestire al meglio l'attività individuale che si era scelto dopo avere lasciato l'azienda". "E l'espansione internazionale, com'è proseguita?". "Senza problemi, direi. Pensi che nel 1972, quando sono arrivato io, la Panini faceva 2 miliardi e 400 milioni di fatturato annuo, di cui 1 miliardo era all'estero. Quando nel 1991 l'ho lasciata - ma anche già nel 1986, cioè nel periodo di massimo splendore -, il fatturato annuo era salito a 165 miliardi, di cui il 70% all'estero. La Panini rimane tutt'oggi l'azienda leader mondiale nel settore, grazie - negli anni scorsi - anche allo sviluppo che aveva assunto la produzione di carta adesiva per conto terzi, che noi dal 1983 avevamo cominciato a produrre all'interno. Dopo la morte tragica di Robert Maxwell, avvenuta per annegamento nel 1992, fu una società finanziaria, la Price Waterhouse, a fare da intermediaria per vendere la Panini; l'acquistò una cordata guidata dal gruppo De Agostini, che poi - dopo averla fatta risollevare - la vendette a sua volta al gruppo americano Marvel Comics. Anche quest'ultimo, però, a un certo punto ebbe bisogno di soldi e, per averli, indebitò la stessa Panini la quale, invece, produceva ancora reddito, ma insufficiente a coprire i costi dell'indebitamento. Fino a poco tempo fa la Marvel era in "chapter eleven", cioè in amministrazione controllata. Adesso, comunque, con l'acquisizione da parte del gruppo Merloni la Panini ha ripreso la propria strada, del tutto estranea - com'è giusto che sia - a questi problemi. Indubbiamente all'interno del gruppo dei fratelli Panini ci fu, a un dato momento, un cambio della guardia tra Giuseppe e Franco. Giuseppe era sostanzialmente un esponente della vecchia imprenditoria, con valori culturali estremamente avanzati ma legato anche alla proprietà e al suo sviluppo da rapporti un po' arretrati rispetto alle esigenze - pure a livello di mercato mondiale - che si andavano evidenziando. Quando si è trattato di compiere quel salto mentale che avrebbe potuto assicurare un'ulteriore e diversa espansione all'azienda, non ha voluto o non se l'è sentita di andare avanti e ha passato il testimone a Franco. Anche perché bisogna dire che Giuseppe in quel periodo aveva avuto di nuovo gravi problemi di salute; Franco era più giovane, più proiettato nel futuro, e inoltre parlava le lingue, mentre Giuseppe no; più che di una scelta si è trattato anche di una necessità. Però è stato senz'altro il momento di Franco, dell'unico che - fra tutti i fratelli - sapeva leggere i bilanci. Prima si faceva il consiglio di amministrazione per le scale poi io, con l'aiuto di Franco, ho portato all'interno dell'azienda il controllo di gestione e la presenza di consulenti, dando un assetto moderno e più funzionale, sia in Italia che all'estero". "In questa rete capillare di sedi sparse sul territorio delle quali Modena era il perno, come facevate a mantenere centralmente i rapporti con i vari responsabili e a garantire loro, nello stesso tempo, l'autonomia necessaria?". "A volte erano loro che venivano qua a Modena, altre volte eravamo Franco ed io ad andare da loro. Mi ricordo quando ci recammo in Inghilterra a vedere le nostre prime bustine di calciatori, che erano relative alla raccolta sul calcio europeo. Guidai in lungo e in largo per duemila miglia fino alla Scozia dove mi emozionai nello scoprire, perfino lì, le bustine vuote vicino alle edicole. Fu un'idea di Franco, quella di stampare la didascalia sul retro in più lingue nel momento in cui iniziammo l'espansione all'estero. Così le figurine potevano essere distribuite dappertutto, senza rese né eccedenze. Se erano troppe in un paese, le si ritirava inviandole magari in un altro dove c'era maggior richiesta, e viceversa. Molto importante era poi l'adattamento del prodotto al mercato, che veniva ricercato in tanti modi: con la scelta dei soggetti, con l'impostazione grafica, con la redazione delle didascalie. Questi accorgimenti facevano sì che il prodotto arrivasse a interpretare al meglio la mentalità locale, venendo ad assumere una propria specifica fisionomia. Perché è vero che c'erano le raccolte internazionali, uguali dappertutto, ma c'erano anche quelle nazionali che rientravano in specifici piani editoriali, per i quali venivano effettuate le necessarie indagini preliminari di mercato, e che riguardavano, per esempio, il calcio locale oppure storie locali come, in Inghilterra, la storia della monarchia. Franco era bravissimo, era lui la mente-guida di questa complessa programmazione. Durante gli anni d'oro i fratelli erano uniti; il problema è cominciato quando Giuseppe, avendo cominciato - giustamente - a diversificare i suoi investimenti, ha avuto bisogno di liquidità e, nel far questo, ha convinto anche gli altri a uscire dall'azienda. Ma Franco e Umberto sarebbero rimasti volentieri; erano ancora giovani e facevano quel lavoro con piacere. Avrebbero potuto continuare almeno per dieci o quindici anni ancora. Certamente c'era anche il problema dei loro 16 figli, che effettivamente non sono pochi. Qualcuno di loro, col tempo, forse si sarebbe "fatto" e si sarebbe potuto occupare dell'azienda in modo adeguato, anche se allora questa sembrava una possibilità remota. Ma si sarebbero potuti mettere d'accordo anche su questo punto, come si fa nelle grosse famiglie di imprenditori, senza per questo arrivare a vendere l'azienda". "Non ravvisa in questo un errore dell'imprenditoria modenese e, in genere, emiliana?". "Sicuramente, in Emilia hanno sbagliato. Invece di prendere i figli e sbatterli subito in azienda dietro a una scrivania con il diploma da ragioniere, gli imprenditori locali avrebbero dovuto farli studiare ai massimi livelli - studiare le lingue, economia, tecniche aziendali - e poi mandarli a fare un periodo di formazione presso altre aziende, preferibilmente all'estero". "Il famoso "farsi le ossa" ma al passo coi tempi, sia culturalmente che professionalmente...". "Sì. Invece è venuta fuori una seconda generazione di gente non preparata o comunque preparata non in modo sufficiente, quando invece avremmo avuto bisogno di manager internazionali. In fondo, nel caso delle figurine non sarebbe stato un obiettivo irraggiungibile, anche perché si tratta di un prodotto per il quale non occorre la grande industria ma, più che altro, l'"impresa", che richiede appunto una solida preparazione a più livelli oltre che le indispensabili doti di elasticità, intuito e lungimiranza". "Oltretutto, c'era anche la disponibilità della classe operaia e degli stessi sindacati a seguire le vicende aziendali con la massima collaborazione. Insomma, il clima di lavoro - alla Panini e in altre aziende locali - era decisamente ottimo". "È vero, i dissapori con i vertici sindacali sono stati, all'interno della Panini, pressoché inesistenti, tutt'altra cosa rispetto a quello che è successo in altre parti d'Italia. E questo è un tratto distintivo dell'imprenditoria emiliana: c'era, e forse in parte c'è ancora, un rapporto quasi familiare, di partecipazione diretta, per cui con una cena si risolvono tanti problemi, discutendone senza acrimonia, con rispetto reciproco. Il rapporto che univa i fratelli Panini ai loro dipendenti era straordinario: loro, in modo assolutamente informale, elargivano anche degli aiuti economici a tutti quelli che li richiedessero. In seguito ci trovammo costretti a formalizzarli come anticipi sulla liquidazione, ma in origine erano dei semplici prestiti pressoché senza interessi e basta, impostati sulla fiducia, guardandosi negli occhi, con una stretta di mano. Invece di rivolgersi a una banca i dipendenti si rivolgevano ai Panini. Delle feste al Colombarone gliene avranno parlato: bastava che uno si mettesse una cravatta nuova e si faceva una festa con tutti i dipendenti. Il Colombarone era la casa di Umberto in campagna, prima che comprasse la tenuta attuale. Erano le famose feste in cui metteva in funzione la locomotiva con le affettatrici". "Gnocco e salume, lambrusco e dialetto per tutti, dipendenti e proprietari". "Proprio così. Ne ho un ricordo bellissimo. I Panini erano tutti molto cordiali, amavano la compagnia e "far baracca". Anche quando venivano a Modena i responsabili delle sedi straniere, non li affidavano mica a noi dirigenti, ci pensavano loro a intrattenerli anche fuori dall'orario di lavoro. Si faceva la "raccolta" delle persone, si andava a cena e, alla fine, immancabilmente c'era qualcuno che diceva: "Vècio", riferendosi a Giuseppe "hai la fisarmonica?" e Giuseppe naturalmente rispondeva di no, o forse sì, può darsi, non lo so. Dopo qualche altra battuta di invito, si lasciava "convincere" ad andare a prendere la fisarmonica che aveva accuratamente preparato in automobile. La serata, con la fisarmonica, filava che era una meraviglia. Suonava da improvvisatore, così come i fratelli; non è che avessero studiato musica, ma le loro esibizioni erano molto efficaci, anche perché erano davvero dei trascinatori. L'unico, com'è noto, a non aver mai voluto suonare alcuno strumento era Franco, mentre Umberto aveva scelto la tromba e Benito la batteria. Giuseppe si portava la fisarmonica anche nei viaggi di lavoro all'estero, ma soltanto quando viaggiavamo in automobile. Alcune volte andai con lui in Germania; fu Giuseppe, infatti, a occuparsi della costituzione della società tedesca perché aveva molta simpatia per il mondo germanico, molto più che per quello anglosassone. Mi ricordo che andammo a stipulare dei contratti davanti a un vecchio notaio di Monaco di Baviera che, tutte le volte che citava con voce solenne "Herr Cuséppe Panìnin", si alzava in piedi e gli faceva un inchino. La cosa stupiva non poco Giuseppe, che ad ogni inchino mi dava una gomitata sussurrandomi: "Ma di chi sta parlando. Di me??...". La bontà era una delle caratteristiche di tutti i fratelli Panini. Non le hanno raccontato di Gino? Gino era un dipendente che era già con loro fin dai tempi del primo magazzino in Via Sant'Agata". "Perché loro non "buttavano" mica via le persone...". "Sì, erano molto fedeli e non si dimenticavano dei collaboratori, neppure di quelli dei primi tempi difficili. Così avevano preso Gino a lavorare dentro l'azienda, dove faceva un po' da operaio-fattorino. Non era particolarmente svelto, poveretto, ma si dava molto da fare, girava di qua e di là, si prestava a ogni tipo di incombenza, con le sue maniere un po' rozze, il suo vocione rude e stentoreo. Io l'avevo addestrato addirittura ad andare in banca a sbrigare alcune commissioni. Lo faceva a modo suo: saltava letteralmente il bancone, svolgeva quasi personalmente le operazioni richieste... Solo che era un pessimo pilota dell'Ape; era l'unico mezzo a motore a cui potesse avere accesso, ma le assicurazioni non erano più disposte a coprirlo perché aveva già avuto un'infinità di incidenti. Un giorno gli capitò l'ennesimo scontro: finì all'ospedale con la testa rotta e una preoccupante afasia. Rimase ricoverato per molto tempo, sembrava che non dovesse più riprendersi. Ma, non si sa come, ce la fece e fu rispedito a casa. Ebbene, Umberto - che in precedenza, sebbene in modo amichevole, gli aveva fatto degli scherzi infami, tipo quello di "imbottirgli" un panino con un profilattico, ma che gli voleva bene e si era sempre preoccupato per lui - per parecchi mesi, tutte le mattine, andò di persona a casa di Gino a prenderlo per portarlo in azienda, in modo che gradualmente potesse ricominciare la vita di prima. "Dai, Gino, che andiamo a lavorare...", lo chiamava e se lo portava dietro. Ma tutte le mattine, per mesi... Nel giro di un anno Gino aveva ripreso ad essere una persona "quasi normale" come era prima, forse persino meglio; probabilmente per effetto delle conseguenze dell'incidente, era diventato più tranquillo, meno esagitato di un tempo. Aveva recuperato anche la memoria. E questo non è che uno dei tanti episodi che potrei citare per far capire la generosità di quei quattro fratelli, cresciuti sull'esempio della madre, figura per loro di fondamentale importanza", conclude Alfredo Roma. Alla conquista del mondo sì, quindi, ma portandosi dietro le proprie radici, che nel caso dei Panini vuol dire tutta la numerosa famiglia, impegnata a diversi livelli nella produzione delle figurine. Non è un caso che, secondo una formula più volte collaudata in territorio emiliano, sopra l'azienda ci vada a vivere la famiglia del proprietario: casa e bottega, insomma. Anche se la "bottega", in questo caso, è leader mondiale. Così nella palazzina di Via Emilio Po, simbolo - agli occhi della città di provincia - di "chi ce l'ha fatta", ci sono anche tre appartamenti: uno per Giuseppe, uno per Edda e uno, più piccolo, per la madre. Quest'ultimo è collocato tra gli altri due, quasi in un ulteriore gesto - se mai ci fosse bisogno di dimostrarlo ancora - di affetto e protezione. Ma anche Veronica, nonostante abitasse altrove con il marito, era molto presente nella vita della fabbrica e della famiglia: "Al mattino sbrigavo un po' di faccende in casa mia, facevo la spesa poi, con la bicicletta, andavo là; mangiavo con la mamma e restavo fino a sera, quando ritornavo a casa. Anche mio marito, del resto, era impiegato nell'azienda. Uno dei miei incarichi era quello di occuparmi delle letterine che spedivano i bambini per avere le figurine mancanti. Spesso mi aiutava la mamma, che si divertiva a mettere da parte i nomi e i cognomi più strani: Culetto Rosa, Melalavò Domenica (ma noi toglievamo l'accento...), Guadagno Sabato. Devo dire che ci siam fatte proprio delle belle risate. Io ero l'unica delle sorelle a lavorare dentro la fabbrica. Le altre tre lavoravano sempre per la Panini ma per conto proprio, un po' dall'esterno, anche perché dovevano badare ai figli mentre io invece, che non ne avevo, tutto sommato avevo più tempo a disposizione: Maria portava le figurine a domicilio, dai rivenditori; Norma spediva ai bambini quelle mancanti; Edda raccoglieva i francobolli oppure sbrigava qualche lavoro di segreteria. Hanno cominciato a lavorare per l'azienda - e con loro anche i mariti, tranne quello di Norma che faceva l'agronomo - quando il lavoro è diventato più grosso e c'è stato bisogno dell'aiuto di tutti. Le cognate invece non sono mai venute anche perché i nostri fratelli non hanno mai voluto mischiare la vita privata con il lavoro. Pure la mamma diceva sempre: "Le donne tenetele a casa a far da mangiare. Non mettete le donne in mezzo agli affari". Noi, sorelle e cognati, eravamo soltanto dipendenti; i soci erano loro quattro fratelli maschi. Andava bene così, non abbiamo mai avuto nessuno screzio. E, naturalmente, al momento della vendita dell'azienda noi non abbiamo avuto alcun ruolo perché non eravamo parte in causa. Comunque va bene così: a noi non manca niente lo stesso e abbiamo meno pensieri. L'azienda è stata venduta sana sotto tutti i punti di vista. Oggi però è vero che ci sono meno bimbi e che questi bimbi hanno tante altre cose da fare e da comprare. Così, se adesso le figurine vanno forse meno bene, i motivi non sono dovuti alla Panini. E invece, soprattutto negli anni scorsi, a volte si è parlato della Panini magari facendo qualche critica, come se fosse ancora nostra, e questo ci è dispiaciuto. Siamo venuti su come un'azienda artigianale; i dipendenti erano anche loro quasi di famiglia. Dopo però è cambiato tutto. Ma prima c'era confidenza, ci si conosceva tutti. Chi aveva bisogno - a seconda delle necessità - veniva aiutato. Molti dipendenti hanno comprato casa grazie all'aiuto della Panini, che anticipava parte della liquidazione. Allora, a quei tempi, era possibile... Ma in seguito è cresciuto troppo il numero: 560 persone sono tante, se una mattina ne mancavano - faccio per dire - 50, era quasi lo stesso. E poi erano troppi anche i dirigenti, che spesso non andavano molto d'accordo fra di loro". "Noi comunque non abbiamo mai avuto delle pretese: quello che viene, viene", aggiunge la sorella Edda. "E così abbiamo cresciuto anche i nostri figli. I nostri nipoti stanno ad ascoltare queste storie a bocca aperta". 14. In viaggio nell'azienda Quando si arriva davanti alla Panini si può entrare, a sinistra, in un grande cortile dove, sul fondo, c'è una casetta a due piani ancora più modesta della palazzina principale. Qui, al secondo piano, è allestito lo show-room, quello che una volta si chiamava "museo aziendale", da non confondere con il Museo della Figurina che ha sede da tutt'altra parte. Il museo/show-room della Panini è sostanzialmente lo stesso, pur con i dovuti aggiornamenti di questi ultimi anni, che fece predisporre Giuseppe; occupa un'unica sala, divisa in varie sezioni da vetrinette e bacheche, che presenta i pezzi più significativi della produzione dal 1961 a oggi: l'intera storia aziendale della Panini. Maurizio Boschini, responsabile del personale, mi accompagna in un rapido giro. È un ambiente che conosco già, anche se ne ho un ricordo confuso; è lo stesso dove sono venuti a frotte scolari modenesi e di tutta Italia, in visita all'azienda. Oggi questo non è più possibile, o forse lo ridiventerà in un prossimo futuro, ma l'esposizione è aperta ad altri utenti: clienti italiani e stranieri, curiosi, appassionati. La prima vetrina (da destra, secondo il verso giusto a cui Giuseppe teneva tanto) contiene un album davvero storico: è quello d'esordio, "Calciatori 1961-'62". Un mito, con la celeberrima rovesciata dello juventino Parola, a simboleggiare una tensione acrobatica e ideale attraverso la quale tutti potevano, in fondo, sentirsi più eroi che non calciatori. Accanto, altre raccolte dove il calcio italiano si mescola sempre più a quello estero. "Le collezioni dei primi anni erano di calcio nel 90% dei casi", mi spiega Boschini. "Adesso abbiamo 27 calci locali, cioè seguiamo il calcio di 27 nazioni differenti, mentre esportiamo in oltre 80 paesi. Dopo un periodo di leggera flessione, è uno sport che è tornato in auge e che noi copriamo con più del 50% del totale della nostra produzione. Il calcio è sempre la parte più viva, anche perché a volte riusciamo a espanderci in mercati nuovi dove scoprono soltanto adesso quello che noi facevamo anni fa. È una miriade di piccole realtà locali, che però incidono molto. Lei pensi, per esempio, al caso di Israele, che ha sbalordito noi stessi. Abbiamo fatto il rapporto bustina-abitante e abbiamo verificato che corrisponde a due bustine per ogni abitante... Guardi, questo è l'album della Coppa del Mondo, la nostra apoteosi. La prima volta fu Messico '70, che segnò il nostro ingresso sulla scena internazionale. Vede che c'è già la didascalia plurilingue? Vede quanto apparato informativo e statistico?". È vero, questi primi album sembrano autentici libri. E quindi non è un caso che proprio in quel 1970 si sia pensato di passare anche a un vero libro, l'"Almanacco del Calcio" curato da Beltrami che troneggia in bella mostra e che è la "summa" di tutti quegli altri contributi parziali, ma ampliati e arricchiti a dismisura. È evidente, aggirandosi tra le bacheche, l'intento didattico, il progetto culturale che animava Giuseppe e i suoi fratelli, l'intento di nobilitare il messaggio e la funzione della figurina ben oltre l'identificazione con uno sport specifico o con un gioco collettivo. Doveva anche essere piuttosto frustrante, per loro, essere considerati editori di figurine e basta: visti con sospetto da insegnanti e genitori, sempre pronti a ravvisare nella figurina un "oggetto del demonio" o, come minimo, uno strumento di distrazione e di deprivazione culturale. Ma per Giuseppe la figurina era ben altro: ecco allora le collezioni su aerei e missili e sugli animali, che affiancano quelle del calcio già a partire dal 1965. E poi, negli anni successivi, quelle ancora più significative sulla Terra, sugli uomini illustri, sul Risorgimento, sull'Italia patria nostra, che proseguono su quella strada dell'"enciclopedia popolare per immagini" che è una delle tradizioni più antiche della figurina. C'è anche quella collana sul folklore di cui mi ha parlato Beltrami e che io, da brava insegnante appassionata di etnografia, propongo subito a Boschini di ristampare per la delizia dei miei scolari. "Abbiamo in progetto iniziative per la scuola", mi conferma infatti. "Ma non è facile trovare i canali e i mezzi più idonei, le figurine per la scuola non si possono vendere in edicola. Noi però ci crediamo ancora, che la figurina possa essere uno strumento didattico. Fra qualche settimana, se tornerà, le illustrerò i nostri progetti". Ne sarebbe felice, Giuseppe, che ci credeva tanto; quelle collezioni educative, dalle loro vetrine espositive, sembrano irridere alla ristrettezza mentale dei loro detrattori e, con solare orgoglio, ammiccano a chi le guarda: "Si impara più da noi che da tutti quei vostri libracci messi insieme!". Ce ne sono davvero tante: la storia dell'automobile, animali e traffico, le macchine volanti, la conquista dello spazio, perfino gli Ufo, e poi gli animali preistorici, ancora il Risorgimento nel '75... Altri tempi. Ma quelli nuovi urgono, come si vede nelle bacheche successive: così, fra una guerra d'Indipendenza e un grande pensatore, compaiono i cantanti '72, le pop stars del '75, la celeberrima Barbie del '76, Sandokan, Love is..., Guerre stellari, Bianca e Bernie, Il Libro della Giungla, La Sirenetta, La Bella e la Bestia, Aladino, Il Re Leone ecc. Non posso certo elencarli tutti; nei fogli che Boschini mi ha dato le collezioni della Panini, dal 1961 a oggi, sono più di 900 e riassumono tutta la storia dell'evoluzione del gusto e del costume in rapporto all'età dell'infanzia, della pre-adolescenza e dell'adolescenza. Continuo a meravigliarmi di come nessuno si sia mai avventato a "saccheggiare" tutto questo bel materiale per tesi di laurea, saggi sociologici, programmi televisivi di riflessione culturale. È un vero peccato che la storia della figurina non venga esplorata, perché è la storia di noi tutti e scopro sempre di più che, più l'oggetto è fragile, e più in realtà penetra. Perché è duttile, apparentemente insignificante, innocuo; è proprio questa sua innocenza, in realtà, che lo fa diffondere e insinuarsi capillarmente e tranquillamente. E forse resta vero anche per noi di adesso che una figurina potrebbe insegnarci tante cose, anche qualcosa su di noi, qualcosa a cui non siamo abituati a dare importanza e che, forse per questo, è veramente importante. Invece la figurina ha continuato tutto sommato ad essere ignorata in queste sue molteplici valenze educative e simboliche, così è diventata facile preda del mondo del profitto che, con intuito molto più rapido, ha capito che poteva servirsene a proprio vantaggio. Le collezioni degli anni '80 lo dimostrano: la figurina diventa sempre più gregaria, al servizio di televisione e cinema, mezzo di altri mezzi, cenerentola del mondo dell'immagine di massa. La sinergia con il mondo dei cartoons è illuminante: ma anche questa è stata una strada per sopravvivere e alla fine si è rivelata vincente. Ma è sufficiente? Può bastare seguire come un'ombra altre realtà multimediali, per continuare ad esistere? "Lei che cosa ne pensa, dottor Boschini?". "Credo che dobbiamo essere propositivi. Soprattutto guardare all'editoria del futuro, che sarà sempre più quella multimediale, e trovare al suo interno una nostra collocazione. È in questa direzione che stiamo lavorando. Dobbiamo continuare a sognare, ma in modo adeguato ai tempi. Stiamo cercando delle nostre soluzioni anche attraverso ipotesi di partnership con altre aziende, che rendano possibile trasferire la nostra esperienza, e la figurina stessa, sui nuovi media, sostanzialmente quindi nella realtà informatica. Sempre ricordandoci, tuttavia, che la figurina deve continuare ad avere come propria caratteristica specifica il costo basso. Stiamo studiando anche un'interazione con Internet e alcuni progetti riguardanti le telecomunicazioni. Uno è già andato in porto e ha avuto brillanti risultati; è quello riguardante le carte telefoniche. Questa esperienza ci ha permesso di continuare a trasportare l'immagine ma in un business nuovo, con possibilità finora non esplorate. Dobbiamo però sempre ricordarci che la nostra attività fondamentale è la figurina e che dobbiamo restarle fedeli, senza snaturarci". Anche perché a me sembra che debba ancora essere così bello, per un bambino, tenere in mano una figurina... Non credo che sia lo stesso piacere che vederla su un monitor, mi sembrano due cose assolutamente diverse, che non si sovrappongono né si escludono a vicenda. "Anche dalle nostre ricerche di mercato ci risulta che sia così. Certo il tempo del bambino di oggi non è più quello del bambino di una volta. Le nostre ricerche sono mirate proprio a questo, a scoprire quanto tempo ha, come lo impiega, come vorrebbe impiegarlo, e anche - naturalmente - che potere di spesa ha, perché non dobbiamo neppure dimenticare che noi siamo un'azienda e che il nostro scopo è anche essenzialmente quello di produrre. Però indubbiamente non siamo un'azienda metalmeccanica... La nostra mentalità è diversa. Io credo che lavorare alla Panini voglia dire anche vivere un'emozione". "Non può essere altrimenti, in fondo. Per vendere ai bambini bisogna saperli capire: tra le vostre doti manageriali ci saranno senz'altro il sogno e la fantasia". "Per un adulto non è facile, riuscire a capire un bambino. Che, inoltre, è un consumatore del tutto particolare. Magari di certe cose che a noi sembrano importanti - come lo stesso marchio - a lui non interessa niente, e poi invece può non volere quella data collezione di calciatori perché lo disturba un particolare sulla divisa a cui noi non presteremmo la minima attenzione. Le nostre ricerche ci confermano che siamo in ottima salute, che continuiamo a piacere. È vero però che c'è stato un restringimento oggettivo del mercato, dovuto appunto all'ingresso dei nuovi media. Ma questo non succede solo alla Panini e alla figurina, è così per tanti altri prodotti anche di tutt'altro genere. È per questo che dobbiamo costantemente rinnovarci". Questi uomini della Panini - come già Beltrami - hanno un attaccamento all'azienda molto particolare, molto affettivo. Sembrano loro i proprietari, tanto sono partecipi del destino della cosa che hanno in affidamento. "Probabilmente è perché i continui cambi di gestione ci hanno cementato come gruppo, sia nel bene che nel male. Le circostanze ci hanno responsabilizzato, ci hanno costretto a occuparci direttamente delle sorti dell'azienda, a prendere in breve tempo delle decisioni sul lavoro che forse non sarebbero state neanche nostre, ma che ci siamo dovuti assumere per far andare avanti la produzione. È un rapporto umano intensissimo, che ci lega non soltanto fra di noi e all'azienda ma anche alla città e, soprattutto, alle cose che facciamo. E poi, come le dicevo prima, abbiamo tutti una cosa in comune, che è indispensabile se si vuole lavorare qui dentro: è la capacità di saper partecipare anche emotivamente. Questo a volte può avere dei risvolti irrazionali, perché affrontiamo le cose più col cuore che con la testa e questo può far sì che le procedure non siano sempre le più idonee. Ma, indipendentemente dall'età, dal ruolo, dal titolo di studio, viviamo tutti l'azienda in questo modo. È un'emozione che nasce da dentro, creata dalla figurina stessa, dalla straordinaria capacità che essa ha di coinvolgere". "Ma, oltre che riuscire a condividere i sogni e i bisogni dei bambini, dovrete anche saperli anticipare. E, soprattutto, riconoscere in che cosa ci si identificherà all'interno dei nuovi immaginari infantili che non potranno per sempre essere, è ovvio, le squadre di calcio". "Sì, dobbiamo afferrare una cosa che già prima si coglieva a fatica, ma che adesso è diventata quasi inafferrabile". Vediamo allora come afferrare l'inafferrabile. Sono - anche questa volta! - ormai le otto di sera; gli ultimi dipendenti stanno sistemando le macchine per il riposo notturno, ma alcune ancora stanno funzionando. È un unico grandissimo ambiente, il reparto produzione della Panini. Qui si fa tutto: dall'idea alla bustina. Ancora di più: dall'inafferrabile al camion che attende in cortile e che trasporterà il sogno fino a destinazione. In gergo aziendale si chiama "processo integrato". Dapprima, è ovvio, si sceglie il soggetto e si reperiscono tutti i dati necessari per sviluppare la raccolta (questo è il compito della redazione editoriale), oltre all'acquisizione degli eventuali diritti. Di solito la figurina nasce da un fotocolor o da un fotogramma. Il primo stadio esecutivo consiste nella preparazione delle pellicole di fotolito per la stampa a colori. Questo processo è svolto dagli scanner, dispositivi per la decodifica elettronica dell'immagine, che garantiscono elevati standard qualitativi. Un foglio contiene spesso un'intera collezione; per quelle dei calciatori, però, che hanno perfino 700 figurine, ne occorrono uno e mezzo o due. "Dipende anche dall'abilità di Beltrami nell'impaginare e nell'accostare i colorì, perché le immagini devono pure avere una cromaticità omogenea", commenta Boschini. La stampa è fatta normalmente su fogli di carta adesiva di vario tipo, preventivamente accoppiati e resi adesivi, oppure su Pvc, carte metallizzate e prismatico. La fase di stampa è svolta da quattro macchine che lavorano in offset, affiancate attualmente da moderni sistemi computerizzati per il controllo e la regolazione a distanza dell'inchiostro. La stampa degli album è, dal 1990, svolta all'esterno, mentre in precedenza era realizzata tramite due macchine roto-offset e rotocalco sia in bicromia che quadricromia. E finalmente i grandi fogli di carta adesiva, ormai trasformati in grandi fogli di figurine stampate, vengono tagliati in quelle famose quadrotte che - lo confesso - ho un po' faticato a capire bene come fossero fatte. Dal vivo è tutto facile, come aveva detto Giuseppe, per cui consiglio a chi è interessato un viaggetto a Modena per ammirare le Fifimatic di Umberto. Sono ancora lì, sia quelle di vecchio tipo - dove ancora si lavora praticamente a mano - sia quelle più moderne, completamente automatizzate. Le Fifimatic sfornano bustine a tutto spiano (tanta fatica per non vedere l'ora di riaprile!) le quali, una volta sigillate, vengono rinchiuse in scatole che costituiscono l'unità di vendita. Il prodotto finito - comprendente quindi figurina, bustina e scatola - viene prima stoccato nei magazzini dell'azienda per poi essere spedito a concessionari e rivenditori sia italiani che stranieri, via terra, via mare o via cielo. Pronte a occupare il loro posto all'interno di quel "mondo dipinto" che, come un moderno puzzle o un antico mosaico, aspetta soltanto di essere ricostruito dalla pazienza di un bambino. Buonanotte, Panini. Ti lascio ai tuoi sogni, a quell'ultima luce che ormai anche qui dovrà pur spegnersi, almeno per questa notte. E grazie di tutto, anche per quelle due scatole che mi hai infilato sotto il braccio, dell'Uomo Ragno e degli X-Men. I miei figli ne saranno contenti, soprattutto il più piccolo che è ancora nella fascia delle indagini di mercato. Ma è davvero per loro, che sono così felice? Non è a me, che piace sentire questi tesori fra le mani? 15. Il calcio firmato Panini Ogni calciatore è prodotto in 700.000 esemplari, cioè in 35 chilometri di figurine, equivalenti alla superficie di 2 aree di rigore. Sono dati che fanno impressione: moltiplicateli per tutti i calciatori delle serie A, B e C del campionato nazionale, per tutti quelli dei campionati nazionali delle altre parti del mondo, per quelli dei tornei internazionali, dei campionati del mondo... un universo tappezzato, lastricato da figurine di calciatori Panini. E questo fin da quella prima serie di "Italia '61", quando gli album venduti furono - già allora - 3 milioni di copie. Bene, ci credereste? Tutto questo non sta che dentro una figurina, più piccola della vostra carta di credito: la figurina n. 15. Calcio e figurine sono, alla Panini, un binomio inscindibile. Gli archivi della Panini sono, a tale proposito, archivi di valore mondiale e infatti vengono consultati da chiunque voglia una documentazione fedele, attendibile e completa, sia esso giornalista sportivo, appassionato o addirittura magistrato, come nel caso delle recenti indagini sullo scandalo del doping. La prima raccolta de "I calciatori del campionato 1961-'62", dove i personaggi sono tutti ritratti nella stessa posa, oggi fa un po' sorridere, lontana com'è dall'accuratezza fotografica delle raccolte più recenti. Si dice addirittura che i Panini avessero fatto disegnare, su normali fototessere che si erano procurati spesso in maniera fortunosa, la maglietta con i colori sociali delle varie squadre. Al di là di questo, l'uscita sul mercato di questa prima collezione fu senz'altro avventurosa anche perché, quando fu ormai ora di partire, ci si accorse che mancava... l'Udinese. Già, la fotografia della squadra dell'Udinese non c'era. Si decise di andare ugualmente in macchina, di iniziare la distribuzione nelle edicole come se nulla fosse, rimandando a un secondo tempo - non appena disponibile - l'inserimento dell'Udinese. Nelle successive stampe della raccolta anche la squadra friulana ebbe quindi la propria posizione. Ma, curiosamente, al contrario di tutte le altre foto di gruppo della raccolta quella dell'Udinese era su sfondo scuro anziché chiaro. Si racconta infatti che fosse stata scattata durante un allenamento notturno dopo un viaggio "alla garibaldina" da Modena a Udine. Comunque, nonostante le difficoltà iniziali, i calciatori delle Edizioni Panini ebbero subito un successo strepitoso, che mantennero inalterato nel tempo e che costituì il punto di forza della produzione complessiva della casa modenese. Fabio Pastorelli, appassionato di figurine e appassionato della Panini, ha pubblicato un proprio studio relativo all'evoluzione delle collezioni di calciatori che è apparso in un libro del 1990 a cura delle Edizioni Panini-Museo della Figurina ("Figurine! Pubblicità, arte, collezionismo e industria 1867-1985"). È uno studio molto interessante dove, con acutezza, è ben evidenziato il rapporto fra mezzi tecnici, cultura dei tempi e soluzioni grafiche. "L'impostazione generale delle prime raccolte era già quella delle raccolte più recenti", fa notare Pastorelli. "Si trattava di un album corredato di dati statistici su cui incollare le figurine (che all'inizio erano di carta e oggi sono autoadesive), acquistabili in bustine presso le edicole. La figurina si era così definitivamente separata dalla promozione pubblicitaria ritagliandosi una sua precisa autonomia di mercato. Visti i costi di produzione molto bassi, l'ottima distribuzione, lo stimolo alla socializzazione e un servizio di corrispondenza che permetteva a tutti di completare la raccolta, essa incontrò immediatamente il favore del pubblico infantile. Album-figurine: un binomio perfetto", continua Pastorelli. "L'album, da tenere religiosamente custodito in casa e da mostrare agli amici man mano che "si gonfia", e le figurine, da scambiare a ricreazione o di soppiatto sotto i banchi o da portarsi fuori il pomeriggio, occasione di numerosi giochi. Il miglior metodo di pubblicità sembra essere quello di inoculare il "virus del collezionismo" in numerosi soggetti (il che vuol dire regalare l'album e qualche figurina a un gruppo di bambini). Fin dai mitici anni '60 a tutt'oggi questo sembra essere il miglior metodo di mantenimento ed espansione dell'azienda. Tornando alla raccolta di "mezzi busti", essa rimane pur sempre, nonostante la notevole diversificazione e la mirabile espansione dell'"impero", la raccolta per eccellenza, al punto che sono molti quelli che identificano le Figurine Panini con la raccolta dei calciatori. Proprio negli anni '60 il calcio iniziava a diventare un fenomeno mondiale coniugandosi sempre più strettamente con il mezzo televisivo e con i mass-media, trasformandosi lentamente in quella gigantesca industria di spettacolo che è diventato ai nostri giorni, soppiantando il ciclismo che, dai trionfi di Binda fino appunto a tutti gli anni '50, era stato lo sport più popolare d'Italia. Gli anni '60 si aprivano con la conquista della Coppa delle Coppe da parte della Fiorentina e di quella delle Fiere (oggi Uefa) da parte della Roma. La prima raccolta di calciatori cadde proprio a cavallo tra i successi dei nostri Clubs e la sfortunata partecipazione della nostra Nazionale ai Mondiali del '62. Roma e Fiorentina avevano dato il "la" ad una stagione di affermazioni internazionali che proseguirono con Milan ed Inter, i quali regalarono al nostro calcio quattro Coppe dei Campioni ('63 Milan, '64 e '65 Inter, '69 Milan), sempre battendo gli argentini dell'Independiente. Esclusa la sfortunata parentesi del Mondiale del '66 in Inghilterra, terminato miserevolmente con la sconfitta inflittaci dalla Corea (che diventò un vero e proprio caso nazionale), il decennio si concluse con la conquista del titolo europeo per Nazioni nel '68 e con la partecipazione al Mondiale del Messico nel '70 che, dopo la storica e rocambolesca sfida con i tedeschi (il ricordo di quella partita è ancora vivo nella mente di milioni di italiani), culminava in un lusinghiero secondo posto. Tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 Fiorentina, Cagliari e Lazio vinsero lo scudetto allargando moltissimo l'interesse per il campionato. Iniziava poi il decennio della Juventus. Il fenomeno calcio diventava sempre più importante, la televisione andava diffondendosi, un pallone faceva molto più di oggi correre i bambini. Molti di quei bambini erano clienti della Panini e, fra i tanti, anch'io", conclude Fabio Pastorelli, con toni chiaramente affettuosi. Il suo studio prosegue poi con un'analisi approfondita delle caratteristiche delle raccolte dal '61-'62 all'88-'89: "Le prime due raccolte sono pionieristiche: su carta formato 6x7,5 cm. quella del '61-'62, 5x6,5 cm. quella del '62-'63, entrambe relative alla sola serie A, con il grande Torino la prima e vecchie glorie degli anni '30 (Campioni del Mondo del '34 e '38, Campioni Olimpici del '36: magie del "ventennio") la seconda. Scarsissimo l'apparato statistico e curioso che i ruoli siano ancora legati al modulo Wm. Nel '63-'64 sono ritratti anche i giocatori di serie B e si apre una "finestra" sul calcio internazionale. Molto copioso e sempre più preciso è, a partire da questa raccolta, l'apparato statistico. Dal '67-'68 inizia anche la serie di tutte le squadre professionistiche del campionato italiano. Fino al campionato '71-72, esattamente le raccolte relative agli anni di cui ho parlato in precedenza, in cui il calcio era diventato un fenomeno di grande rilevanza sociale e i bambini potevano giocare liberamente per strada, le figurine continuarono ad essere su carta. Dal '72 diventarono tutte autoadesive. Osservando attentamente i vari album, si può notare che negli anni '70 le raccolte sono differenti l'una dall'altra e che si tentano numerose soluzioni, che vanno dalle vignette di Prosdocimi del '68-'69 alle foto in piedi del '69-'70, alla grande "finestra" internazionale del '71-'72, alla serie di "regole" del '74-'75, ai giocatori in movimento del '76-'77, alla grande cura con cui si disegnano gli scudetti a partire dal '78-'79, i quali possono essere benissimo attaccati sull'automobile o sulla borsa dei libri. Appare molto evidente il tentativo da parte della Panini, che nel frattempo è diventata una grande industria, di fare delle proposte sempre nuove che tengano conto di una società ormai definitivamente moderna in cui i bambini sono più informati e chiedono un prodotto più raffinato che sappia dare risposte e stimolare la curiosità. Le nostre città sono cambiate, siamo in piena civiltà televisiva, sono cambiati i luoghi e le modalità dell'aggregazione infantile. La Panini, a partire dall'inizio degli anni '80 fino all'ultima raccolta '88-'89" (erano questi gli anni a cui si arrestava lo studio di Pastorelli), "interrompe la "sperimentazione" (mai peraltro esasperata) e confeziona un prodotto che direi "classico", molto vicino nell'impostazione al lontano '61-'62, anche se il corredo di informazioni e statistiche è molto preciso ed esauriente rispetto a quello quasi nullo delle origini. La raccolta dei calciatori è sempre stata ed è uno dei pilastri dell'azienda. Un prodotto come questo non presenta molti problemi. Dalle statistiche si ricava che i bambini si interessano oggi più precocemente alle figurine ma anche che le abbandonano prima (si è passati da una tipica "età della figurina" tra i 6 e i 15 anni ad un'altra fra i 4 e i 13). Un prodotto ormai "classico" assicura non solo un pubblico infantile ma anche quello dei fedelissimi che continuano, ad onta dell'anagrafe, a completare le raccolte anno dopo anno. I bambini di oggi stanno meno in strada e preferiscono i videogiochi al "buco e pallino" ma, esattamente come i loro genitori, provano la stessa gioia ad aprire le bustine e a chiamarsi con i nomi degli eroi della domenica che evidentemente, così come negli anni '60, appartengono al mito". Altra iniziativa "storica" della Panini è il già ricordato "Almanacco Illustrato del Calcio", che esce annualmente e che, essendo la "summa" di tutti gli avvenimenti dei dodici mesi, costituisce il punto di riferimento fondamentale per la storia del calcio. La testata fu rilevata nel 1970; in precedenza era dell'editore Carcano e il direttore era Luigi Scarambone. Prima ancora era di Rizzoli e i curatori erano Leone Boccali (lo "storico" giornalista sportivo che ne era stato l'ideatore nel 1939) e De Vecchi. A partire dall'edizione del 1973 è diventata una "creatura" di Arrigo Beltrami, che ne ha curato tutte le edizioni fino a quella del 1999. Fabrizio Melegari, che ne ha raccolto l'eredità, così l'ha salutato dalle pagine di quel suo ultimo numero: "Confrontarsi con la storia, si sa, è impegno non agevole. Arrigo Beltrami, alla guida di uno staff irripetibile - William Betelli, Paolo Biondi, Deanna Bonacini e Carmen Lugli fra quelli che anch'io ho potuto apprezzare -, ha scritto una pagina importante di storia del calcio. In quasi trent'anni di dedizione meticolosa ha portato l'"Almanacco Illustrato del Calcio", marchiato Panini, a livelli di precisione ed autorevolezza tali da consolidarlo quale insostituibile strumento d'informazione calcistica". Ma in che misura il calcio incide sulla produzione e sulla vendita delle figurine, Panini e non solo? Lo chiedo a Luca Ferri: "In Italia nella stagione 1995-'96, che è quella che io ho analizzato dettagliatamente, sono state commercializzate complessivamente 70 collezioni di prodotti che rientrano, per così dire, nel collezionabile editoriale: 34 realizzate da Panini e 36 da società concorrenti. Sul totale, 42 sono collezioni di figurine da raccogliere in album (21 Panini e 21 le concorrenti), 11 sono collezioni di "cards" (6 Panini e 5 le concorrenti), 6 sono collezioni di "caps", cioè di cartoncini di forma circolare non adesiva, con svariati soggetti, che possono venire sparati da speciali pistole oppure che rimpiazzano le figurine nei loro stessi giochi (4 Panini e 2 le concorrenti) e, infine, 11 sono collezioni di oggetti vari come gli Stick & Stack, che sono figurine autoadesive sagomate che hanno la caratteristica di potersi attaccare e staccare a piacimento mantenendo inalterata la caratteristica autoadesiva (3 tutte Panini) oppure penne. Le diverse collezioni vengono distinte in 3 categorie a seconda dei soggetti raffigurati: "educational" (didattica), "entertainment" (intrattenimento) e "sport". Variano da un minimo di circa 100 figurine l'una fino a un massimo di circa 600. Quelle dedicate ai calciatori dei principali campionati italiani sono sempre sopra le 400 e la collezione "Calciatori", che è la più numerosa, si posiziona intorno alle 600; quelle riguardanti altri soggetti si collocano, nella stragrande maggioranza dei casi, al di sotto delle 250. La domanda per le figurine proviene prevalentemente da bambini e adolescenti tra i 5 e i 15 anni. Secondo una ricerca Doxa sempre del 1995 sui ragazzi dai 5 ai 13 anni, dal titolo "Junior '95", il 68,5% dei soggetti nella fascia dell'età in questione compra figurine da collezionare in un album (l'inchiesta considera il mercato nella sua globalità, non soltanto la produzione Panini). La maggior parte ne acquista una sola raccolta, mentre il 47,2% ne acquista due o anche più. Le collezioni di figurine, poi, interessano i maschi in misura di poco superiore a quanto interessino le femmine: 75,1% contro 61,6%. La composizione della domanda per sesso, però, acquista una più marcata caratterizzazione se riferita alle singole collezioni. Risulta che i collezionisti di figurine dei calciatori sono per il 90% maschi, mentre le figurine dei personaggi di Walt Disney e di altri cartoni animati e telefilm sono prevalentemente acquistate dalle femmine (55,6%). Dai dati dell'archivio aziendale Panini impariamo che il 64% dei consumatori di collezioni sul calcio conosce il prodotto attraverso amici o parenti e solo il 18% attraverso la pubblicità televisiva. Per le collezioni Disney, invece, la percentuale di conoscenza attraverso parenti o amici è pari al 32%, mentre quella attribuibile alla pubblicità televisiva si attesta al 31%. La domanda di figurine delle collezioni dedicate ai principali avvenimenti di calcio ha inoltre un andamento particolarmente stabile, con tassi di variazione (calcolati, nell'inchiesta Doxa Junior, per le stagioni '94-'95 e '95-'96 rispetto a ciascuna stagione precedente) pari rispettivamente a - 1% e + 1,6%. In concomitanza di eventi particolari, quali ad esempio la Coppa del Mondo, il tema del calcio suscita una maggiore attenzione nei bambini. Avvenimenti di questo tipo, caratterizzati da una propria ciclicità, appaiono incidere sulla domanda delle figurine ampliandone il consumo, anche se inducono una leggera flessione sulle collezioni relative ai campionati nazionali. Fenomeno tutt'altro che inspiegabile se teniamo conto che, in vista dell'uscita della collezione dedicata all'evento internazionale, gli editori - negli anni in cui si disputano tali tornei - ritirano le proprie raccolte sui campionati locali in anticipo rispetto agli anni cosiddetti normali. Come è facile capire, la fortuna commerciale di una collezione di figurine è in genere difficilmente prevedibile al momento della sua programmazione, in quanto dipende strettamente dall'interesse generato dall'avvenimento a cui è dedicata e inoltre, naturalmente, più è elevato il numero delle collezioni commercializzate e più si riduce il rischio legato all'attività produttiva; per il calcio, comunque, questo rischio è di per sé particolarmente basso. Un altro vantaggio, sempre legato alle collezioni dei calciatori, è nella tipologia dell'avvenimento di riferimento: i campionati si ripetono annualmente con le stesse modalità, suscitando un ampio e costante interesse presso la propria fascia di pubblico. Un'altra serie di collezioni che possiede caratteristiche analoghe anche se meno marcate è quella legata ai film a cartoni animati della Disney (di cui la Panini detiene l'esclusiva dei "characters" per le figurine). Inoltre i film di Walt Disney escono generalmente due volte l'anno e una delle due coincide con le vacanze scolastiche di Natale, accompagnate sempre da un forte lancio pubblicitario". Il fotografo ufficiale dei calciatori e di tutte le figurine sportive della Panini era Franco Vignoli, che Giuseppe amava definire "il mio organizzatore". Hanno lavorato insieme per trent'anni. "Ma non me la sono mai sentita di dargli del tu, anche se ci eravamo conosciuti fin da quando eravamo giovani, perché il rispetto era troppo grande. L'ho conosciuto negli anni '50 a una gara di briscola, gioco al quale era imbattibile. E bisognava sentirlo, quando perdeva... Spesso, seduto al tavolo con noi, c'era Luciano Pavarotti. Ci si conosceva tutti. E poi, anche mio zio gestiva un'edicola in centro". Giuseppe gli chiese di lavorare per lui nel 1963, quando il Modena Calcio andò in serie A. Lo mandò a chiamare e gli domandò una foto della squadra. Ne stamparono cento, che lui poi vendette davanti allo stadio; tutte, naturalmente, tanto era il suo senso degli affari. Fu una specie di prova generale. Subito dopo Giuseppe propose a Vignoli di andare in giro per l'Italia a fotografare i campioni dello sport. Era il periodo in cui il Gruppo Sportivo Panini aveva già nomi di tutto rispetto, come Finelli e Cindolo. Vignoli non ci pensò su un attimo e accettò con entusiasmo. A partire dall'anno successivo girò tutta la penisola a fare le "testine" di tutti i calciatori della serie B. Nel 1968 fece tutte e tre le serie: A, B e C. Diventò il fotografo dell'album dei calciatori "Panini". "Sul lavoro era molto esigente, non faceva che spronarmi, era incontentabile", ha raccontato Vignoli in un'intervista "ma, al momento di pagare, mi dava sempre molto di più di quello che avevo chiesto. Quando la pallavolo in Italia si chiamava Panini e non c'erano avversari, tanta gente gli chiese di rilevare il Modena Calcio e di farlo grande. Lui aveva sempre cullato questo sogno, ma i fratelli lo dissuasero e non se ne fece più nulla. "Signori si nasce, non si diventa", era il suo slogan preferito. "Devi trattare tutti gli atleti allo stesso modo, da Platini all'ultimo della serie C. Prima di essere un bravo fotografo devi essere un grande uomo, solo così riuscirai nella tua vita e nella tua professione", mi ripeteva spesso". 16. Una difficile eredità Come in tutte le storie, anche in quella dei Panini passano gli anni. L'esempio di Olga e Antonio, e anche della madre da sola, di quella indomita dolce matriarca che ha saputo sempre tenerli uniti, ha gettato semi profondi. Gli otto figli ripropongono, più o meno, il medesimo modello familiare: famiglie solide, compatte, numerose. Tutti e otto i fratelli e le sorelle Panini si sposano: Giuseppe ha 4 figli, Franco 5, Umberto 4, Benito 3, Norma 5, Maria 3, Edda 2, Veronica nessuno anche se li avrebbe voluti tanto volentieri. In tutto fanno 26 nipoti, 16 dei quali eredi diretti dei quattro fratelli soci in azienda. Un'eventuale successione si presenta problematica. Non sono stanchi, i fratelli Panini, però sono passati ormai trent'anni da quando è iniziata l'avventura delle figurine: trent'anni in cui, giorno per giorno, pur volendosi bene, stimandosi e avendo un progetto comune, hanno dovuto inevitabilmente adattarsi gli uni agli altri, smussare alcuni aspetti del carattere, cedere, aspettare, arrabbiarsi, accarezzare qualche desiderio professionale autonomo. Benito se n'è già andato da tempo. Franco è sempre più attratto dal mondo dell'editoria; qualcuno lo sente mentre si dispiace: "Ma che editori siamo? Editori di figurine...". Giuseppe è assorbito dalla passione per la modenesità che si esprime attraverso le sue collezioni e le iniziative per valorizzarle, i suoi incarichi pubblici, il tentativo di gettarsi in politica. Umberto ha i suoi motori, e forse è quello che si pone meno problemi. La fine degli anni '80, dal punto di vista dell'economia, non è più quella dei decenni precedenti; la Panini Figurine ha sempre il suo meraviglioso fatturato intatto, ma forse bisogna ogni giorno di più spremersi le meningi per stare al passo di un mercato governato da leggi a volte oscure, non più quelle semplici della domanda e dell'offerta. La figurina deve accodarsi al carrozzone del cinema e della televisione, perde un po' dell'autonomia che aveva acquistato proprio con i Panini, è in concorrenza con altre immagini, altri prodotti e, soprattutto, altri bambini. E il bambino stesso si presenta cambiato, così come il suo rapporto con il mondo della figura: adesso non è più impegnato e affascinato dal trattenere un'immagine statica, bensì dal lasciare scorrere un'immagine in continuo movimento, anzi, un'immagine che lui stesso può manipolare, condurre, trasformare, deformare, secondo i propri desideri e i propri ritmi. La figurina, istante cristallizzato di un tempo calmo, di lunghe osservazioni, di meditazioni senza fretta, si scosta un po', per far posto al turbinio di nuove suggestioni. L'avvenire dei Panini, e di tutti i loro discendenti, è solidamente al sicuro; hanno saputo affermarsi, dimostrare a se stessi e al mondo intero il proprio valore, creare dal nulla, e anche divertirsi, restare uniti, sfidare le lusinghe del dio denaro rimanendo ancorati alla realtà di una provincia ricca di affetti personali e ancora sufficientemente gratificante. La Panini è stata ed è l'azienda leader nel settore: che cos'altro desiderare di più, quale altra meta porsi? Quale altra meta, soprattutto, che sia tanto forte e entusiasmante da essere sentita come prioritaria rispetto a quelle differenze individuali che, ormai più che le somiglianze, sembrano emergere all'interno del gruppo dei fratelli? La cronaca riporta notizie di famiglie di imprenditori travolte da litigi, da lotte intestine, da spartizioni fratricide: 16 nipoti sono tanti. Anche senza litigare, quale futuro attenderà un'azienda priva di un'unica testa, com'era sempre stata quella dei quattro fratelli insieme? Perché, come dice spesso Franco, "i soldi si possono dividere, le aziende no". Nel 1987 si presenta Carlo De Benedetti con un'offerta. I fratelli si consultano e convengono che l'ingresso di un "esterno", e di un esterno come De Benedetti, possa essere un buon intervento di tipo finanziario-imprenditoriale-manageriale per fare un salto di qualità strutturale. De Benedetti compra il 25% dell'azienda. In realtà ci si rende conto in tempi abbastanza rapidi che per lui si tratta di un investimento finanziario: compra, cioè, rapidamente e, all'occorrenza, potrebbe rivendere con la stessa rapidità. È la volta, allora, appena un anno dopo, dell'uomo d'affari inglese Robert Maxwell, che si presenta con proclami rassicuranti, con grandi progetti tutti finalizzati - a quanto sembrava - a un rilancio dell'azienda su scala ancora più ampia, manifestando l'intenzione di comprarla tutta. Già i fratelli Panini avevano dispiacere all'idea di cedere l'azienda, che per loro aveva voluto dire tanto; è vero che ne avrebbero ricavato un bel po' ma, da un punto di vista sentimentale, nessuna cifra sarebbe mai stata sufficiente. Le dichiarazioni di Maxwell sul futuro della Panini leniscono un po' questo dolore, lasciando presagire un futuro altrettanto roseo, un'attenzione diretta e personale a quello che era stato non solo il gioiello di famiglia ma anche la loro stessa vita. Maxwell poi è lui stesso un editore, ha tanti altri interessi in giro per il mondo, anche in tanti Paesi - come l'Estremo Oriente e l'Africa - dove la Panini non era mai penetrata. Si pensa che l'inserimento in un gruppo editoriale internazionale possa anche aiutare la Panini a entrare in certi mercati, a fare dei prodotti a minor prezzo, a creare delle sinergie... In poche parole, si pensa di lasciare l'azienda in buone mani. Così i Panini decidono di vendere a Maxwell. Maxwell gode in quel periodo di grande credibilità da parte di numerose banche; liquida con larghezza sia De Benedetti che i fratelli Panini, che sono soddisfatti e per l'ammontare della cifra e per le modalità di pagamento: vengono praticamente pagati sull'unghia. Da questo punto di vista, quindi, si può dire che la vendita dell'azienda sia stata un successo. Non così sarà, però, per il futuro che l'attende. Manca ogni programmazione di sviluppo aziendale, l'organico dei dipendenti è sovradimensionato, si riempiono gli uffici oltremisura di direttori e dirigenti, gente straniera che con le maestranze ha poco a che spartire, rendendo i rapporti di lavoro ancora meno produttivi: nel giro di tre anni la Panini comincia ad andare veramente male. Anche la pallavolo ne risente; sono anni drammatici, sotto il profilo sportivo. Giuseppe continua a occuparsene facendosene carico personalmente e cercando di procurare sponsorizzazioni: prima la Philips, poi la Banca Carimonte, ma non servono a rilanciare la squadra ai livelli precedenti. Pure nel caso della pallavolo c'è la precisa volontà di salvare un patrimonio sportivo; Giuseppe potrebbe vendere tutti i giocatori, tenersi il ricavato della vendita dei cartellini, chiudere la squadra in attivo e non parlarne più. Invece, con i soldi di alcune forzate cessioni, rimette insieme un sestetto, preoccupandosi anche dell'ingaggio degli anni successivi. Poi vende a Giovanni Vandelli; a malincuore dal punto di vista personale, ma volentieri perché egli fornisce delle garanzie di voler proseguire nell'attività. E Vandelli (che in precedenza si è occupato per tanti anni della Reggiana Calcio) è tuttora proprietario e presidente della squadra di pallavolo, che si è chiamata dapprima Daytona Volley, dal nome dell'azienda ceramica che egli possiede, e poi, attualmente, Unibon Casa Modena, a seguito di un accordo di sponsorizzazione con Casa Modena (salumi ex-Ciam). Negli anni della cessione dell'azienda e del gruppo sportivo Antonio Panini, figlio di Giuseppe, ha una trentina d'anni, sette od otto dei quali passati a lavorare all'interno della Panini. Che cosa si ricorda, di quegli avvenimenti? Quali sono stati i motivi della cessione, quali le difficoltà che a un certo punto un'azienda nata e cresciuta su di un gruppo familiare di stampo tradizionale può incontrare sulla strada dell'imprenditoria contemporanea? "È capitata un'occasione e loro, come tante altre volte, hanno saputo coglierla in quanto tale. Poi, dopo la cessione del 25% a De Benedetti, si sono resi conto direttamente di che cosa significasse avere dei soci esterni. Non si poteva più fare il consiglio di amministrazione su per le scale, come tante volte capitava, o indire riunioni anche di una certa importanza in modo informale e condurle "alla buona", tra familiari e collaboratori stretti. Avere un socio esterno significava anche questo: una maniera di governare più professionale, più formale. Secondo me, era finito un ciclo fisiologico", commenta Antonio. Un ciclo fisiologico... Probabilmente è vero: erano partiti con una grande spinta, con una grande voglia di fare, armati solo di iniziativa privata, si erano divisi in maniera particolarmente felice i compiti, avevano compiuto insieme un percorso di trent'anni, erano arrivati a un punto di traguardo e lì si erano trovati di fronte a un complicato passaggio di mano, non tanto delle quote da un punto di vista societario quanto dei ruoli all'interno dell'azienda. C'erano, sì, un direttore generale, dei direttori di funzione, un responsabile del personale, un responsabile acquisti e tanti altri personaggi, ma le presenze di Franco, come capo di tutto - dopo che Giuseppe si era gradatamente ritirato per dedicarsi ad altre cose -, e di Umberto, in officina a sovrintendere tutte le questioni tecniche, erano presenze molto particolari, molto influenti, insostituibili; era la proprietà dentro l'azienda. Era una grande famiglia, al cui interno rientravano anche i ruoli delle persone che vi lavoravano. Persone, collaboratori che erano nati praticamente insieme con l'azienda e che identificavano il ruolo con la propria persona e viceversa. È questo un problema, del resto, tipico di tutte le aziende che passano da un tipo di gestione familiare a un tipo di gestione manageriale. Ci si trova tutti spiazzati, vengono a mancare i punti di riferimento non solo professionali ma anche esistenziali; e se prima era possibile risolvere ogni questione parlando a tu per tu, guardandosi negli occhi, tirandosi anche due parolacce, se prima era possibile da entrambe le parti condividere un dolore, una delusione o una qualche felicità professionale o anche domestica, sentirsi capiti, visti, rimproverati, apprezzati per quello che si è veramente - non l'ingranaggio ma l'individuo, non un cartellino ma un nome e cognome e, soprattutto, una faccia -, adesso non è più possibile. Il capo è un altro, comunque un altro; un "diverso", un'entità non avvicinabile. Può anche darti una pacca sulla spalla (anche se non lo farà mai), ma è comunque un altro da te. È un altro dentro, perché il mondo lo vuole così: distante ed efficiente, estraneo ed alieno, cordiale e separato; immagine di un potere imperscrutabile, di una lontananza che il secolo al tramonto sempre più getta in faccia al dipendente. Dipendente non solo di lavoro ma anche di spazi, di affetti, di esistenza. Non era più possibile condurre la Panini nel modo Panini; non lo era per i fratelli, non lo era per nessun altro. È lo stesso destino che, in un certo senso, attendeva negli stessi anni un altro modenese a capo di una grande industria: Enzo Ferrari. Anche lui cedette, salvando il salvabile; ma il suo modo di gestire l'azienda finì con lui, né mai nessuno è riuscito a rimpiazzarlo. E forse nessuno si è mai posto il problema di farlo. Ci fu quindi questo momento di disorientamento, prima della scelta. Che cosa facciamo, che cosa non facciamo? "Io ero il più vecchio tra i figli degli eredi, cioè tra i figli dei fratelli maschi", continua Antonio. "Avevo trent'anni ma anche un sacco di cugini, il più giovane dei quali aveva appena undici anni. Chi avrebbe deciso per lui, e che cosa? E lui, una volta grande, che rapporto avrebbe avuto con me e con gli altri cugini? Io ho lavorato dentro l'azienda per sette od otto anni e ho imparato tante cose, però mi sono reso conto che diventava un problema. Bisognava che i fratelli rimanessero lì ancora parecchi anni per ridisegnare certi ruoli, modellandoli su persone estranee alla famiglia ma molto, molto competenti e molto dentro la realtà professionale dell'azienda, oppure...". E poi non c'era più lo stato di necessità, quella coesione particolare, più forte del cemento, che lega le persone che - tra mille difficoltà - perseguono uno scopo comune; gli altri avrebbero ereditato una cosa già fatta, un bene acquisito, un capitale, un'azienda. Ma la voglia di fare? Di andare a vedere là più avanti, sempre di più, quella voglia che aveva fatto tornare Umberto dal Venezuela, che aveva fatto sì che Franco si licenziasse da un ambitissimo posto in banca, che aveva ridato nuova linfa vitale al corpo ancora dolorante di Giuseppe, che aveva spinto Benito ad alzarsi tutte le mattine alle quattro? Ci sarebbe stata ancora, quell'energia comune e in comune? Era venuta meno la spinta propulsiva. Era l'ora del passaggio: dal momento eroico - quello della creazione, dello sforzo, che porta tutto sommato facilmente a una visione unitaria fra più soggetti - a quello della stabilizzazione; dal momento in cui la meta comune prevale sulle aspettative individuali a quello in cui l'individuo vuole affrancarsi dal gruppo. Col tempo, infatti, emersero più le differenze che le somiglianze tra i fratelli, non per motivi oggettivi ma per naturale evoluzione delle cose. "Tutti andavano d'accordo, loro per primi, e sicuramente all'inizio ancora di più. Perché è evidente che alla fine, se anche di quattro avevano fatto un'unica proprietà, ciascuno aveva poi il proprio modo di vedere certi dettagli, certi risvolti. Anche noi cugini siamo sempre andati molto d'accordo, ma certi modi diversi di vedere le cose si sarebbero allargati ancora più capillarmente: da 4 a 16!". Antonio Panini ha ben presente il momento della cessione: "Maxwell capitò in quel periodo in cui ci si poneva anche il problema della ridefinizione dei ruoli. Era una cosa che poteva fare soltanto qualcun altro, qualcuno che non fosse un Panini, ma una nuova proprietà che - non avendo legami né rapporti profondi con le persone che vi lavoravano - guardasse solo all'utile, con un occhio non necessariamente cinico o spietato ma sicuramente più neutrale, che non tenesse conto di tanti risvolti personali e sentimentali. Non era indispensabile che questo nuovo referente fosse ancora modenese e neppure italiano; bastava che sapesse calarsi, però, in questa realtà. Ma con la gestione Maxwell, com'è noto, non fu così. Chi si occupò dell'impero di Maxwell dopo la sua morte vendette poi la Panini a una cordata finanziaria della Bain Gallo Cuneo Investements, di cui faceva parte anche De Agostini. Questi nuovi proprietari fecero un ottimo lavoro di pulizia e rivalutazione dell'azienda. L'elemento trainante era la De Agostini, che aveva dei soci finanziatori: hanno comprato bene, spendendo relativamente poco, e poi hanno rivenduto all'americana Marvel Comics, un gruppo che possiede moltissime proprietà. Poi, recentemente, c'è stato l'acquisto di Merloni e la Panini è ridiventata italiana. Già la De Agostini aveva messo in azienda un amministratore delegato di origine argentina, Aldo Hugo Sallustro, che è rimasto anche quando la proprietà è passata alla Marvel e poi alla Merloni e questo, secondo me, è stato un fatto molto positivo. Di solito un nuovo proprietario si preoccupa soprattutto di cambiare le persone che occupano le posizioni chiave, sostituendole con le proprie, mentre gli altri livelli di personale normalmente non vengono modificati. Sallustro invece rimase; è lui, adesso, il leader indiscusso della Panini. È uno che ha "capito il trucco"; perché in realtà, poi, andar d'accordo con le persone della nostra zona non è difficile. Noi modenesi, noi emiliani, fondamentalmente non siamo litigiosi. Perché, sì, è vera la faccenda della forza familiare dei Panini, ma è anche vero che i fratelli, quando hanno cominciato, hanno trovato un sacco di persone che hanno dato loro una mano: collaboratori stretti ma anche operai, gente brava, laboriosa, che ci ha messo tanta iniziativa personale, che ci ha dato la pelle, meccanici, tecnici... È la collaborazione di tutte queste persone, che ha generato la Panini. All'inizio, con la De Agostini, Sallustro ha dovuto fare un gran repulisti perché l'azienda era sovrastrutturata (anche perché allora, pur essendo quello delle figurine un lavoro semi-stagionale, sindacalmente non si potevano fare assunzioni a termine; così, quando c'era bisogno, si assumevano persone che poi rimanevano pure quando non sarebbero più servite). La Panini era, sostanzialmente, l'antitesi di quello che deve essere un'azienda funzionante. Aveva una discreta autonomia per quanto riguardava l'acquisto di diritti e licenze, però non aveva soldi né progetti editoriali. Andava avanti più che altro per forza d'inerzia. Il gruppo che faceva capo alla De Agostini ha lavorato nella direzione opposta: ha ridotto i costi, lasciato a casa un po' di personale in esubero, ristrutturato alcuni reparti e ricominciato a comprare licenze e diritti piuttosto significativi. Hanno dato una bella svolta, stabilizzando l'azienda sul numero di circa 500 dipendenti, che è anche quello attuale. Oggi la Panini continua a fare figurine, legandosi anche alle nuove esigenze del mercato, di cui è sempre leader mondiale. In questi ultimi anni però deve vedersela con qualche concorrente americano, europeo, persino italiano. Gli stessi cambi di proprietà hanno generato gruppi e gruppuscoli fuggiaschi, più o meno realizzati professionalmente, che non volevano più aver niente a che fare con i nuovi proprietari oppure che hanno colto l'occasione per prendere il volo. E questo ha voluto dire trasferire alla concorrenza delle competenze acquisite, un patrimonio di esperienze. Più ancora, comunque, è interessante chiedersi quali siano i limiti, oggi, del mercato delle figurine, e quali le eventuali potenzialità di quest'oggetto-prodotto". 17. L'epopea di Robert Maxwell È già la metà di ottobre e il primo pomeriggio, per quanto illuminato da un sole ancora caldo, comincia ad essere avvolto dalla nebbia. Il bambino strappa la bustina da un lato e si accinge al solito ritornello: "Celo, celo, manca". Scuote il pugno in segno di trionfo: ha trovato la figurina n. 17, una delle tre che gli mancano per completare il Milan, la sua squadra. Quest'anno vincerà sicuramente lo scudetto e lui sull'album l'ha già incollata quasi tutta. Se domattina davanti a scuola farà qualche scambio, forse riuscirà ad averne un'altra di quelle che gli mancano. Si infila le figurine nella tasca, buttando la bustina accartocciata nel cestino, anche se nessuno lo vede. In alto verso occidente, sopra la palazzina anni '60 di un azzurro tinto di grigio, passa un aereo. Quell'aereo vola dritto dritto sull'Hotel Ritz di Parigi. Oddio, prima veramente bisogna fare tutte le cose che fanno le persone importanti quando atterrano con un aereo privato per andare al Ritz e che sostanzialmente sono uguali a quelle che fanno tutti gli altri passeggeri, che però non possono usufruire del trasporto a destinazione via elicottero-limousine (e neanche del Ritz): insomma, le solite piccole cose che fanno le grandi differenze. A Franco e ad Umberto queste accoglienze fanno ancora impressione, anche se ormai è da anni che viaggiano in tutto il mondo con ogni comodità; ma fa sempre effetto scoprire di appartenere alla schiera dei pochi, loro che da sempre sono stati in quella dei molti. L'Hotel Ritz li accoglie con i suoi portieri gallonati mentre ancora la gente comune di cui sopra sta aspettando il ritiro dei bagagli all'aeroporto. Franco e Umberto ne hanno con loro uno molto leggero, tanto sarà una cosa piuttosto rapida. Un cameriere li introduce in una di quelle salette dove i più credono che si mangi e basta - per quanto raffinato - e dove in realtà si celebrano più che altro i banchetti della finanza, tante volte indigesti a qualcuno. Ci sono i soliti convenevoli, forse un po' più formali di altre volte, poi i commensali si accomodano. Dopo la frutta (che nessuno, come al solito, mangia), il caffè e un liquorino, la Panini dei fratelli Panini passa in mano a Robert Maxwell della Maxwell Corporation. Il bambino rincasa lentamente, contemplando le figurine che ha tolto dalla tasca. Durante l'intervallo è stato fortunatissimo a incontrare quel compagno di terza con il quale ha fatto gli scambi, mentre ieri invece non aveva trovato nessuno. Adesso ha anche la figurina n. 18 e persino - ma è vero o sta sognando? - la n. 19: tutto il suo Milan. Passa davanti alla palazzina dove fra una settimana verrà con la classe in visita scolastica. Gli faranno vedere come si fanno le figurine, con le macchine apposta, e anche alcune sale dove ci sono migliaia di calciatori. La scritta si illumina; è vero che è ancora pomeriggio presto, ma già inizia a far buio. Un piccolo aereo, là da occidente, sta passando silenzioso, mentre la nebbia comincia a salire. In campo all'Hotel Ritz, quel 15 ottobre 1988, ci sono due squadre: da una parte la Panini, con i due proprietari Franco e Umberto (Giuseppe è rimasto a Modena per motivi di salute), il direttore generale Alfredo Roma e i due legali; dall'altra la Maxwell, con il proprietario Robert, il figlio Kevin e i legali. Dodici anni dopo, chiedo ad Alfredo Roma: "Dottor Roma, mi racconti della cessione dell'azienda". L'ex-direttore generale ed ex-amministratore delegato della Panini è appena rientrato dalla capitale; in aereo, naturalmente. A parte il fatto che il volo era già una sua passione personale in quegli anni, i casi della vita hanno voluto che recentemente abbia assunto la carica di presidente dell'Enac (Ente Nazionale Aviazione Civile), l'ente da poco nato dalla fusione del vecchio Registro Aeronautico con Civilavia. Oggi, come allora, la vita e la carriera di Roma sono quindi costellate di aerei, grandi e piccoli, pubblici e privati. "Ma su quello che vi portò al Ritz, come c'eravate finiti?". "Quando i fratelli Panini dichiararono la loro disponibilità a vendere a Maxwell, io contattai suo figlio Kevin, che mi disse che sarebbe venuto a Modena al più presto per vedere di persona. Arrivò pochi giorni dopo, il 29 luglio 1988. Giunse all'aeroporto di Bologna con la sorella, su di un jet a sei posti. Andai a prenderlo e lo accompagnai qui a Modena. Guardò tutto e trovò ogni cosa in ordine, tanto che telefonò immediatamente a Londra al padre. Robert Maxwell mi invitò ad andare da lui al più presto: "Le firmo una lettera di intenti e la rimando a casa la sera stessa". Fu proprio quello che capitò. Partimmo alle quattro del pomeriggio da Bologna sempre con un aereo privato, arrivammo a Londra e, in elicottero, atterrammo nel centro della città, dove c'era la sede dei suoi uffici. Lo incontrai, chiacchierammo un po', non più di un'oretta, poi firmò la lettera. Era tempo, per me, di tornare in Italia. Gli dissi che avrei potuto farlo con un aereo di linea, senza arrecargli disturbo. "Niente affatto", replicò lui "ho promesso di riportarla indietro e lo farò". Non avendo in quel momento altri aerei a disposizione, mi rimandò in Italia con un Boeing 727, un aereo normalmente da 180 posti. Questo era tutto costruito su misura e personalizzato, con un salotto enorme, una camera da letto matrimoniale e altre cose del genere. C'ero solo io, una persona di equipaggio, i due piloti e un motorista. Poco dopo mezzanotte arrivammo all'aeroporto di Bologna con questa "bestia": e non so se e quanto si stupirono i presenti vedendo scendere me solo... Presi la mia macchina e tornai a Modena. Il giorno dopo telefonai a De Benedetti: "Se volete vendere anche la vostra parte...". Era un prezzo elevatissimo, molto superiore a quello di mercato. Mi sembra che per l'azienda Maxwell avesse offerto un valore globale di 150 miliardi, a fronte dei 130 ai quali era stata valutata. E allora anche De Benedetti e la Mondadori, che insieme detenevano il 30%, decisero di vendere". "Che peccato, però. Non sarebbe stato possibile, per i Panini, tenersi la propria azienda? Come mai erano arrivati alla decisione di vendere? Lei che cosa ne pensa, dottor Roma?". "La caduta degli dei, si potrebbe chiamare", commenta Alfredo Roma. "Sono tante le ragioni per cui non solo l'azienda Panini ma anche molte altre realtà modenesi (per esempio: Ferrari, Maserati, Fini) sono cadute in mano altrui. C'è innanzitutto un problema generale, dato dal fatto che quella modenese è un'imprenditoria molto giovane, nata da un'economia prevalentemente agricola, che si è sviluppata soprattutto dopo la fine dell'ultima guerra e che, in seconda generazione, non ha saputo mantenere quella tradizione che invece avevano soprattutto le grandi famiglie del Piemonte e della Lombardia. Perciò, spesso, in seconda generazione i figli non sono stati all'altezza dei padri perché non erano preparati neanche culturalmente; il risultato è stato che le aziende sono uscite. Anche nel caso dei Panini... Non è che avessero bisogno di denaro, quando hanno venduto. L'unico era Giuseppe, perché aveva fatto dei grossi investimenti immobiliari; sarebbe potuto uscire soltanto lui, però ha detto: "Abbiamo cominciato insieme, finiamo insieme" e ha un po' costretto i fratelli a vendere. Ma Franco e Umberto non avevano ragione di vendere la Panini, potevano tranquillamente restare dentro l'azienda, e anche per un altro bel po' di anni ancora. Sono poi comunque usciti con accordo. Quello della vendita totale fu però un passo successivo; inizialmente si pensò soltanto di vendere una parte, introducendo un socio esterno che avrebbe fatto comodo per altri motivi, soprattutto in termini di cultura e di competenze. A un certo momento infatti ci eravamo detti: "L'azienda va molto bene, facciamo entrare un socio esterno che ci porti cultura e ci aiuti ad andare in Borsa". E infatti fu proprio così. Con la vendita parziale a De Benedetti ci fu l'entrata di altri manager: nel consiglio di amministrazione, oltre ai Panini e a me, c'erano anche Roberto Colaninno (attuale presidente di Telecom Italia) e Arnaldo Borghesi, entrambi mandati da De Benedetti, i quali avevano dato dei contributi positivi e avrebbero potuto continuare a darli. In precedenza io avevo portato ai Panini diverse offerte: si trattava di investment banks o di privati. C'erano tutti quelli che allora erano i primi operatori in Borsa, interessati anche a fare un acquisto, ovviamente con scopo di investimento, oltre che ad accompagnare l'azienda in un processo di crescita. La scelta era caduta su De Benedetti. Personalmente ero favorevole all'apertura a un socio esterno, sia per la prospettiva di Borsa che per introdurre una cultura diversa che non fosse solo l'azienda di famiglia. Questa poteva essere la strada da seguire per andare ancora meglio, per non restare un'azienda provinciale. L'apertura quindi era in questo senso. Cominciammo a pensarci verso il 1984-'85 e, in un certo senso, ci trovammo avvantaggiati, dato che la Panini era un'azienda che certificava i propri bilanci già dal 1974. Era quindi un'azienda non solo in forte crescita, che già controllava il 72% del mercato mondiale, ma anche all'avanguardia nella trasparenza richiesta da un mercato azionario; se avessimo voluto, saremmo potuti entrare anche nel mercato americano. Nel 1981 la Panini ebbe addirittura il primo bilancio certificato consolidato di gruppo; fu lo stesso anno, cioè, in cui lo fece la Fiat. Questo per dire che, da questo punto di vista, le due aziende erano uguali e davano garanzie eccellenti, tant'è vero che De Benedetti ci mise mezza giornata per decidere di comprare e Maxwell ancora meno: due ore. Con i bilanci certificati non c'era nessun problema; fu uno degli aspetti positivi dei Panini, che accettarono di buon grado questa politica di trasparenza amministrativa della quale ero stato il primo sostenitore. Dal 1981 io ero direttore generale, dopo essere entrato come direttore del settore "finanza e controllo" e dopo essermi successivamente occupato, insieme con Franco Panini, dello sviluppo di tutta la parte delle attività internazionali. In seguito, dopo la vendita dell'azienda a Maxwell, diventai amministratore delegato. Ma i Panini li conoscevo già prima di iniziare a lavorare per loro, da moltissimo tempo. Li conobbi nella banca dove lavoravo (all'ufficio estero) e della quale loro erano clienti. Accettai la loro offerta di entrare in azienda nel 1972, dopo essere stato per qualche tempo direttore amministrativo di una ditta di ceramiche. Devo riconoscere che per la mia carriera la Panini è stata fondamentale, perché mi ha permesso di fare un'esperienza di manager internazionale come pochi altri a Modena. Senz'altro in questo sono stato facilitato anche dalla mia conoscenza delle lingue (quattro oltre all'italiano), che mi ha consentito di accedere con facilità ai testi indispensabili per la costituzione delle società straniere. Studiavo il diritto fiscale e societario dei diversi paesi e poi ne discutevo con i consulenti locali; in poco tempo abbiamo creato una fitta rete di società. Non era però soltanto questione di competenze professionali e linguistiche: ancora più importanti erano, alla base, la fiducia e l'attaccamento reciproco. Di Franco, in particolare, sono tuttora molto amico e anche Umberto sono andato a trovarlo recentemente. Quelli che ho trascorso alla Panini sono stati diciannove anni stupendi, che - una volta terminati - mi hanno dato anche la possibilità di "uscire", poiché nel frattempo ho continuato a mantenere rapporti esterni. Nel 1991 mi fu offerto il posto di amministratore delegato dell'Ansa, la massima agenzia di stampa italiana e una delle prime del mondo. Accettai quel posto con un certo sollievo, non solo per la carriera che mi spalancava davanti ma anche perché non ce la facevo proprio più a restare alla Panini dopo che Maxwell l'aveva affidata a Keith Bales. Quest'ultimo lo conoscevo benissimo perché era il responsabile della Walt Disney di Londra, ma quando venne qui a Modena a dirigere la Panini rese davvero la vita difficile a tutti noi. Perciò venni via e presi qualche mese di sabbatico, in attesa del da farsi. Fu proprio allora che giunse l'offerta di occuparmi dell'Ansa. E, dopo l'Ansa, sono passato all'Enac: dalla stampa agli aerei. Se non fosse stato per Bales, forse... Con Maxwell avevo un ottimo rapporto, a livello personale; quando uscii dalla Panini lui mi propose di trasferirmi a Londra come responsabile di alcune attività internazionali, ma io rifiutai. C'era qualcosa che non funzionava e non mi fidai. Subito dopo, infatti, Maxwell si impantanò: fu quando comprò la MacMillan e, per farlo, si indebitò fino al collo; gli costò 3.500 miliardi. Era una grossa società editoriale americana. Si impantanò con quella, e fu l'inizio della fine. Il problema di Maxwell erano i collaboratori, pessimi. Aveva mandato avanti il figlio Kevin, affidandogli anche la gestione della parte finanziaria. Kevin era un caro ragazzo fin che si vuole, ma giovane, senza esperienza. Successero cose gravi, tra le quali la più grave fu senz'altro, là in Inghilterra, quella di aver utilizzato in Borsa i soldi del fondo pensioni dei dipendenti. Lui, il padre, intorno agli anni '50 era già stato condannato a non essere più amministratore di società quotate in Borsa, poi era tornato a risorgere. Nel periodo dell'acquisto della Panini sembrava che fosse ben assestato: in Inghilterra, per esempio, aveva comprato il quotidiano "Daily Mirror" e ricomprato la Pergamon Press, la prestigiosa casa editrice universitaria di cui era già stato proprietario negli anni '50. Maxwell era un cecoslovacco che durante la seconda guerra mondiale era riparato in Inghilterra (il suo vero nome era Jan Ludvik Hoch), dove si era arruolato nell'esercito arrivando al grado di maggiore. Subito dopo la fine della guerra iniziò a stampare giornali per le truppe inglesi, poi diede il via all'attività imprenditoriale, attraverso non poche vicissitudini. Intorno alla metà degli anni '80, gli anni che interessano la nostra storia, aveva cominciato a comprare e sembrava proiettato verso un futuro solido e in espansione. Ma l'aver comprato questa grossa casa editrice - la MacMillan - gli mise contro il mondo americano dove, se realmente non sei un "drago", non ce la fai. Aveva contro tutti, e finì stritolato. Per i Panini, però, l'aver venduto a Maxwell fu, a livello finanziario, un bel colpo, perché furono pagati molto bene. Sì, tutto sommato - da questo punto di vista - gli convenne trovarsi quel 15 ottobre 1988 all'Hotel Ritz di Parigi. In precedenza i Panini (solo Franco, per la verità) e Maxwell si erano incontrati soltanto un'altra volta, per definire alcuni aspetti specifici: era successo tra la firma della lettera d'intenti a Londra e questo momento della cessione, a metà agosto. Io andai a Londra con tutta la documentazione richiesta, poi con Kevin dirottammo su Roma a prendere Franco, che proveniva da Punta Ala, dove era in vacanza. Da Roma volammo a Nizza e, in elicottero, raggiungemmo lo yacht di Maxwell. Al ritorno, viaggio inverso: da Nizza a Roma (che era la destinazione di Franco), da Roma a Bologna (destinazione mia) e a Londra (destinazione di Kevin). In settembre comparvero i rispettivi avvocati per la redazione del contratto. In quello stesso mese si sposò una delle figlie di Giuseppe e Kevin, che era stato invitato, partecipò al matrimonio. E venne il giorno del Ritz. Maxwell dapprima comprò l'80% (il 54% dei Panini e il 30% di De Benedetti) e dentro l'azienda rimase anche Franco; l'anno successivo comprò il restante 16% e Franco uscì. Alla fine dell'89 la Panini era totalmente di proprietà di Robert Maxwell, che ne era anche presidente. Della vecchia guardia rimasi io, nel ruolo di amministratore delegato, e i vari dirigenti. Franco era uscito perché la gestione Maxwell non gli piaceva. Non piaceva neanche a me, a dir la verità: ho resistito un anno di più, ma poi... All'inizio vuotavano letteralmente i cassetti e spedivano a Londra il denaro che vi trovavano, che io poi riuscii a far restituire. Ma, soprattutto, non c'era un piano strategico. Era un vivere alla giornata, sul nome senza macchia della Panini e sul suo prestigio acquisito in anni e anni di successi imprenditoriali. I manager venivano cambiati continuamente ed erano uno più incapace dell'altro. In questa situazione la Panini cominciò rapidamente a perdere colpi. Furono anche bloccate certe spese, come quella sui diritti editoriali; insomma, non si poteva andare avanti, in questo modo. I Panini ci rimasero molto male: Franco riuscì almeno a portarsi via il settore dei libri, che erano sempre stati la sua passione, e Giuseppe la squadra di pallavolo. Al di là dei meriti e dei demeriti dei singoli rimane il fatto che il gruppo straniero guarda ai propri interessi e basta, non ha sensibilità locale. Sarebbe bastato che fossero restati Franco e Umberto...". Al Ritz, quel sabato 15 ottobre 1988, avviene una novità importante rispetto all'impostazione iniziale: i Panini cedono a Maxwell non il 40% del capitale azionario ma il 54%, cosicché la partecipazione dell'editore inglese diventa pari all'84%. Ma vediamo di ricapitolare i vari passaggi di quote azionarie e le somme corrispondenti. Maxwell prima di tutto aveva acquistato il 30% delle azioni della Panini International possedute dalle due società che facevano capo a Carlo De Benedetti: l'Amef (10%), finanziaria della Mondadori, e la Cir (20%). Per questo primo consistente pacchetto di minoranza l'editore del Mirror aveva pagato 60 miliardi, avendone attribuito all'azienda un valore di 200. Entrato in possesso delle partecipazioni dell'Amef e della Cir, che potrebbero esercitare un diritto di prelazione in caso di cessione delle azioni controllate dai Panini, Maxwell può dar corso alla trattativa con i fratelli fondatori dell'azienda modenese per l'acquisizione di un altro 40% circa. Alla famiglia Panini rimarrebbe così una partecipazione del 30-32% circa, che sarebbe distribuita in parti uguali (2% a testa) tra i 16 figli dei quattro fratelli: questa almeno è l'ipotesi presa in considerazione nella prima parte della trattativa. In seguito però si profila un'altra opportunità: portare la compravendita dall'iniziale 38-40% al 54%. Nella prima ipotesi, infatti, Maxwell si sarebbe riservato il diritto di rilevare successivamente un altro 16%. A questa soluzione, una volta approfondita la trattativa, si preferisce poi arrivare subito. A ciascuno dei figli dei fratelli Panini rimane così intestata una partecipazione pari all'1%. Poiché la cessione del 54% di proprietà dei Panini avviene sulla base di una valutazione complessiva dell'azienda pari a 150 miliardi di lire, Maxwell dovrà versare ai venditori circa 80 miliardi. La riduzione del previsto 30-32% al 16% della residua quota controllata dai Panini non modifica le altre clausole dell'accordo rese note nella fase iniziale dell'operazione. In particolare, Franco Panini conserverà - con contratto triennale - la carica di presidente mentre Alfredo Roma, direttore generale in carica, diventerà amministratore delegato. Inoltre Giuseppe Panini sarà presidente onorario a vita. Altra clausola importante che rimane invariata rispetto alle ipotesi iniziali è quella riguardante gli eventuali licenziamenti di personale: a deciderli potrà essere soltanto il "board of directors" di cui faranno parte sia Franco Panini sia Roma. I venditori vogliono così mettere al riparo i dipendenti da ogni possibilità di ridimensionamenti e ristrutturazioni che possano comportare riduzioni di posti di lavoro. D'altra parte Maxwell dichiara che non ha comprato la Panini così a caro prezzo per ridimensionarla ma per svilupparla. "I programmi di Maxwell", dichiara Franco Panini a un quotidiano locale "sono assai ambiziosi. Se così non fosse non avrebbe fatto un investimento tanto consistente. Maxwell è molto interessato a tutti i nostri settori d'attività, ma credo che abbia in programma altre importanti acquisizioni da raggruppare nella Panini. Sì, la Panini diventerà la sua testa di ponte per un'estesa presenza nel mercato italiano. Un gigante mondiale dell'informazione ha scelto la Panini ma ha scelto anche Modena. Per la nostra famiglia è motivo di grande soddisfazione". A conferma dei suoi interessi per Modena l'editore britannico decide che nella città emiliana avrà sede la Maxwell Communications, la società finanziaria nella quale concentrerà le sue attività in Italia. L'evoluzione dell'economia modenese e, in particolare, il destino delle aziende locali è intanto al centro dei dibattiti di natura economica di quell'autunno 1988. La vendita della Panini è accolta con un certo favore. In uno di questi incontri lo stesso Paolo Artioli, che aveva stampato per i Panini negli anni '60 e che in quel periodo ricopre la carica di presidente dell'Associazione Industriali (proprio in quei giorni avrebbe ricevuto dal presidente della Repubblica le insegne di cavaliere del lavoro), dichiara pubblicamente, nel corso di un convegno promosso dalla Dc sul tema: "Dove vanno le aziende modenesi? Quale strategia per una vera politica di innovazione e di sviluppo?", che "fra 4-5 anni solo il 40% delle piccole e medie imprese sarà ancora nelle mani degli imprenditori-fondatori, mentre un altro 30-40% sarà governato dai manager e il residuo 20% da professionisti che acquisiranno progressivamente partecipazioni al capitale sociale". Artioli giudica questa evoluzione tutt'altro che negativa: "Anche la cessione dei fratelli Panini all'editore britannico Robert Maxwell è da considerarsi una dimostrazione di piena vitalità della nostra economia, oltre che un atto di coraggio dei fondatori dell'azienda". Questo, sostanzialmente, è il clima di fiducia che accoglie Maxwell come nuovo proprietario dell'azienda Panini. Ma non tutti la pensano allo stesso modo: prima ancora che l'editore inglese acquisti l'azienda, alcuni "pezzi" della Panini se ne vanno, dimissionari. Sono Pietro Peja e Stefano Baraldi, rispettivamente direttore generale e direttore amministrativo delle Edizioni Panini, seguiti da altri quattro dirigenti. Peja, in particolare, aveva ricoperto in azienda ruoli molto importanti; proveniente dal gruppo sportivo Menegola poi assorbito dalla Panini Volley, era stato capo del personale, responsabile del "licensing" e, dall'87 fino alla cessione dell'azienda al gruppo Maxwell, direttore generale della Panini S.p.A. Ma anche altre situazioni sono destinate a mutare, dall'arrivo di Maxwell in poi. Esattamente un anno dopo, nell'autunno 1989, il gruppo Panini subisce una profonda ristrutturazione interna. L'11 dicembre si tengono le assemblee delle tre società del gruppo: la Sigma immobiliare, la Edizioni Panini (la parte operativa) e la Panini International (la holding industriale). Si decide che la Sigma e la Edizioni si fonderanno con la International che, successivamente, confluirà nella Corfin, la finanziaria italiana del gruppo Maxwell. Alcuni giorni prima la Maxwell Communications Italia aveva provveduto a portare il capitale sociale da 20 milioni a 17 miliardi e 464 milioni: un'operazione destinata a mettere la controllata italiana - che ha sede a Modena in piazza Mazzini - nelle condizioni di operare concretamente. Sempre in quel primo scorcio di dicembre '89 l'ultimo 16% di azioni ancora in mano ai Panini passa nelle mani di Maxwell che diviene così, al 100%, l'unico proprietario dell'azienda, che conta 440 dipendenti a Modena e 180 all'estero, dove sono attivi altri stabilimenti di produzione (uno è in Brasile). Ma, dopo di ciò, non succede nulla, se non che da Londra arriva a Modena il direttore finanziario Jonathan Berger. Successivamente si parla di una seria crisi finanziaria per l'editore inglese poi, qualche mese dopo, l'annuncio di una trattativa in corso per vendere l'azienda alla Schroeder Venture Adviser, divisione dell'omonima banca d'affari specializzata nelle operazioni di "venture capital". Sembra che le negoziazioni stiano per giungere in porto per una cifra aggirantesi intorno ai 140 miliardi di lire ma, mentre già ci si prepara a un nuovo "passaggio di mano", ecco la notizia improvvisa della riconferma di Maxwell. La spiegazione dell'azienda, per voce dell'amministratore delegato Alfredo Roma, è che "non è stato raggiunto un accordo fra le due parti sul prezzo" e che "comunque Maxwell si è accorto di aver acquistato un'azienda molto produttiva". Per questo Maxwell ha manifestato l'intenzione di puntare sulla Panini non solo dal punto di vista economico (sono previsti investimenti per 6 miliardi entro l'anno) ma anche da quello gestionale. Aumenterà cioè la sua presenza in azienda che in questi due anni, a detta di Roma, "era stata sporadica e aveva dato scarsi risultati". Si effettua anche un cambio della guardia al vertice dell'azienda: arriva Keith Bales, un australiano di 48 anni che ha passato 5 anni a fianco di Rupert Murdoch e 18 alla Walt Disney Company, dove è stato anche vicepresidente. Keith Bales succede così ad Alfredo Roma come amministratore delegato della Maxwell Corporation Italia. Alfredo Roma diventa vicepresidente ma resterà a Modena per altri sei mesi soltanto, poi partirà per Londra o Berlino "per ricoprire un incarico più importante nella Maxwell Communication Corporation". "La struttura organizzativa della Panini, che con i fratelli Panini era sostanzialmente rimasta immutata fino al 1988, subisce con Maxwell delle evidenti trasformazioni", spiega Luca Ferri "mentre invece la struttura funzionale riprende l'organizzazione precedente con qualche innovazione nell'area commerciale e nel marketing, aspetti di cui inizialmente continua a occuparsi Franco Panini, che rappresenta anche la famiglia nel consiglio di amministrazione, dopo l'uscita definitiva dall'azienda di Giuseppe e Umberto. La novità più importante è la creazione di un'unità di staff per la pianificazione strategica. Alla fine del 1989 esce dall'azienda anche Franco Panini e, successivamente, si verificano alcuni cambiamenti organizzativi e strategici, in seguito ai quali al management legato alla famiglia si affiancano nuovi manager maggiormente orientati all'innovazione e all'internazionalizzazione. Dall'analisi del nuovo organigramma si nota la creazione di un comitato strategico e di una posizione di direttore generale, oltre al raggruppamento delle varie attività in "strategic business unit" (Sbu), ossia divisioni di tipo commerciale. È il periodo in cui il reparto per l'accoppiamento della carta adesiva si trasforma nella divisione Adespan. Tale mutamento organizzativo suggella il consolidamento di un processo industriale che ha ormai raggiunto la piena maturità". È arrivato con l'anno nuovo, con una valigetta ventiquattr'ore in mano. Viso aperto, gioviale, sorridente, ha assestato qualche pacca sulle spalle di due o tre dirigenti e si è guardato intorno compiaciuto profondendosi in larghi "yes" tra le Fifimatic. Ha aperto la porta dell'ufficio e si è assiso trionfante sulla poltroncina rotabile: è Keith Bales, l'amministratore delegato che subentra ad Alfredo Roma dal 13 gennaio 1991. Dopo alcuni giorni, è il caos. Già la Panini, anche prima del suo arrivo, sotto la nuova proprietà ha cominciato ad avere dei guai che, in un futuro non troppo lontano, potrebbero prospettarsi anche come molto seri. Da un dettagliato servizio della giornalista Alessandra Puato ("Prima", luglio-agosto 1991) si può ricavare il quadro completo della situazione al momento dell'arrivo di Bales: "La Panini S.r.l., 50 miliardi di capitale sociale, nata il 28 dicembre 1989 sulle ceneri della Panini International e delle Edizioni Panini S.p.A., con una media annuale di 30 raccolte di figurine e una media giornaliera di 4 milioni di bustine prodotte, copre ancora il 75% del mercato italiano e il 90% del mercato mondiale degli "stickers" (figurine adesive). Continua ad avere dieci filiali (Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Germania, Austria e Olanda) e un fatturato consolidato di 160 miliardi di lire, dei quali circa 110 sono il giro d'affari della sede centrale di Modena. Il risultato operativo è sempre positivo (circa 20 miliardi), ma al netto la società appare in rosso per gli interessi passivi generati dai forti debiti con le banche contratti da Maxwell nell'88, quando furono versati in capitale soltanto 30 dei 165 miliardi che l'editore inglese aveva concordato per il pagamento dell'azienda (molti di più di quelli offerti da Carlo De Benedetti, che con la Sabaudia e l'Amef aveva il 30% della società e si era dimostrato interessato a rilevarne il rimanente 70%). Per il restante capitale la Mcc (Maxwell Communication Corporation) aveva fatto ricorso agli istituti di credito, arrivando a un carico annuale di interessi passivi pari a 16-17 miliardi (l'ultimo bilancio della Mcc segna un carico degli utili lordi da 172,3 a 145,5 milioni di sterline proprio a causa di interessi passivi su 195 miliardi di sterline). L'aumento di capitale che deve essere varato a breve ha come obiettivo proprio la riduzione di questi interessi passivi, con la prevista conversione in capitale di 80 dei (si dice) 120 miliardi di debito accumulati, recuperando quindi una decina di miliardi l'anno. Quando Robert Maxwell l'aveva rilevata, la Panini produceva 2 milioni di bustine al giorno in più, macinava utili netti e aveva un portafoglio diritti ricchissimo (dalla Walt Disney alla Warner Brothers, dalla Paramount alla Hanna & Barbera) e, soprattutto, sempre aggiornato. La fretta di acquistare la Panini era data anche dal fatto che Maxwell aspettava il momento buono per sbarcare in Italia e l'azienda modenese, "cashgenerator", rappresentava a questo proposito un'occasione d'oro (la costituzione, apposita, della Maxwell Communication Italy sembrava presupporre un allargamento dell'attività, magari a quotidiani e reti televisive); si spiegava in parte anche col fatto che la Panini aveva appena concluso una sponsorizzazione, andata benissimo, con il quotidiano "Sun" di Rupert Murdoch, concorrente del "Daily Mirror" di Maxwell. L'iniziativa, per la verità, era stata varata nell'86 proprio col "Daily Mirror". Ma Murdoch offrì, se la Panini avesse abbandonato quest'ultimo per lavorare con il "Sun", di investire 16 miliardi in 3 anni in spese di promozione Panini. Fu scelto Murdoch. All'inizio Maxwell aveva inteso investire denaro ed energie nella Panini. Il figlio Kevin, col quale i manager della società hanno buoni rapporti, viene nominato presidente e, con la sorella, cerca casa a Modena proprio per dedicarsi completamente all'azienda. Ma quando, poco tempo dopo, la Mcc rileva per 2.700 miliardi la MacMillan (pagata, anche questa, con forti indebitamenti), Kevin Maxwell viene mandato negli Stati Uniti e la Panini rimane senza un manager delegato della proprietà". Anzi, sembra che nel frattempo, e precisamente nell'ottobre 1990, la proprietà intavoli trattative per la vendita alla Schroeder, che però si concludono in un nulla di fatto. E iniziano i guai. Nel giro di due anni, dall'ottobre '88 al gennaio '91, la Panini è una società indebolita sia dal punto di vista finanziario che da quello editoriale: "Oltre ad essere gravata dai forti interessi passivi sui debiti, infatti, è rimasta per due anni ingessata, soffocata dai costi, bloccata da una politica di mercato inadeguata. Il problema maggiore è senza dubbio la suddivisione, operata da Maxwell, della società in "business units", cioè in unità produttive indipendenti. Mentre prima era la sede centrale di Modena a elaborare i piani editoriali del gruppo, a stanziare investimenti e ad acquistare, per tutte le filiali, i diritti di licenza, con Maxwell ogni filiale diventa completamente autonoma. Il fattore rischio, prima in carico alla sola centrale di Modena, adesso si moltiplica e induce le filiali alla politica del risparmio sui costi a scapito della qualità del prodotto; il diritto di resa, che consentiva alle filiali di restituire gli invenduti a Modena che poi li avrebbe rimessi in circolo, viene soppresso; l'acquisto dei diritti, infine, viene ad essere molto oneroso, con minimi garantiti sulle royalties elevati, stabiliti Paese per Paese: difficili quindi da raggiungere nella maggior parte dei casi". In questo contesto, già di per sé non idilliaco, arriva Keith Bales; Alfredo Roma, l'amministratore delegato in carica, viene nominato vice-presidente ma, di fatto, è messo nella condizione di dover fare le valigie e andarsene, dopo 19 anni di ininterrotta attività presso l'azienda modenese. Maxwell lo vorrebbe subito a Londra ma Roma tergiversa, poi lascia definitivamente la Panini. Il primo incontro fra Maxwell e Bales sembra che risalga al dicembre precedente, quando sono ancora aperte le trattative con la Schroeder per la vendita della Panini. Maxwell - a quanto pare - non conosce Bales, ma qualcuno gliene ha parlato bene. Sa che è stato alla Walt Disney, ma forse non sa che è stato licenziato "per motivi personali". Keith Bales, che viene definito "un uomo con grande esperienza nel campo dell'editoria, del marketing, del licensing e della sponsorizzazione", dovrebbe garantire una presenza costante in azienda, stabilendo così finalmente quel contatto Modena-Londra che in questi due anni è mancato e che dovrebbe dare senz'altro ottimi risultati. Queste decisioni scaturiscono al termine di "un lungo colloquio svoltosi il 12 gennaio a Londra con Robert Maxwell". Sotto la guida di Bales è prevista una riscossa della Panini per il 1991 che va iniziando. Il piano annuale di investimenti è centrato sul potenziamento dell'area della carta adesiva e sull'introduzione di nuove tecnologie. Sul piano occupazionale non sono assolutamente previste riduzioni dell'organico. Il 14 gennaio i vertici dell'azienda hanno un incontro col sindacato giudicato "molto positivo". "Robert Maxwell ha riaffermato la centralità di Modena come governo della Panini", dice Alfredo Roma alla stampa. "L'obiettivo è quello di un prodotto italiano e modenese". La Panini, quindi, diventa "inglese" ai vertici, ma conserva staff e progettualità tutti italiani. Non solo: è possibile che ci sia in futuro un riavvicinamento con la famiglia Panini, riallacciando un rapporto che dal punto di vista operativo si era interrotto l'anno precedente, per screzi di natura "commerciale". "Giuseppe Panini non è più presidente onorario", spiega Roma "ma l'ipotesi può essere ripresa in considerazione". Insomma, si dissolvono le nubi sul futuro della Panini e finalmente, dopo due anni di vorticosi cambiamenti, torna la tranquillità. Tranquillità che comunque, assicurano in azienda, non manca al bilancio: l'anno 1990 dovrebbe chiudersi con un fatturato di circa 160 miliardi, sostanzialmente stabile ma con gli utili in aumento (una ventina di miliardi circa, più 20%; si prevedono 220 miliardi nel '91 e 240 nel '92). Le bustine vendute sfiorano il numero di 1 miliardo di pezzi. Nei piani futuri della Panini c'è il potenziamento del settore, che peraltro sta dando ottimi risultati. La serie di "Italia '90" ha venduto 220 milioni di bustine e i mercati dell'Est stanno aprendo nuove prospettive: in Ungheria e a Mosca 2 Tir di figurine sui Mondiali di calcio sono stati "bruciati" in due giorni, tanto da far ventilare l'ipotesi di una joint venture a Mosca per le figurine. Insperato anche il successo ottenuto dalle "cards" Panini sul mercato britannico. Si tratta di figurine un po' più grandi del solito, in cartoncino non adesivo, con immagini di calciatori riprodotti in azioni di gioco su entrambi i lati. Un autentico boom tra gli uomini d'affari della City di Londra, tanto che c'è addirittura chi parla dell'esistenza di un vero e proprio mini-borsino. Tante anche le novità in campo editoriale. Stanno arrivando in edicola innovative formule di collezione per bambini dove, al tradizionale album con figurine, si uniscono dei modellini in plastica da raccogliere in appositi contenitori. Si parte con 36 modellini di auto, con una serie di animali e, nel prossimo futuro, con altri animali però preistorici. Nel complesso, dunque, si va avanti, mentre Alfredo Roma esce definitivamente di scena: adesso è il momento di Keith Bales. Inizialmente è bene accolto da tutti; lo stesso Giuseppe Panini, nel corso di una partita di pallavolo, si alza in piedi e lo presenta al pubblico modenese: "Abbiamo l'onore di avere qui con noi Keith Bales, il nuovo amministratore delegato della Panini". Applausi e complimenti si sprecano. Ai primi di febbraio Bales si fa immortalare sorridente e soddisfatto in una bella foto di gruppo con il "team dirigenziale" della Panini al gran completo. Per quello stesso "team" il giorno dopo ci sarà un incontro addirittura con Julio Velasco, allenatore della Nazionale di pallavolo campione del mondo. Il compito di Velasco è quello di animare un dibattito il cui tema è incentrato sugli aspetti inerenti la leadership, la motivazione e la realizzazione di uno spirito di gruppo. La scelta di un uomo di sport è determinata dalle analogie che esistono tra la guida di una squadra vincente e quella di un'azienda in continua evoluzione. Questo è dunque il quadro, estremamente rassicurante, in cui ha inizio l'attività di Bales dentro la Panini. Ma le novità non si fanno attendere; ai manager bastano soltanto pochi giorni per accorgersi che c'è qualcosa che non va. Alessandra Puato, nel già citato servizio, lo racconta con molta piacevolezza (se non altro per il lettore): "Bales mostra un vivace interesse per i prodotti enologici modenesi e ha strane abitudini: rincorre la gente nei corridoi e la promuove all'impiedi, inventando nuove cariche quando quelle esistenti non bastano; gira per Modena con una Jaguar con due bandierine sui parafanghi anteriori, una italiana e una inglese; gli capita anche di irrompere nel capannone delle rotative, come una bomba, con grande spavento dei dipendenti". Bandisce la prima "Borsa di Studio Robert Maxwell" rivolta a tutti i dipendenti Panini sotto i 40 anni di età. I partecipanti dovranno preparare un piano d'affari indicando i seguenti punti: che cosa desiderano studiare per la propria formazione personale e professionale al fine di apportare benefici al gruppo; un itinerario mondiale precisando dove, quando e con chi desiderano fare il viaggio che li porterà nei luoghi idonei al proprio studio. Il vincitore, scelto da una commissione di esperti, riceverà il premio a Londra dalle mani di Maxwell in persona. Data della scadenza del bando di concorso: 31 aprile 1991. Serpeggiano le perplessità. "E poi Bales ha una debolezza: ha paura di stare solo, così costringe ogni giorno due o tre manager a rimanergli vicino, seduti intorno al tavolo delle riunioni mentre lui telefona. Se qualcuno si alza ed accenna ad andarsene per tornare al lavoro, lo obbliga a sedersi di nuovo. Il tempo passa fra un caffè e un drink che il cameriere personale, assunto a tempo pieno per quel preciso scopo, serve, facendo la spola fra la sala riunioni e la cucina collocata a fianco, che Bales ha voluto allestire di tutto punto con pentole e stoviglie". Il malumore cresce. Bales si rifugia all'Hotel Fini, che diventa il suo quartier generale. Qui prende in affitto un'intera suite. Alle centraliniste raccomanda di rispondere ad ogni chiamata con un: "Panini Worldwide, buongiorno". "Ma la vera miccia è accesa il 9 febbraio, un sabato, quando Bales raduna nella Sala verde tutti i dirigenti, compresi quelli delle filiali estere convocati a Modena", continua ancora la Puato. "I dirigenti si siedono. Bales si mette a capotavola e annuncia: "Ecco come cambierò la Panini". Dopodiché spegne la luce e, fra lo stupore generale, accende un proiettore. Sul muro appare una donnina con un vestito rosso fasciante, chinata sul cofano di una spyder rossa, intenta a lucidare con un prodotto speciale la carrozzeria. "Questo è un calendario che potremmo sponsorizzare con la Fina", spiega Bales. "Ma è un calendario particolare, con le finestrelle da aprire, come quelli natalizi: guardate qui!". La diapositiva successiva scorre e la donnina appare senza un pezzo di vestito, in corrispondenza del seno destro. "Bello, eh? Guardate adesso!". Salta anche la stoffa che copre il seno sinistro. A poco a poco si scoprono vita, fianchi, cosce: "E come finisce? Come finisce? Indovinate!". L'ultima diapositiva mostra la signorina completamente nuda; sempre china, naturalmente, e sempre intenta alla pulizia dell'automobile. Per otto ore filate Bales fa scorrere 400 diapositive, che illustrano i suoi progetti per la casa editrice di Modena. Davanti agli occhi increduli degli esausti dirigenti appaiono mutande con le tartarughe Ninja e la scritta Panini sull'elastico; banana split Panini serviti in palloni da basket; trombette per automobile Panini; una linea d'abbigliamento Panini che, nelle intenzioni, doveva essere realizzata con Benetton; fantascientifici bar Panini con un videogame davanti a ogni sgabello e gelati serviti nei guantoni da boxe. Ma la goccia che fa traboccare il vaso sono le figurine Panini con tutte le posizioni del Kamasutra che fanno il paio con quelle, non presentate ufficialmente ma già progettate, da allegare alle scatole di profilattici con su scritto: "Bravo! Ce l'hai fatta!". Chi dà il via alla ribellione è il dirigente della filiale spagnola, Luis Torrent, che si alza e se ne va. Lo seguono tutti i manager. La sala si svuota. Bales ha una crisi isterica e deve essere portato dal medico". Alla fine di febbraio compare il bando di concorso per reclutare un consigliere d'amministrazione dai 5 ai 21 anni. Di fronte alle proposte di Bales il management padano ritrova compattezza e decisione. "Ma non è sempre stato così", raccontano voci in azienda. "I dirigenti con alle spalle anni di esperienza in Panini hanno sempre teso a frapporre ostacoli al rinnovamento, spesso si sono ritrovati divisi in correnti. Poi, in questa situazione di incertezza totale, in cui niente e nessuno si sente al sicuro, hanno ritrovato l'unità". Pare dunque questo - per converso - il momento adatto per proporre e realizzare un'autentica innovazione, per riorganizzare il lavoro e i processi di produzione, per risollevare le sorti di un'azienda le cui difficoltà risalgono a ben prima dell'arrivo di Bales. "Già qualche anno fa si avvertiva con urgenza la necessità di fare un salto di qualità nella gestione, nel marketing, nella produzione e commercializzazione", sono le opinioni che circolano nei reparti. "La famiglia Panini aveva colto questa fase ed era stata geniale a vendere l'azienda nel momento migliore, dopo averla portata a livelli elevati. Ma questo salto non c'è stato; di tutti gli investimenti promessi da Maxwell, negli ultimi due anni nulla è stato fatto. Ed è soprattutto da questo che si capisce quanto la proprietà abbia a cuore le sorti dell'azienda". Ora i dirigenti temono che la gestione Bales e il rilancio siano un modo per rimpacchettare la Panini e rimetterla sul mercato. La protesta si ingrossa: ai 12 modenesi si aggiungono anche i 7 dirigenti delle consociate estere e i 16 quadri intermedi. Riuscirà il plotone dei 35 ad avere la meglio sul "nemico"? Il 2 aprile si tiene un incontro ufficiale: da una parte, le rappresentanze aziendali, i sindacati di categoria e i segretari provinciali di Cgil, Cisl e Uil, dall'altra il direttore dell'Assoindustriali Francesco Casolari e, spedito appositamente da Maxwell dietro espressa richiesta degli stessi dirigenti, il vicepresidente della Maxwell Corporation, Jean Pierre Anselmini (che all'incontro suddetto è però rappresentato dal proprio assistente personale, Alain Couture). Tre i punti all'ordine del giorno sui quali i sindacati chiedono precisazioni: eventuale ricapitalizzazione dell'azienda, piano d'investimenti entro limiti di tempo definiti, progetto articolato di produzione. Solo sul primo punto, però, a detta dei sindacati, sortiscono novità positive: "Bales ha comunicato la decisione di trasformare crediti di Maxwell per 80 miliardi in conto capitale della Panini entro un mese e mezzo". Ma sul resto sono più le ombre che le luci: "Sul piano degli investimenti ci è stato risposto che esiste un impegno di Maxwell, una sorta di delibera di principio, per 12 miliardi nel prossimo esercizio. Però, se si calcola che l'esercizio è già in corso e non si sa ancora né quando arriveranno né a cosa saranno destinati questi soldi, non è certo una risposta rassicurante". I dirigenti - che hanno inoltre il problema dei rapporti con Bales - così commentano l'incontro: "Entro una settimana il vicepresidente Anselmini rientrerà a Londra e, al termine della sua "istruttoria", presenterà una risoluzione del problema. Ma quale sia, non si sa". Pochi giorni dopo, però, come se nulla fosse, durante la ventottesima Fiera del libro per ragazzi Bales organizza una serata di gala alla Villa Cicogna di Bologna. Ospite d'onore è un famosissimo soprano che si esibisce nel corso della sontuosa festa, caratterizzata dal più puro stile americano. Costo della serata: 120 milioni di lire, 150 gli invitati. Ma è il canto del cigno, come dimostreranno gli eventi successivi. Anche alla Fiera del libro per ragazzi la Panini dimostra di "tenere", cioè di rimanere saldamente ancorata alle proprie tradizioni, nonostante le innovazioni a tutti i livelli continuamente progettate e proposte da Bales. Una di queste riguarda anche il "logo" dell'azienda, che dovrebbe diventare adesso - secondo Bales - una pantera che balza in avanti. Ma a Bologna la Panini si presenta sempre con il "vecchio" paladino di Giuseppe che affianca la scritta Panini in rosso su fondo giallo. Il simbolo pluriennale delle figurine non si tocca, almeno per adesso. Così, nel segno della tradizione, sono anche i prodotti esposti in Fiera: fra le serie più forti sul mercato interno ed estero la celebre Sirenetta, Barbie, Peter Pan e il calcio italiano. Non mancano tuttavia le novità: la più importante riguarda l'accordo di massima tra la Panini e l'Alitalia, in base al quale la compagnia di bandiera dovrebbe distribuire gratuitamente un album con figurine a tutti i bambini fino ai 10 anni. Si tratterà di un activity book, cioè di un fascicolo che invita alla partecipazione attiva i piccoli viaggiatori, i quali non si limiteranno a staccare le figurine adesive e ad applicarle negli spazi bianchi dell'album, ma dovranno inventare ambientazioni e scenari per le avventure dei mitici personaggi disneyani. L'album si intitola "Stick & Stack" e sarà distribuito su tutti i voli in partenza dall'Italia. In un secondo momento, dopo la fase della distribuzione gratuita, l'Alitalia dovrebbe comprare album e figurine. C'è anche stata, nell'ottobre precedente, la certificazione di qualità in base alla normativa Cee del processo di produzione della Divisione carta autoadesiva. È un riconoscimento importante, che premia la crescita esponenziale degli ultimi tre anni nel settore. Nonostante il caos interno, quindi, da Modena si cerca di continuare a progettare il futuro; ma non è facile, non lo è affatto. L'azienda, infatti, è sull'orlo della paralisi per l'esplosiva situazione interna; è ormai in atto una vera e propria guerriglia, che rischia di travolgere dipendenti e proprietà. I sindacati sono davvero molto preoccupati. "Non si capisce bene chi decide, le due parti si rimpallano colpe e responsabilità", spiega Franco Richeldi della Cisl, reduce da una riunione-fiume alla fine di aprile, che ha visto faccia a faccia sindacati di categoria, delegati d'azienda e direzione. Incontro il cui esito, dicono i sindacati, non è stato positivo. Tant'è vero che i dipendenti della Panini scenderanno in sciopero per un'ora il 2 maggio. Sono davvero lontani i tempi dei fratelli Panini. "Bales non ha fornito alcuna risposta alle nostre precedenti richieste", continua Richeldi. "Due settimane fa ci aveva assicurato che avrebbe risolto i grossi problemi di rapporto che ha con i dirigenti, invece la situazione si sta trascinando nel caos. Non è pronto un adeguato programma di produzione che garantisca la continuità di lavoro e lo sviluppo dell'azienda; nessuna risposta nemmeno sulla questione della ricapitalizzazione". E di quei 12 miliardi di investimenti, "garantiti" nemmeno tanto tempo fa, non s'è visto ancora nulla. Tutto è stato rimandato alla fine di maggio allorché, ha assicurato Bales, verrà illustrato ai sindacati il budget '91. Ma l'uomo di Maxwell qualche idea ce l'ha: "Sono ipotesi che Bales ci ha sottoposto, ma che dovranno essere approvate dal consiglio di amministrazione", precisa Richeldi. "Si ipotizza un massiccio intervento sul marketing e la diversificazione del prodotto". Ma non è sufficiente: "Se si continua così, l'azienda andrà verso il tracollo", dice Lauro Setti, segretario provinciale della Cgil. "Il contrasto attuale ai vertici porta alla paralisi, nessuno più decide e in questo modo non ci verranno mai fornite le risposte che chiediamo". Grigie, dunque, le prospettive: "La situazione attuale non permette lo sviluppo di un'azienda, come la Panini, che è ancora solida e che ha grosse potenzialità", aggiunge Giuseppe Astolfi, da anni nel consiglio di fabbrica. E Uber Pelloni, delegato Cisl: "Basta con progetti a scadenza bisettimanale, bisogna guardare avanti". All'inizio di maggio Bales tira fuori un nome nuovo, Mario Di Gennaro, al quale affida la carica appena creata di assistente dell'amministratore per i progetti speciali. In azienda ci si chiede quali mai potranno essere questi progetti speciali. La risposta è attesa per il giorno 4 maggio: quel giorno infatti la direzione della Panini ha convocato i giornalisti per fare il punto sulla contrapposizione dirigenti-Bales e per presentare il piano di rilancio dell'azienda, "che entrerà in un'ottica internazionale comprendendo una diversificazione del prodotto, ma sempre mantenendo Modena come centro di propulsione-sviluppo", fanno sapere i portavoce ufficiali. Bales ha precisato inoltre che intende potenziare la politica delle risorse umane, coinvolgendo personale e dirigenti nell'individuazione delle strategie produttive da seguire. Nel corso dell'incontro si parlerà anche della celebrazione del trentennale della Panini, che si terrà il 25 maggio. L'ipotesi è quella di una festa dedicata ai bambini e aperta ai familiari dei dipendenti. Bales sembra sensibile anche al destino del Museo della Figurina, a favore del quale si era già espresso alla fine di marzo, quando aveva dichiarato di volerlo prestare al Comune di Modena dal momento che "ormai i tempi sono maturi perché il Museo possa essere apprezzato soprattutto per l'unicità delle collezioni e per il suo valore riconosciuto a livello internazionale". Intanto i dati di vendita relativi ai primi quattro mesi del '91 fanno registrare un sensibile aumento rispetto all'anno precedente; risultato, questo, che è però il frutto a lungo termine dei progetti attuati dalla passata gestione. Per il futuro i sindacati sono preoccupati: "Non sappiamo ancora che cosa andremo a produrre in settembre", dicono. I dipendenti della Panini, intanto, fanno la programmata ora di sciopero. La conferenza stampa del sabato 4 maggio è un autentico show. L'arma vincente per sconfiggere la concorrenza? Un "consulente" di sei anni in consiglio d'amministrazione, scelto naturalmente con oculatezza, che suggerisca e sovrintenda alla realizzazione di nuovi prodotti rispondenti alle esigenze dei giovanissimi. Il segreto per rilanciare l'azienda? Commissionare a Luciano Pavarotti una canzoncina che magari, chissà, potrebbe anche diventare il ritornello di uno spot pubblicitario. Forse proprio sulle tv di Berlusconi, con il quale "mai si è parlato di compravendita di azioni", puntualizza Bales "ma soltanto di scambio di spazi pubblicitari". Per ora il padrone rimane Robert Maxwell e al timone della barca resta lui, Bales. Ma i problemi strutturali, i nuovi organigrammi, gli investimenti promessi e mai attuati, per parlare dei quali è stata indetta la conferenza stampa? Bales è lapidario: "Per oggi vi basti quanto detto, al resto risponderà direttamente Maxwell durante la sua prossima visita in città". È iniziata tutto sommato bene: puntualissimi, si presentano all'appuntamento i consulenti reclutati da Bales per rivedere la struttura dirigenziale. È ormai sicuro che una grossa fetta del management se ne andrà, le lettere di dimissioni sono già pronte; al posto dei dirigenti "storici" andranno gli esperti in "rent manager", cioè "nell'affitto di personale per conto di aziende in difficoltà". Qualche decina di minuti più tardi, nella saletta riunioni irrompe Bales, stringe vigorosamente la mano ai presenti e, accendendosi un sigaro, si prepara all'arringa. A tradurre (Bales parla soltanto inglese) è Mario Di Gennaro. "Vogliamo evitare che si diffondano altre dicerie e falsità", esordisce Bales, licenziando la questione con due battute. "Sì, esistono difficoltà di rapporti con i dirigenti, però di poco conto, come un normale bisticcio tra moglie e marito". Ma - gli fanno notare i presenti - l'azienda è paralizzata, i piani di produzione non sono pronti, i sindacati sono preoccupati... "Per studiare soluzioni e strategie a volte occorrerebbe più tempo di quanto si vorrebbe", è l'ennesima non-risposta corredata da qualche dato: il 20 maggio verrà varato l'atteso aumento di capitale che salirà di 80 miliardi (da 50 a 130), 100.000 sono gli album pubblicati annualmente. Che cosa ne sarà, dunque, della Panini? "Ho in mente grandi cose, diversificheremo la produzione, apriremo ai bambini il consiglio d'amministrazione, rilanceremo l'immagine legandola a grossi nomi come Pavarotti o Elton John, destineremo quote di vendita al fondo mondiale Unicef, festeggeremo il trentennale dell'azienda con pubblicazioni speciali, prenderemo contatti con la Coca Cola, l'Agip, la Fiat". E, a riprova della sua determinazione, Bales estrae dalla tasca un fragrante panino al latte e lo spezza sul tavolo dicendo: "Utilizzeremo nuovi veicoli per avvicinare le figurine ai giovanissimi, infilandole dentro i panini, distribuendole insieme alla cioccolata". Lo sconcerto è generale. Il monologo si interrompe bruscamente con l'invito a lasciare la sala: "Non ho più niente da dire" e con un'accusa alla stampa: "Diffondete soltanto stupidaggini e falsità". Ma Bales non è ancora soddisfatto; si rivolge ad uno dei giornalisti presenti definendo "porcherie" quanto da lui scritto ed invitandolo ad andarsene e a non farsi più vedere "perché non gradito". L'episodio provoca la reazione dell'Associazione Stampa dell'Emilia-Romagna che, in una nota, prenderà le difese del giornalista. L'impressione è che stavolta Bales abbia proprio esagerato. Ancora non si sa che cosa e quanto la Panini andrà a produrre, non esistono progetti di ristrutturazione, soldi da Londra non se ne sono ancora visti. Anche ammettendo che si proceda con una diversificazione del prodotto, per entrare a regime occorreranno almeno due o tre anni: e intanto? Il bilancio si è chiuso in forte perdita al 31 marzo '91 con un grosso indebitamento verso la casa madre londinese e interessi passivi per 17-18 miliardi; la filiale americana registra perdite ingenti. E non è ancora stato rinnovato il contratto con l'Associazione calciatori, che scade il 30 giugno, per la pubblicazione delle figurine sulla stagione calcistica. Di fronte a tutto questo, Maxwell che fa? Assolutamente nulla. Riconferma la sua fiducia a Bales, ignorando completamente quanto sta accadendo. Così, alla guida di un'azienda da 440 dipendenti e 25 filiali estere, rimane un personaggio al quale ben pochi ormai danno credito. Si apre il "caso Panini". Il 6 maggio il sindaco di Modena, Alfonsina Rinaldi, insieme al presidente della Provincia e all'assessore provinciale alle attività economiche incontra i segretari provinciali dei tre sindacati confederali. Nel pomeriggio il consiglio comunale approva all'unanimità un ordine del giorno in cui "si ritiene urgente e non più procrastinabile una decisione da parte della proprietà, che conduca alla soluzione dei problemi aperti, attraverso la definizione della strategia dell'azienda sui mercati e le conseguenti scelte di ordine finanziario". Nel documento "si sollecita la proprietà ad assumere decisioni adeguate per ripristinare le condizioni di certezza ed efficacia decisionale e le garanzie minime di funzionamento e di ripresa di attività per una serena e proficua operatività dell'azienda": la Panini, con i suoi 440 dipendenti, è la terza azienda della zona, dopo la Fiat Geotech (che produce trattori) e la Ferrari di Maranello. Un riferimento va anche alla Confindustria modenese, che viene invitata "a svolgere ogni opportuna azione per il raggiungimento degli obiettivi indicati". I motivi della situazione creatasi sono quelli noti. Lo stesso documento viene discusso e votato il giorno dopo dal consiglio provinciale e, due giorni dopo, dal consiglio della Camera di Commercio, al quale viene sottoposto dal presidente Giuseppe Panini. Il 13 maggio rassegna le dimissioni un "capo storico" dell'azienda di Via Po: Arrigo Beltrami, cinquantenne direttore editoriale del gruppo, giornalista professionista, entrato in Panini nel 1969. Il gesto di Beltrami, in questo momento, suona come l'ennesimo atto di protesta nei confronti della proprietà. Qualche giorno prima (il 6 maggio) un altro manager, il responsabile del personale e delle pubbliche relazioni Maurizio Boschini, aveva ricevuto la lettera di licenziamento dall'azienda. Adesso, le dimissioni di Beltrami. E gli altri 10 dirigenti? Sembra che stiano aspettando i tempi "tecnici" per poter rassegnare le dimissioni in blocco. Intanto anche i colleghi che dirigono le filiali straniere continuano la loro battaglia contro Bales, lanciando appelli che Maxwell però non raccoglie. Il 17 maggio tutti i 10 manager italiani seguono Beltrami, dimettendosi compatti. Sono: Giorgio Bononcini, Angelo Depietri, Sandro Guerzoni, Francesco Ligabue, Antonio Lolli, Franco Mazzi, Roberto Morandi, Giorgio Palmili, Antonio Palmisano, Luca Venturelli. Ma Bales non si dà per vinto e si rivolge ad Osvaldo Gorini, responsabile della società modenese Cespim, collegata dell'agenzia "Rent a manager" ("Affitta un manager"). Gorini entra in Panini con uno stuolo di collaboratori. Sono manager con nessuna esperienza di figurine, ma per Bales sostituiscono benissimo i dirigenti dimissionari. La situazione, già grave, sta precipitando. Con una decisione resa nota soltanto il 21 maggio, Maxwell richiama a Londra Keith Bales e al suo posto nomina un amministratore delegato protempore al quale conferisce pieni poteri di gestione. Si tratta ancora di Osvaldo Gorini, modenese, 44 anni, che da anni si occupa di consulenza aziendale e che, dopo essere stato contattato da Bales qualche giorno prima, riceve adesso direttamente dall'editore inglese l'incarico di individuare una figura che possa ricoprire il ruolo di direttore generale dell'azienda. Gorini, che si avvale anche della collaborazione di esperti milanesi, rimarrà alla guida della Panini per quattro settimane. E Bales, che fine farà? Quel che è certo, è che alla Panini non si prevede un suo ritorno. Quattro mesi e otto giorni: tanto è durato il suo regno. Pare che Maxwell pensi di collocarlo all'interno del gruppo editoriale, nel tentativo di valorizzare al massimo le sue capacità creative, lasciando invece la delicata gestione dell'"impero delle figurine" ad operatori-esperti. "In futuro Bales avrà solo compiti nell'attività di marketing ed opererà solo da Londra", precisa l'editore in una lettera inviata a tutti i dipendenti della Panini. Smentite categoricamente le voci di vendita o smembramento, Maxwell si dice anche dispiaciuto per quanto è accaduto e si impegna ad essere a Modena di persona al più presto. Invia inoltre precise disposizioni alle consociate estere, perché ogni realtà produttiva venga rafforzata e consolidata. La mattina del 22 avviene un incontro fra la direzione della Panini, alcuni rappresentanti della Confindustria modenese e i sindacati; Gorini non nasconde le difficoltà nel dover affrontare contemporaneamente i problemi del riassetto del gruppo dirigente e quelli di gestione e programmazione dopo mesi di crisi e conflittualità. Promette che nell'arco di pochi giorni verrà predisposto il programma produttivo fino al termine dell'anno. Ma, sostanzialmente, si attende l'arrivo di Maxwell. Sembra che, lo stesso 22 maggio, Robert Maxwell cacci Bales dalla Panini davvero in malo modo, con una violenza verbale pari solo all'enorme fiducia che aveva riposto in lui fino ad allora, anche se Michael Petch, Jean Pierre Anselmini e Mark Tanzer, i tre uomini mandati a Modena uno dopo l'altro nel giro di un mese per controllare l'operato di Bales, gli avevano presentato resoconti negativi. Maxwell arriva all'aeroporto di Bologna alle 9.30 della mattina del 26 maggio e riparte la sera del giorno successivo. È la prima volta che mette piede nella sua casa editrice di figurine, rilevata nell'autunno dell'88 dai fratelli Panini. Finora aveva preferito lasciare che altri se ne occupassero, prima il figlio Kevin e poi, appunto, l'australiano Keith Bales. Le dimissioni in massa di tutti i dirigenti l'hanno "costretto" a venire di persona, per cercare di ricucire uno strappo drammatico, davvero senza precedenti. La società, decapitata dei propri manager, rischia di andare a rotoli, tanto più che dal 13 gennaio al 23 maggio, nei quattro mesi della gestione Bales, sono stati buttati al vento 2 miliardi di lire e le vendite stagnano. Maxwell arriva con dipinta in faccia la volontà di mettere le cose a posto il più in fretta possibile. Appena sceso dall'aereo, l'editore del Mirror chiede di essere portato in azienda. Alle 10.30 arriva su di una limousine nera al numero 380 di Via Emilio Po, nella modesta palazzina azzurra su due piani dove ha sede la Panini. Sui tetti sventolano bandiere di ogni nazionalità (le ha volute Bales) e sulla porta a vetri d'ingresso appare, pomposa, la scritta: "Panini Worldwide - Maxwell Communications Italy - "The European" (anche questa voluta da Bales, in linea con il progetto di Maxwell di portare in Italia, con sede a Modena, un'edizione del quotidiano europeo). Maxwell riunisce tutti i manager: "Rientrate, sono qui per ricucire". I manager chiedono garanzie e Maxwell le dà: assicura che entro il 12 giugno verrà varato l'atteso aumento di capitale sociale, che arriverà a quota 100 miliardi; stanzia immediatamente 2 miliardi di lire per l'acquisto di nuove macchine (un tagliatore in linea per la Divisione carta adesiva Adespan e una macchina per fustella e mezzo taglio Bobbst) e promette che ne verranno stanziati altri 8; assume personalmente la carica di presidente e amministratore delegato, nominando entro giugno - dopo il periodo Gorrini - un direttore generale, che con tutta probabilità sarà Alain Guerrini, responsabile della filiale France Image, benvoluto dai dirigenti italiani e da tutti considerato capace. Con Guerrini lavorerà un comitato direttivo composto da Sandro Guerzoni, direttore commerciale; Angelo Depietri, responsabile della direzione industriale; Antonio Lolli, responsabile della direzione logistica; Terry Humphries, rappresentante della Mcc. In più, lo stesso Maxwell. Pare anche che saranno ripescate e rilanciate, ma con una diversa dinamica gestionale, alcune delle proposte più interessanti avanzate da Bales, quale una linea di abbigliamento per bambini con il marchio Panini. Si risolve anche il problema degli interessi passivi, che gravitavano sulle passate operazioni di "leverage buy-out", e si predispongono progetti di sistemazione di alcune delle società collegate estere che non godono di buona salute. I 12 manager accettano il pacchetto proposto da Maxwell. Ritirano le dimissioni e vengono reintegrati. Nel pomeriggio arriva alla Panini un'altra automobile. È quella del sindaco Alfonsina Rinaldi. Maxwell garantisce al sindaco che la Panini non chiuderà e che la società non sarà venduta. Dice anche di voler fare altre acquisizioni in Italia nel campo della comunicazione. L'obiettivo è quello di fare della Panini il punto di partenza per approdare in un futuro prossimo sui mercati dell'Est europeo. Ribadisce le stesse rassicurazioni il giorno seguente: prima, alle 8.30, ai rappresentanti dei sindacati confederali di Modena, che avevano minacciato agitazioni; poi, alle 10.30, alle maestranze Panini riunite in sala mensa, che applaudono a scena aperta. Alle 12.15 c'è un secondo incontro con il sindaco. Ma questa volta è Maxwell che va dal primo cittadino, in Municipio. Così, con un aperitivo e qualche salatino, viene suggellata la fine della crisi. Ma non dei problemi dell'azienda modenese. Un compito molto difficile attende il còrso Alain Guerrini, residente a Nizza, in carica per sei mesi. "Se rimarrò di più, dipenderà dai risultati che avrò raggiunto e dalla politica di gruppo che verrà decisa da Maxwell", dichiara Guerrini. "Il mio è un compito delicato. Ci sono questioni molto urgenti da risolvere, ma spero di poterlo fare in modo rapido: conosco bene i problemi interni e conosco molto bene anche quelli esterni delle filiali. La prima cosa da fare è stabilire un programma editoriale internazionale. Bisogna recuperare le sinergie andate perdute con la divisione della società in "business units" e Maxwell si è impegnato a rivedere questo tipo di organizzazione. Quindi uno dei punti chiave della nostra strategia sarà ridimensionare l'autonomia delle filiali: il comitato direttivo sceglierà il 60% dei titoli delle raccolte e le filiali avranno un'autonomia del 30-40% per poter proporre titoli di particolare interesse per i loro Paesi". I guai della Panini gestione Maxwell, secondo Guerrini, sono cominciati dopo lo spostamento di Kevin Maxwell negli Stati Uniti alla MacMillan e dopo l'abbandono di Franco Panini. "Invece di rimanere indipendente, con cultura italiana ma con procedura inglese, il gruppo Panini è stato incanalato nell'organizzazione Maxwell. In particolare, nel 1989 la Panini è stata integrata nel gruppo Mcpc (Maxwell Consumers Publishing Corporation), che produce periodici per bambini in Gran Bretagna. Il responsabile della Mcpc, Brian Gilbert, si è trovato a dover gestire la Panini senza avere conoscenza del prodotto". Il piano di rilancio di Guerrini sarà attuato in quattro tempi: "Primo: verrà varato un nuovo organigramma; secondo: saranno studiate strategie che permettano di gestire meglio tutti i mercati; terzo: verranno ridotti i costi con un piano di investimenti; quarto: sarà lanciato un programma editoriale forte e aggressivo per calmierare la concorrenza. E poi cercheremo di entrare in nuovi mercati, come l'America del Sud e il Sud-Est asiatico". Per sostenere questo programma, annuncia Guerrini, in settembre si avranno importanti innovazioni tecnologiche. Probabilmente si tratta dell'acquisto, già programmato, di una roto-offset giapponese di marca Komori (una delle migliori al mondo, costo 4-5 miliardi) e di un nuovo scanner. Continua Guerrini: "Tre sono i nostri punti forti: il prodotto, la distribuzione e il prezzo. Siamo in grado di risalire la china. Sono molto ottimista. Davvero". I presupposti ci sono. Sempre però che Maxwell non cambi idea e non decida, come ha fatto pochi mesi prima quando sembravano concluse le trattative con la Schroeder, di vendere la società. I pretendenti non mancano: la stessa Schroeder, innanzitutto, che ha speso 400 milioni solo in ricerche sulla Panini. E poi, se non un gigante come la Fininvest (che, interpellata, "smentisce categoricamente" trattative in corso, come invece in passato era successo), case editrici piccole ma significative: la Fratelli Vallardi, ad esempio. La Akros, la finanziaria che la controlla, si è fatta avanti due mesi prima. Ma, per il momento, Maxwell ha ringraziato e gentilmente declinato l'offerta. "Dopo le pesanti ristrutturazioni organizzative apportate nel corso della gestione Maxwell e dopo l'uscita di tutti i componenti della famiglia Panini dall'azienda", spiega ancora Luca Ferri "nascono polemiche e rimpianti per la vecchia struttura organizzativa e i vecchi metodi tradizionali. Nel novembre 1991 esce anche il numero zero di un giornalino interno, "Panini News", che, come riportato in apertura, si sarebbe anche potuto intitolare, in puro dialetto modenese, "Sa ghè ed nov", cioè "Che cosa c'è di nuovo". Questo per sottolineare come l'importante, al di là dell'inglese o del dialetto modenese, sia che chi lavora dentro la Panini possa avere una voce. Anche nel campo dei prodotti ci sono delle novità, con la commercializzazione delle Panini Cards, per il momento soltanto per il mercato anglosassone ma da introdurre presto in tutta Europa. Questo tipo di figurina, che ha la particolarità di non essere raccolta in album, assomiglia più alle carte da gioco che non alle figurine tradizionali. Particolare cura viene riservata alla confezione, realizzata in polipropilene metallizzato. Il nuovo prodotto, che in realtà è a sua volta un ritorno alla tradizione storica della figurina e che è da intendersi come "nuovo" solo in relazione alla Panini, rappresenta per l'azienda un'opportunità di mercato tutta da seguire. Nel frattempo la Mcc affronta i noti numerosi problemi finanziari che investono indirettamente anche la Panini; seguono poi la parentesi della gestione Bales e le successive dimissioni in blocco di tutti i dirigenti. Il risultato finale è una nuova riorganizzazione, con un ritorno alla struttura funzionale". "Fu davvero un brutto periodo, quello che passammo sotto Bales", racconta uno dei 12 dirigenti. "Ma già negli ultimi anni la situazione era un po' cambiata e anche i fratelli Panini avevano cominciato a prendere strade diverse. Secondo me, si disunirono pure per l'opera disgregatrice che alcune persone condussero all'interno dell'azienda e che finì per accentuare alcune divergenze che magari invece si sarebbero potute appianare. Fu così anche tra di noi. C'erano "correnti" interne: uno faceva più riferimento a un altro, e poi si insinuava a questo che quello aveva detto... Da una parte si sottolineavano soprattutto i presunti errori, e dall'altra si faceva altrettanto. Anche questi atteggiamenti favorirono la disgregazione. Certo che con Bales si toccò proprio il fondo. Arrivò qua con una valigetta da 007: sapemmo poi in seguito che all'interno c'era incorporato un registratore. Ci riceveva nel suo ufficio e registrava tutto quello che dicevamo, cercando di metterci l'uno contro l'altro, di intimidirci, di ricattarci. Un giorno - nel frattempo avevamo scoperto la faccenda del registratore - un collega prese la valigetta e gliela buttò già dalla finestra della palazzina. Indiceva le riunioni e annunciava: "Ho delle idee luminose. Facciamo una raccolta di adesivi per i preservativi, con gli slogan: "Sei stato forte", "Facciamolo più spesso". Oppure: "Facciamo la raccolta di figurine del Kamasutra. Non vi piace l'idea?". I cocktails si sprecavano. Non ne potevamo più, così ci siamo ribellati. Fu una cosa strana e anche bella: credo che un'unità così, tra noi dipendenti, non ci sia mai stata, né prima né dopo, ma in quella circostanza... Eravamo tutti uniti, italiani ed esteri. Abbiamo cominciato a bombardare Londra di fax, là alla sede del Maxwell Group. All'epoca facemmo scalpore su tutta la stampa, locale ma anche nazionale. Tutti i giorni eravamo assediati dai giornalisti e noi giù con i fax, a valanga: a Maxwell e ai figli, dicendo che se non fossero venuti a togliercelo dai piedi noi avremmo incrociato le braccia e li avremmo lasciati in mezzo a una strada. Furono giorni infernali. A un certo punto riuscimmo a convincere Maxwell a mandarci qui almeno il suo vicepresidente Anselmini. Eravamo alla vigilia della Fiera del libro per ragazzi di Bologna, nell'aprile '91. Anselmini venne e rimase qui tre o quattro giorni, parlò a lungo con Bales, poi parlò con noi e si rese conto della situazione. Nel ripartire ci disse: "Domani, non appena rientrato a Londra, avrò un colloquio con Maxwell e gli chiederò di intervenire. Vi prego soltanto di pazientare ancora un po' e di tenere la cosa sotto controllo, soprattutto alla Fiera di Bologna dove siete presenti". Ed è quello che noi abbiamo cercato di fare. Ma... A Bologna Bales organizzò una cena per i nostri consueti ospiti-clienti, quelli che ci conoscevano e seguivano da anni e anni. Di solito si offriva una cena in un ristorante di buon livello, si stava un po' in compagnia e poi si andava a casa: niente di speciale. Lui prese in affitto Villa Cicogna, una delle dimore più lussuose, luogo ideale per i ricevimenti più raffinati: spese 120 milioni. In una sala organizzò un recital di un famosissimo soprano insieme con un tenore americano, un basso russo, l'orchestra... Ci intrattennero per due ore, poi andammo a cena in un altro salone, dove fummo serviti dai camerieri in livrea. Finita la cena, da una scalinata fece scendere i sosia di Reagan, della regina Elisabetta e di Papa Wojtila. E, per finire, quaranta minuti di fuochi artificiali che fecero quasi saltare per aria l'intera città di Bologna... Quando ebbe sentore che la relazione a Londra nei suoi confronti sarebbe stata negativa, cercò di minacciarci in tutti i modi. Molti colleghi lo mandavano direttamente al diavolo, e lui allora gridava: "No, vieni qui, dove vai? Stai seduto, io pago". E quelli se ne andavano alzando le spalle. Dopo venti giorni capimmo che a Londra avevano discusso della cosa ma che Maxwell non aveva ancora deciso niente, anche perché due dei suoi figli sembra che sostenessero Bales. Questo ci fece temere che in realtà sarebbe stato impossibile allontanarlo. Nel frattempo lui aveva anche indetto una conferenza stampa per dire peste e corna di noi e per negare che gli esteri fossero con noi, mentre invece gli esteri si tenevano costantemente in contatto con noi chiedendoci ogni giorno: "Diteci quello che volete fare che lo facciamo anche noi, perché non ne possiamo più". Fummo combattuti se tener botta ancora dieci o quindici giorni, poi...". Poi successe che il direttore editoriale Arrigo Beltrami, il 14 maggio, diede le dimissioni, dopo che - il 6 maggio - il responsabile del personale e delle pubbliche relazioni, Maurizio Boschini, che era anche il dirigente più giovane, era stato licenziato da Bales con il chiaro intento di intimidire tutti gli altri. Bales rifiutò le dimissioni di Beltrami, che allora gliele spedì per posta. I restanti 10 dirigenti si riunirono nel bar, fecero colazione insieme, poi andarono a depositare le dimissioni in massa, invocando la "giusta causa addebitabile all'azienda e con effetto immediato"... Nel giro di una settimana si concretizzò quello che era nell'aria da qualche mese: la Panini restò completamente priva dello staff dirigenziale. "Telefonammo per comunicare agli esteri la nostra decisione. Loro inviarono subito due fax, uno a Londra e uno qui a Modena, intimando: "Abbiamo saputo che i nostri colleghi italiani si sono dimessi in blocco. Se non rientrano subito, ci dimettiamo anche noi". Fu a questo punto che mister Maxwell, che stava volando per motivi suoi da Londra a Mosca a New York, interruppe il proprio viaggio e atterrò a Bologna con l'aereo personale e una scorta di almeno venti uomini. Si fece portare qui a Modena con una limousine di quindici metri e ci convocò tutti. Noi però respingemmo la convocazione, dicendo: "Siamo dimissionari e quindi non siamo più agli ordini. Se vuole, possiamo valutare un invito. Però potrà essere accettato soltanto a patto che venga immediatamente ritirato il licenziamento del nostro collega". Maxwell accettò, così tutti insieme ci presentammo all'incontro, spiegando quali erano le nostre condizioni per rientrare: 1. Bales in Alaska, se non più lontano; 2. dieci miliardi subito di investimenti; 3. i soldi che sono in cassa a Modena devono restare a Modena e non volare a Londra; 4. pagamento delle spese legali sostenute da noi dirigenti in questo contenzioso con l'azienda. Indicammo inoltre, con voto maggioritario, il nostro direttore della filiale francese, Alain Guerrini, come successore di Bales. Scegliemmo lui perché aveva la nostra fiducia e anche perché volevamo un esterno, al di sopra delle nostre divergenze interne". E Maxwell rispose: "Yes". 18. Dal salvataggio De Agostini alla Marvel Comics Alle prime ore della mattina del 5 novembre 1991, o forse anche durante la notte, Robert Maxwell - uno dei magnati dell'editoria mondiale, proprietario della Panini International - annega al largo dell'isola di Tenerife. Il suo corpo viene ritrovato, quattordici ore dopo la scomparsa, dagli uomini del "Lady Ghislaine", lo yacht sul quale egli stava trascorrendo una breve vacanza. Alla Panini è subito allarme, ad appena poche settimane dal tanto sospirato aumento di capitale di 80 miliardi. Tutte le quotazioni dei titoli delle due società che fanno capo a Maxwell, la Mcc (Maxwell Communication Corporation) e la Mirror Group Newspaper, vengono infatti immediatamente bloccate. La scomparsa dell'editore inglese è destinata ad avere ripercussioni enormi nel mondo della finanza e dell'economia mondiale. È una ridda di voci; c'è subito chi insinua che, dietro la vicenda, si celi una colossale messa in scena per "liberarlo" da una situazione finanziaria diventata negli ultimi anni piuttosto ingombrante. Si parla di un indebitamento di 1 miliardo e 350 milioni di sterline, pari a due miliardi di dollari, dovuto a operazioni sbagliate che egli aveva cercato di arginare vendendo per 400 milioni di sterline la sua società-gioiello, la Pergamon Press. Eroe militare, brillante parlamentare laburista, Robert Maxwell si chiamava in realtà Jan Ludvik Hoch; era nato nel giugno del 1923 in Cecoslovacchia da padre ebreo. La madre morì nel campo di concentramento di Auschwitz mentre il padre, catturato dai nazisti, scomparve nel nulla. Fuggito a Londra, Maxwell prese parte attiva, nell'esercito inglese, alla seconda guerra mondiale, partecipando allo sbarco in Normandia e guadagnando, oltre ad una decorazione, la nazionalità britannica. Terminata la guerra iniziò la sua attività di editore e, dopo un lungo impegno parlamentare nelle file dei laburisti, nel 1984 attuò il colpo grosso della sua carriera rilevando la casa editrice Mirror che pubblica, oltre al popolarissimo "Daily Mirror", una serie di testate a larghissima diffusione. Maxwell di recente era diventato bersaglio di accese polemiche nel mondo finanziario. Un programma dell'emittente televisiva Bbc l'aveva accusato di aver accumulato debiti ingentissimi e di aver diffuso informazioni distorte a proprio vantaggio per far alzare il prezzo delle azioni. Nel corso del programma era stato citato il caso della Panini, della quale Maxwell avrebbe annunciato agli azionisti l'acquisto, con relativo prezzo, quando ancora le trattative non erano state concluse né la cifra concordata. Nello stesso periodo anche il "Daily Mirror", testata di punta delle società, si era trovato al centro di uno scandalo dopo la pubblicazione del libro del giornalista statunitense Seymour Hersch, che accusava l'editore e il capo del servizio esteri del Mirror, poi licenziato, di collaborazione con i servizi segreti israeliani. Per quanto riguarda le due società, come primi provvedimenti dopo la morte di Maxwell vengono adottate le nomine dei suoi due figli alle presidenze: Kevin alla Maxwell Communication Corporation, che comprende anche la Panini International, e Ian al Mirror Group. "Capace e coraggioso": così era apparso Maxwell ai fratelli Panini quando avevano deciso di vendergli la loro azienda. "Era molto abile, in grado di giocare bene in tutte le situazioni, sia nell'accattivarsi le simpatie degli interlocutori sia nel tirar fuori una grinta insospettata", commenta Franco alla notizia della sua scomparsa. Un ricordo di Robert Maxwell anche nelle parole di Alfredo Roma, ex-direttore generale ed ex-amministratore delegato della Panini: "Ci siamo lasciati amichevolmente. Con lui ho trattato la cessione della Panini trovando sempre un uomo disponibile e, nei miei confronti, generoso e amico. Tutt'al più qualche problema può esserci stato con i suoi manager ma non con lui, estroverso e originale. Io stesso, a bordo del panfilo da cui poi è caduto, in altre occasioni l'ho visto tuffarsi in mare dopo aver mangiato". A Modena la paura è tanta: l'azienda è in attivo e ha già dei pretendenti. Non è detto che i banchieri non decidano di venderla per realizzare un po' di liquidità. È un vero peccato, per la Panini; appena nel mese di ottobre, infatti, erano state azzerate le perdite riducendo il capitale sociale a 22 miliardi e 543 milioni e, contestualmente, era stato varato un aumento di 80 miliardi portando così il capitale sociale a 102 miliardi e 543 milioni. Le perdite di esercizio registrate a bilancio, ammontanti a 22 miliardi, non devono trarre in inganno, dato che erano state originate principalmente da un accantonamento fatto per ripianare le perdite di due società estere controllate e, soprattutto (circa 18 miliardi), per gli interessi sul finanziamento alla capogruppo inglese. Ma la situazione della Panini era, di per sé, complessivamente positiva. Dal bilancio approvato a fine settembre e relativo al periodo 29 dicembre '89-31 marzo '91 (il bilancio su quindici mesi era stato autorizzato in via eccezionale dal Tribunale per fare coincidere l'esercizio con quello della capogruppo inglese, chiuso sempre al 31 marzo), risulta che il fatturato netto, non consolidato, è stato di 137 miliardi, l'utile lordo industriale di 46 miliardi, l'utile operativo di 4 miliardi e 700 milioni; l'utile lordo sul fatturato è del 33,5%, l'utile operativo più gli ammortamenti di 22 miliardi e 671 milioni. Dall'1 marzo '91, inoltre, non decorrono interessi per buona parte del finanziamento concesso a suo tempo alla Maxwell Corporation Italy. L'aumento di capitale, quindi, consentirebbe a breve di riequilibrare i conti dell'azienda (che ha in previsione di chiudere a marzo '92 con un fatturato netto consolidato di circa 160 miliardi), garantendole di nuovo un immediato futuro finanziario e patrimoniale stabile e sereno. Sono in atto anche iniziative editoriali di tutto rispetto, come quella della collezione naturalistica "Sorella Acqua". Prevede un abbinamento con il mensile "Airone Junior", per appoggiare l'istituzione di un museo ecologico ad Assisi dedicato a San Francesco. Ma ecco adesso la morte di Maxwell, che non solo rimette tutto in discussione ma prospetta soluzioni preoccupanti tra cui, naturalmente, innanzitutto la cessione dell'azienda o, come minimo, la revisione delle strategie e dell'assetto aziendali. Il sindaco di Modena Alfonsina Rinaldi - a nome suo, della giunta e del consiglio comunale - esprime il proprio cordoglio per la morte dell'editore inglese, trasmettendolo anche a dirigenti e maestranze dell'azienda modenese e promettendo che "seguirà con attenzione, assieme alla giunta, ai capi-gruppo consiliari e alle organizzazioni sindacali, la prosecuzione dell'attività della Panini". Nel frattempo viene accreditata l'ipotesi del decesso naturale di Maxwell per arresto cardiaco. Ma le illazioni continuano, anche perché sembra che il buco dell'impero sarebbe da stimarsi almeno intorno ai 2.400 miliardi. Circola la notizia che la Maxwell Corporation Group starebbe per essere dichiarata insolvente e assoggettata a norme simili a quelle della nostra amministrazione controllata. Per quello che riguarda la situazione modenese Giuseppe Panini, intervistato, dichiara che "a chi lavora oggi in Panini direi di stare tranquillo. L'azienda ha tutte le carte in regola per stare, e alla grande, sul mercato italiano ed estero. Anche l'ipotesi di una nuova cessione non credo vada demonizzata: l'importante è che la Panini resti a Modena e, soprattutto, che venga gestita bene". Kevin Maxwell, 32 anni, assume i pieni poteri della Panini e della Maxwell Communication Italia il giorno dopo la morte del padre, cioè il 7 novembre 1991. Il consiglio di amministrazione convocato dal consigliere delegato Alain Guerrini lo annuncia con un comunicato estremamente laconico che blocca sul nascere qualsiasi tipo di domanda. Ma la morte del magnate inglese si tinge sempre più di giallo con la riapertura, qualche giorno dopo, dell'inchiesta sulle cause. Alcune dichiarazioni accreditano l'ipotesi di un avvelenamento con una sostanza che riproduce, agli effetti necroscopici, le stesse conseguenze dell'attacco cardiaco, ma "non abbiamo niente da dire" è l'inevitabile commento che proviene dalla palazzina di Via Emilio Po. Alla Panini si manifesta piuttosto una certa stanchezza relativamente alle voci ricorrenti di una presunta e imminente cessione: si parla addirittura di un possibile ritorno dei Panini, mentre il settimanale "Il Mondo" ipotizza l'interessamento di due società straniere, la danese Guttemberg Hus e l'americana Pro-Set. Ma, da Via Emilio Po, solo secche e seccate smentite. Anzi (mentre all'interno si lavora freneticamente per portare a termine alcuni progetti importanti di fine anno, tra cui la realizzazione dell'album relativo al film di Natale della Walt Disney, "Bianca e Bernie 2"), si ribadisce che la volontà della proprietà è quella, già più volte espressa, di un rilancio e di un consolidamento dell'azienda grazie anche alla futura, costante presenza - che viene più volte sottolineata - dello stesso Kevin Maxwell a Modena. Ma non sarà così: si arriva appena alla fine di novembre e già i due fratelli Maxwell danno le dimissioni dalle rispettive presidenze e incarichi all'interno delle società. Per la Panini è un duro colpo: mentre si riconferma - per il momento - la presidenza a Kevin, si resta in attesa delle decisioni delle banche creditrici che, secondo alcuni, sarebbero interessate ad accelerare la crisi del gruppo inglese per rientrare degli ingentissimi crediti vantati. Lo stesso Kevin avrebbe affermato che, all'interno della Maxwell, non ci sono "vacche sacre", con chiaro riferimento anche alla Panini, unica propaggine italiana dell'impero - o ex-impero - fondato da Robert Maxwell. Si rincorrono di nuovo le voci di possibili acquirenti. Oltre ai due gruppi citati prima, sarebbero interessati altri cinque, di cui due facenti capo l'uno a Franco e l'altro a Giuseppe Panini (ma entrambi smentiscono decisamente); gli altri tre sarebbero Gardini, Schimberni e la banca inglese Schroeder. Intanto la Panini precisa che il consiglio della Mcc ha presentato istanza a New York in base al capitolo 11 del Codice degli Stati Uniti sui fallimenti, quello cioè relativo all'amministrazione controllata, ma che tale istanza non comprende alcuna società filiale della Mcc nel mondo: il che significa che la Panini non ne è interessata direttamente ("l'istanza secondo il capitolo 11 serve per ottenere il tempo e la protezione necessari a sviluppare e mettere in pratica una riorganizzazione della struttura finanziaria; in pratica, questa linea di condotta darà una possibilità di attuare una ricostruzione ordinata dei debiti nel migliore interesse di tutti i creditori", recita il comunicato diramato dalla stessa Mcc). Mentre la situazione resta ingarbugliata, alla Panini si va avanti come sempre. A reggere in concreto le sorti dell'azienda è sempre lo stesso management, che ormai è forse il caso di definire "eroico". Il 13 dicembre viene ufficialmente chiusa l'inchiesta sulla morte di Maxwell che stabilisce una volta per tutte che l'editore, con ogni probabilità, è morto per attacco cardiaco e, come causa concomitante, per annegamento. E mentre a Londra giornalisti e impiegati si dichiarano pronti ad acquistare il "Daily Mirror" per gestirlo, qualcuno sostiene che anche a Modena, all'interno della Panini, alcuni manager non sarebbero dispiaciuti di rilevare l'azienda. Il pericolo più grosso che corre l'azienda è, al momento, quello della "svendita" che, rispetto al prezzo pagato tre anni prima per acquistarla, comporterebbe una perdita di alcune decine di miliardi. È quello che gli uomini della Mci (Maxwell Communications Italia) stanno cercando di evitare, anche perché svendere la Panini significherebbe portare al tracollo la stessa Mci. La Mcc londinese comunica intanto di avere instaurato rapporti costruttivi con le banche creditrici e di aver nominato la Price Waterhouse come società di revisione e la Banca Lazards come nuovo consulente finanziario della società; a metà gennaio viene intanto silurato, dal nuovo consiglio di amministrazione della Panini, David Hilton, ultimo esponente dell'era Maxwell, l'uomo che aveva guidato l'azienda dal dicembre precedente. Al suo posto dovrebbe tornare Alain Guerrini, nel doppio ruolo di presidente e amministratore delegato. In ogni caso, il tutto sembra orchestrato in vista di una probabile e imminente vendita della Panini. Qualche voce dal mondo politico modenese, frattanto, si leva a invocare il ritorno alla guida dell'azienda di Giuseppe Panini. Con una lettera aperta, l'onorevole socialista Paolo Cristoni lo esorta a ritornare al posto che fu suo: "Caro Giuseppe, la notizia sempre più certa della caduta rovinosa del gruppo editoriale Maxwell impone ai modenesi la domanda su che cosa sarà delle Edizioni Panini. Sono certo che tu stesso non puoi non soffrire, da modenese autentico, del crollo di ciò che è stato il frutto del sacrificio, dell'intelligenza, dell'arguzia e, perché no?, delle intuizioni giuste e meno giuste tue e della tua famiglia. Sono oltremodo convinto - chiedendoti di uscire dal silenzio, di renderti disponibile, facendolo sapere, a ritornare al timone della barca alla deriva - di farti una lusinga ma anche di trovarti con la carica giusta di chi ha avuto il tempo di riflettere, verificare e capire chi sono gli amici, chi le brave persone e chi i grandi ruffiani che marciano sempre a fianco dei potenti salvo tradirli al momento opportuno. (...) C'è un'impresa che è da far tornare efficiente magari cacciando gli Ascari che dietro il nome, agevolati dalla rozza gestione del nuovo padrone, hanno aiutato a far andare la barca alla deriva. Per l'avvenimento industriale il tuo nome, la tua capacità secondo me bastano e avanzano alle banche. Se non bastassero, ci si può trovare a tutti i livelli al fine di permettere le condizioni di impresa. Credo che il mondo politico e sindacale modenese, di fronte ai grandi avvenimenti, abbia sempre trovato la via maestra per l'unità e che, anche in questo caso, saprebbe fare la stessa cosa. Mi auguro che altri ti spingano a tornare al comando (...)". Così scrive Cristoni l'8 dicembre 1991. E mentre i sindacati di categoria e le segreterie provinciali di Cgil, Cisl e Uil indicono una riunione per il giorno 10 per decidere se e quali iniziative attuare in questa fase, Giuseppe Panini si prepara ad abbandonare la sua carica di presidente della Camera di Commercio modenese, che ha tenuto per sette anni. Lo farà il 22 febbraio 1992. Gli subentrerà Alberto Camellini, presidente dell'Assopiastrelle, di area democristiana (come a dire: dopo le figurine, le piastrelle). Ufficialmente risulta che Giuseppe Panini non abbia voluto accettare un eventuale rinnovo per le precarie condizioni di salute, ma in realtà sembra che non sia andata affatto così. Non serve più, Giuseppe Panini, adesso che non è più proprietario di nulla; la sua epoca si sta chiudendo alle sue spalle, irrimediabilmente. I socialisti però lo vogliono, perché si candidi nel collegio senatoriale di Modena. Prenderebbe il posto, come indipendente, dell'assessore allo sport indicato in un primo tempo dal partito, dopo la rinuncia alla candidatura del vicesindaco in carica. La notizia è di tre giorni dopo l'addio di Giuseppe Panini alla Camera di Commercio. A corteggiarlo sarebbe sceso in campo lo stesso deputato Paolo Cristoni, capolista per la Camera, proprio l'estensore della lettera di poc'anzi. E a dargli una mano per convincere Giuseppe ci sarebbe anche il fondatore della comunità "L'Angolo", don Giancarlo Suffritti, legato a lui da una lunga amicizia. La sua opera di solidarietà a favore degli emarginati, soprattutto tossicodipendenti, nel corso degli anni è stata sempre sostenuta economicamente da Giuseppe, che gli ha anche fornito come sede una propria villa, bellissima, nei dintorni della città. Giuseppe Panini prende tempo: "Sono lusingato, ma voglio ponderare bene la situazione, facendo i conti con la salute e con l'età". Una candidatura di prestigio, la sua, definita "ideale per la città"; si accompagna a quella di altri nomi locali di indubbio spicco: "Abbiamo contattato personaggi di primo piano della nostra città e della provincia", conferma Sergio Nigro, capogruppo Psi in consiglio regionale (tra gli altri, anche il tenore Luciano Pavarotti e il presidente della ceramica Floor Gres di Fiorano, una delle maggiori aziende del settore, che ha tra gli azionisti pure la famiglia reale di Thailandia). E alla fine Giuseppe Panini, "personaggio di caratura e peso, senza dubbio adattissimo a un simile incarico" (come dirà un altro esponente socialista), sceglie il garofano per un seggio al Senato. "Questa positiva disponibilità", si legge in una nota della federazione modenese "conferma la bontà del programma elettorale socialista e la forte determinazione a scegliere candidati di grande prestigio fermamente intenzionati a rappresentare in Parlamento la Modena che lavora e che produce, la Modena che intende operare per un suo forte rilancio non cedendo ad alcuna rassegnazione di declino". Il segretario nazionale del Psi, Bettino Craxi, viene di persona a Modena a inaugurare la campagna elettorale; anche una parte del Psdi modenese invita apertamente a votare per Panini, intravedendo nella sua eventuale nomina la possibilità di realizzare un "unico partito socialista", come sarebbe stato nelle intenzioni di Saragat. Il riferimento all'unità socialista di stampo saragattiano è del segretario del Psdi modenese, Danilo De Masi, che viene di fatto sconfessato dalla direzione nazionale proprio per le sue troppo accese simpatie per i socialisti. "Apprendo con vivo compiacimento la notizia della tua candidatura al Senato", scrive De Masi a Giuseppe "una candidatura che fa onore alla città e a quell'area socialista alla quale tu non approdi di certo oggi ma - come tu stesso mi hai più volte appassionatamente ricordato - nel 1947, quando affiggevi in bacheca il giornale di Saragat". Visto che tanti parlano di lui, illustrando il suo stesso pensiero, Giuseppe Panini capisce che è ora che lui stesso "confessi" pubblicamente il perché della sua decisione politica. La conferenza stampa con la quale presenta il proprio programma elettorale ha luogo il 29 febbraio. Parla per un'ora e mezza, a modo suo: non da politico ("È il mio esordio in politica, chiedo comprensione. Non userò quelle parole che siete abituati a sentire") ma da imprenditore (i temi che tocca sono: la piccola e la media industria, la scuola e il mondo del lavoro, le lauree brevi, i trasporti, il turismo). Progetti politici precisi e concreti, fatti "con gli stessi metodi che ho sempre usato nella vita. Prima di tutto, puntare subito al nocciolo della questione". Schietto, anche nei momenti che potrebbero essere più imbarazzanti: "Se ho mai votato socialista? Due volte, nell'immediato dopoguerra, prima del patto coi comunisti. Poi, da allora, mai più. A chi chiedeva informazioni sulle mie idee, rispondevo che ero stato socialista quando il socialismo era una cosa seria". Allora, mezzo secolo dopo, è tornato al suo primo amore, fa notare qualcuno. "Ma i tempi sono cambiati, e di molto", replica Giuseppe. "Ho accettato soprattutto per la completa indipendenza che mi è stata garantita. Ho pensato: è giusto portare il mio bagaglio di esperienze dove può essere utile. Spesso brontoliamo, ci lamentiamo senza avere il coraggio di assumere responsabilità. Ma non è stata comunque una scelta facile: ho 67 anni, subito dopo aver lasciato la Camera di Commercio mi ero fatto un bel programmino da pensionato. I miei impegni, i miei hobby...". Ma perché, lei che si definisce un "indipendente cattolico", è finito in un partito laico?, gli chiede un altro. "Perché la Democrazia cristiana non mi ha chiesto di candidarmi e poi non credo che mi sarebbe stata concessa la libertà di pensiero e di azione offertami dai socialisti". Ma Giuseppe Panini non sarà eletto e quel seggio rimarrà un sogno, ancora più infantile delle figurine dello "zio Giuseppe". "Fu la sua fortuna", racconta l'editore Piero Guerzoni, suo amico d'infanzia e anche lui esponente socialista modenese di risalto (tra il 1970 e il 1980, sempre per il Psi, è stato consigliere comunale, assessore all'urbanistica e vicesindaco). "Io glielo dissi più volte. E poi erano anni che non c'erano posti come senatore del Psi. Era stato il partito a proporglielo e lui, stranamente, accettò pur non essendo del tutto favorevole al Psi. Per esempio, lui - contrariamente ai socialisti - non era né per il divorzio né per l'aborto e mi rammento che a questo proposito avemmo molte discussioni. Giuseppe più che altro era un tipo di indipendente, di ispirazione cattolica; sperava che il suo nome, con il ricordo delle figurine e della pallavolo, portasse dei voti che normalmente non sarebbero mai arrivati. Ma in realtà non fu così anche perché, diciamocelo bene, ormai non era più presidente della Panini, non aveva più la pallavolo; era forse già iniziato un po' il declino, almeno sul piano della rappresentatività pubblica. Credo che fosse rimasto deluso però, ripeto, secondo me fu la sua fortuna, e poi le sue condizioni di salute non erano ideali, si sarebbe logorato". Mentre Giuseppe si dà, o cerca di darsi, alla politica, alla Panini si attende lo sviluppo degli eventi. La situazione, dopo il ritiro della Schroeder, all'inizio del mese di giugno 1992 è la seguente: rimangono in lizza l'americana Upper Deck, Patricia Kluge (stella nascente del business delle figurine, ex-moglie di John Kluge, uno degli uomini più ricchi d'America) e l'italiana De Agostini, che potrebbero comprarla a metà del prezzo che era costata a Maxwell. Pochi giorni dopo, l'annuncio ufficiale che la Price Waterhouse - dopo aver concluso il vaglio delle proposte - ha individuato una cordata formata da otto "sorelle". Si tratta di un pool italiano che ha come capofila la Bain Gallo Cuneo Capital Investment, una società specializzata in acquisizioni che opera anche per conto del fondo di investimenti americano Bain Capital. I motivi della scelta effettuata dalla Price Waterhouse dipendono dalle garanzie di solidità finanziaria e manageriale offerte dagli acquirenti tra i quali entra pure, anche se solo con una quota di minoranza, l'italiana De Agostini (oltre 1.000 miliardi di fatturato nell'anno in corso). Quanto appetibile sia ancora la Panini lo conferma lo stesso Filippo Cuneo, consigliere della Bain: "È un'azienda che ha ancora notevoli possibilità, nonostante le incrinature causate da un non qualificata gestione inglese. Stiamo ora valutando ogni aspetto e saremo obiettivi". La Panini infatti, nonostante la sua ancora recentissima gloria passata, non vanta al momento dati confortanti di bilancio: se nell'86 registrava 190 miliardi di fatturato con un utile di 40 miliardi, ora - con un fatturato inferiore - si registrano perdite per oltre 20 miliardi. Per fissare il prezzo di vendita bisognerà inoltre attendere la valutazione delle partite intragruppo (quello della Panini verso la Mcc è di 40 miliardi). Sarà la Bain, una volta formalizzata la transazione, a occuparsi direttamente della gestione, smentendo ogni coinvolgimento diretto della De Agostini, anche se tale possibilità non viene esclusa a priori. In contemporanea con le trattative per la cessione avviene la cerimonia della donazione del Museo della Figurina al Comune di Modena. È il 17 giugno; il Museo passa dalle mani di Giuseppe - che ne sarà il coordinatore - a quelle del sindaco Pier Camillo Beccaria, alla presenza di Alain Guerrini, presidente e amministratore delegato dell'azienda (dato che la donazione viene fatta congiuntamente da Giuseppe Panini e dalla Panini), dell'assessore alla cultura e della Soprintendente ai beni artistici e culturali di Modena e Reggio Emilia. Per qualche tempo troverà posto in un appartamento del Direzionale Modena 2 di proprietà dello stesso Panini, in attesa che il Comune lo trasferisca in una sede idonea e prestigiosa (ma sono passati ormai otto anni e il Museo è sempre lì, dove fu collocato provvisoriamente quel giorno). Le figurine di questo Museo unico al mondo ("Soltanto Parigi, Berlino Est, Malta e Londra possiedono qualcosa di analogo", ricorda Giuseppe "ma si tratta sempre di raccolte meno complete di questa") sono ben più di 500.000 circa e comprendono tutte le grandi raccolte, dalle Liebig alle Suchard, dalle Perugina alle Bon Marché, dalle Talmone alle Player's. Mancano, come si può notare, le Panini: il Museo infatti raccoglie soltanto figurine "storiche", d'epoca, non quelle industriali come - appunto - le stesse Panini. Come un fulmine a ciel quasi sereno, due giorni dopo giunge la notizia dell'arresto dei figli di Maxwell per trasferimento illegale di fondi. Da fonti sicure arriva anche la notizia di un prelevamento di fondi da parte di Maxwell da alcune filiali europee della Panini; pare che nel gennaio 1991 siano stati portati via dalle casse delle filiali francese, olandese e tedesca una quindicina di miliardi. Ma il motivo dell'arresto dei figli di Maxwell è legato a un "prelevamento" di ben altra natura: Kevin e Ian sono infatti accusati dal Serious Fraud Office, nell'ambito delle indagini sul fallimento dell'impero paterno, di aver sottratto 425 milioni di sterline dal fondo pensioni dei dipendenti del gruppo Mirror. La faccenda non avrà ripercussioni dirette sulla Panini, ma è ovvio che all'azienda modenese non se ne può più di una simile situazione. Brutte novità, intanto, anche sul fronte dell'acquisizione - per 60 miliardi - che appariva ormai scontata e imminente: sembra infatti che la Bain Capital, dopo aver messo mano alla documentazione relativa all'azienda, abbia riscontrato una situazione economica e di mercato non esattamente brillante. Spiega uno dei responsabili della potenziale compratrice: "In Italia la Panini è ancora un marchio affermato, ma all'estero ci sono parecchi problemi. In Gran Bretagna è praticamente scomparsa, negli Stati Uniti ha chiuso i battenti, mentre in Spagna, Francia e Germania le condizioni sono ancora buone. Insomma, per noi è stata come una doccia scozzese: a un elemento favorevole se ne affianca uno negativo". Vale la pena, per la Bain Capital, spendere quegli ipotizzati 60 miliardi per la Panini? "Non possiamo pensare di rilevarla per 60 per poi spenderne magari altrettanti per rimetterla in sesto". Anche perché pare, sempre da fonti societarie, "che i bilanci effettivi si discostino un po', e non certo positivamente, dai dati presentati a suo tempo dalla Price Waterhouse ai potenziali acquirenti". In ogni caso, è indubbio che "l'azienda ha ancora molte potenzialità e che alcune brutte situazioni possono essere recuperate". In caso di rinuncia della Bain, entrerebbe in scena la seconda in lista, l'americana Upper Deck (con un'offerta di 43 miliardi). E pure Franco Panini, che confessa anche "ragioni di attaccamento sentimentale". Farebbe un'offerta secca di 35 miliardi, in contanti e a scatola chiusa. In realtà l'offerta era già stata presentata il mese precedente ed era scaduta. Ora sarebbe intenzionato a ripresentarla: stavolta non più a scatola chiusa, però, visto che adesso sono a disposizione i dati definitivi del bilancio '91. Anche Franco Panini, quindi, al di là dell'attaccamento sentimentale vorrebbe avere la certezza di non rimetterci o, per lo meno, di non rimetterci troppo. In azienda si cerca di proseguire pur in questa situazione quotidianamente traballante. Alla fine di giugno si conclude la cassa integrazione a rotazione iniziata l'8 maggio, d'accordo con i sindacati; si effettuano 20 prepensionamenti, concessi dal Cipe; si organizza un corso di riqualificazione come attrezzista meccanico per 8 donne del reparto confezione. Poi, tutti in vacanza e arrivederci a settembre, salvo sorprese dell'ultimo minuto. E intanto se ne va anche la pallavolo. La squadra che Giuseppe ha tanto amato, e costruito in vent'anni ininterrotti, è in vendita per 5 miliardi; se non arriverà un acquirente, la stagione '92-'93 sarà l'ultima e, con essa, sarà la fine anche della pallavolo modenese, sinonimo - per tanti anni - di pallavolo mondiale. "È finito il tempo dei poeti dello sport", dichiara commosso Giuseppe, con implicita allusione all'ingresso nel mondo della pallavolo delle grandi potenze economiche nazionali, che sono andate a stravolgere equilibri societari, compagini atletiche e valori ideali. Anche questa volta le istituzioni modenesi latitano, a parte un debole richiamo isolato di un assessore a una, sembra di capire più personale che ufficiale, disponibilità a far da tramite con eventuali sponsor. Quello della messa in vendita della propria squadra è un altro, l'ennesimo duro colpo per Giuseppe, dopo la Camera di Commercio, la politica, il Museo della Figurina e, naturalmente, la cessione dell'azienda, che era stata sì da lui stesso voluta ma per la quale aveva immaginato una sorte ben diversa. Tuttavia la storia va avanti, con o senza Giuseppe. Questione di giorni - si attende il "placet" definitivo della competente Corte di New York - e la Panini Figurine cambierà pagina con l'acquisto da parte del gruppo Bain Gallo Cuneo Capital Investements, formato da un gruppo di otto principali investitori italiani e stranieri: il gruppo editoriale De Agostini di Novara (20% azionario), la Pacchetti società immobiliare-industriale romana (30%), la Cofilp banca d'affari della Popolare di Novara (15%), un istituto di credito svizzero e un altro con sede nelle Bahamas, la Fimi del gruppo bolognese Brunello (20%), la milanese Find S.r.l. (15%), oltre ad altri investitori minori individuali, per poco più di 100 miliardi contro i 160 pagati tre anni prima da Maxwell alla famiglia Panini e alla Cir di De Benedetti. I loro emissari finanziari, dopo il lungo e minuzioso chek-up dell'azienda, hanno dato il loro assenso: comprare la Panini conviene ancora, sebbene l'azienda sia tuttora "convalescente" dai colpi inferti dalla tormentata gestione precedente. Per rimetterla in sesto sarà necessaria, a quanto pare, un'"operazione chirurgica" che di sicuro ad alcuni non sarà gradita perché consisterà non solo "in una ricapitalizzazione e in un rinnovo delle tecnologie a disposizione, ma anche nel taglio di alcuni rami e attività, là dove l'espansione è frenata dalla forte concorrenza su un mercato già saturo". La maggioranza del capitale azionario dell'azienda andrà nelle mani della Capital Investments, mentre sono ancora da definire le quote di minoranza. Un punto comunque sembra ormai definitivamente acquisito: il ruolo di capofila nella gestione dell'azienda, con l'ingresso di dirigenti anche nel nuovo consiglio di amministrazione, sarà ricoperto dalla De Agostini, il colosso novarese dell'editoria italiana. Si dà per imminente la partenza del direttore generale Alain Guerrini e del direttore finanziario, l'inglese Robert Barnes. I sindacati si fanno vivi, chiedendo un incontro con la futura nuova proprietà, incontro che reputano "indispensabile per mantenere un qualificato livello di relazioni sindacali", anche per le ripercussioni che l'operazione di cessione potrà comportare sulla strategia d'impresa. Si riparte allora con la nuova proprietà, in una ventata di entusiasmo che da tempo la Panini non ricordava. Anche Giuseppe, nella sua vita distante ma parallela, vive una seconda giovinezza. Innanzitutto riceve un nuovo invito dai socialisti a presentarsi stavolta come capolista per il rinnovo del consiglio comunale del paese di Serramazzoni, sulle prime propaggini dell'Appennino modenese. È un paese che gli è molto caro e dove lui trascorre parecchio tempo, nella splendida villa che possiede in località Casa Bartolacelli. "È vero, i socialisti mi stanno dando la caccia da parecchio tempo", spiega Panini "e il fatto che gli abitanti di Serramazzoni mi siano affezionati mi fa veramente piacere. Però non ho ancora deciso. Non dimentichiamoci che ormai ho quasi settant'anni". Ma anche la pallavolo gli regala nuove e insperate soddisfazioni, dopo la paura di perdere la squadra che aveva avuto nei mesi precedenti. Nelle amichevoli precampionato la Panini del tecnico brasiliano Bernardinho si dimostra molto migliorata, di nuovo efficace in difesa e pericolosa in attacco. Panini - che all'inizio dell'estate era apparso stanco e demotivato, sfiduciato per il futuro, ormai rassegnato - adesso si esalta, anche se rimane ben conscio che comunque non è cambiato niente e che le prospettive più probabili sono sempre quelle relative a una chiusura a fine campionato. "Nell'anno più difficile è saltata fuori la squadra più forte e divertente", sottolinea con non celata soddisfazione. "Quasi un gioco del destino che, lo speriamo con tutte le nostre forze, possa indurre qualche ditta, seria e ricca, a sponsorizzarci". Eh, sì, perché lui da solo proprio non ce la fa più. L'ha detto e ripetuto più volte; reggerà per un anno ancora poi, se non arriverà nessuno, chiuderà tutto. "Con un nuovo sponsor", dichiara con convinzione "la Panini in breve tempo tornerà al vertice; tornerà grande, rinascerà quella squadra vincitutto che tanto ci ha entusiasmato negli scorsi anni. Ma", continua Panini con un'analisi spietata "non potrebbe essere altrimenti: tutta l'Italia economica sta vivendo un periodo di crisi e anche lo sport ne risente in negativo. Non solo nella pallavolo ma anche nel calcio e negli altri sport gli sponsor scarseggiano, segno di una profonda crisi. La sponsorizzazione, quindi, bisogna meritarsela; i miei ragazzi lo sanno e si stanno comportando di conseguenza. Questo per ora mi basta. Gli atleti sanno i sacrifici che la società sta compiendo per loro e stanno dando il massimo: sono contento". E, con questa entusiastica dichiarazione, Giuseppe ridà la carica a una situazione che sembrava destinata a una morte rapida. Viceversa, per la Panini Figurine - che adesso non sembrerebbe avere impellenti problemi finanziari, anche perché i nuovi proprietari hanno promesso un piano di rilancio con massicci investimenti - l'anno che si apre si prospetta duro proprio sul fronte intrinseco della stessa produzione editoriale. C'è infatti chi si propone di strappare all'azienda modenese il monopolio che essa detiene in Europa in assoluto e in Italia al 75%. La piccola Master, guidata da Dario Pizzardi, lancerà sul mercato una collezione basata sugli orologi. All'attacco, oltre a questa e ad altre piccole aziende italiane, si scatenano anche colossi come l'Upper Deck americana che, a partire da ottobre, inonderà il mercato di "cards". Ci saranno riproduzioni di Topolino, Minnie e di altri personaggi disneyani, oltre ai campioni di basket nostrano. L'Upper Deck lancerà anche una collezione derivata dal cartone animato "La Bella e la Bestia". Tempi duri, per la Panini, se vorrà mantenere le posizioni e il prestigio acquisiti negli anni precedenti. Per affrontare la battaglia commerciale il management si rafforza con l'arrivo dei due nuovi leader aziendali: il presidente Mario Speranza e l'amministratore delegato Aldo Hugo Sallustro. Speranza, dopo una lunga esperienza alla Fabbri, proviene dalla De Agostini; l'argentino Sallustro viene invece dal gruppo Merloni. Entrambi sono stati indicati dai capofila della cordata proprietaria, la merchant-bank di Gianfilippo Cuneo e Antonio Tazzartes, di cui è socio al 50% Pier Domenco Gallo, ex-amministratore delegato della Banca Nazionale del Lavoro. E intanto, nella ricerca del prodotto vincente e di nuove fasce di consumatori, nell'autunno 1992 la Panini prepara una nuova raccolta che uscirà poi ai primi di marzo, ma che sul nascere suscita pareri controversi. È intitolata "Discoteche d'Italia '93" ed è dedicata alle discoteche italiane, argomento tragicamente d'attualità per le ricorrenti e sempre più numerosi "stragi del sabato sera" che vedono per protagonisti proprio quei giovani e giovanissimi a cui la collezione è destinata: una sorta di guida alle 100 discoteche più famose d'Italia, per un totale di 520 figurine destinate soprattutto ai teen-agers (15-18 anni o poco più), ma anche a consumatori più "attempati" (fino ai 30 anni). L'iniziativa, che avrà molto successo e che partirà con preordini per oltre 7 milioni di bustine, è immediatamente contestata dall'A.Ge. (Associazione Italiana Genitori), in quel periodo impegnata nella crociata anti-discoteca anche in sede parlamentare. La Panini viene sostanzialmente accusata di voler sfruttare la situazione per farsi pubblicità a buon mercato. Ma l'azienda rigetta ogni accusa, sostenendo che non è un album di figurine che può traviare i giovani e invitando anzi i genitori stessi a vigilare di più sui comportamenti dei propri figli, che spesso non sono altro che frutto di un'educazione familiare troppo permissiva. Della faccenda si occupa anche la Rai, che propone un faccia a faccia tra gli interessati. La polemica prosegue ancora per qualche tempo, con posizioni attestate su fronti nettamente opposti, sebbene in un confronto estremamente civile e pieno di spunti di interesse collettivo. A dare man forte alla Panini è anche Nicola Parente, titolare di due frequentatissime discoteche e direttore di Italia Network, quinta radio nazionale per la diffusione di musica per giovani: "Sono stato io a suggerire alla Panini l'album che adesso si vorrebbe mandare al rogo. Non ci vedo niente di scandaloso. Abbiamo selezionato una per una tutte le 2.000 e più discoteche sparse nella penisola e abbiamo scelto le 100 migliori. L'album serve per fare informazione su un modo di divertirsi che è tipico dei giovani e che, di per sé, non c'entra con le morti del sabato sera. Accanto alle figurine ci sono anche consigli sugli orari, sui parcheggi, sulle strade sicure per raggiungere le discoteche. Vorrei ricordare inoltre che la Panini è la stessa azienda che ha messo sul mercato l'album per l'educazione stradale dei bambini". L'episodio, di per sé, può anche apparire marginale, ma è sintomatico del mutato panorama giovanile e di alcune delle tematiche che si trova adesso a dover affrontare chiunque, in un modo o nell'altro, voglia accostarsi ai giovani. È con questo mondo, con questi giovani che deve confrontarsi anche la Panini con le sue figurine, ben lontane - in questo senso - dalle figurine di Giuseppe e dei suoi fratelli. E comunque non basterebbe una sola collezione, per quanto indovinata, a risollevare del tutto le sorti della Panini. O, per meglio dire, la "cura" prevista dalla proprietà per risollevare l'azienda dai guai ha un nome purtroppo a molti noto: tagli ai posti di lavoro, cioè licenziamenti. A tre mesi dall'ingresso della cordata Bain-De Agostini, dopo i primi incontri fra la nuova dirigenza e i sindacati dei lavoratori, sarebbero un centinaio i posti a rischio, conseguenti soprattutto a una sovrapposizione di diversi reparti attuata dalla precedente gestione. Del resto sono questi i due cardini del previsto programma di ripresa: riorganizzazione aziendale e massima attenzione alle spese. La conseguenza ultima, si dice, potrebbe essere una sempre maggiore sinergia con il Gruppo Editoriale De Agostini, che andrebbe a "coprire" quanto a Modena verrebbe "tagliato". A venir toccati dal ridimensionamento sarebbero la redazione e i reparti fotolito e grafici. Ma a pagare la congiuntura di mercato, che per le aziende impegnate nella produzione di figurine starebbe segnando un marcato calo delle vendite (c'è chi stima una flessione vicina al 50%), potrebbero essere in particolare le filiali all'estero, i cui dipendenti variano dai 6 ai 35 dipendenti. I lavoratori della Panini si riuniscono in assemblea sindacale e, con un documento, esprimono "forti preoccupazioni rispetto ai dichiarati obiettivi produttivi del 1993 che sottintendono una strutturazione organizzativa aziendale tarata su una capacità produttiva minima rispetto alla potenzialità degli impianti". Ritengono anche indispensabile che "eventuali sinergie con altre aziende" (il riferimento naturalmente è alla De Agostini) "avvengano salvaguardando i principi di qualità, di innovazione e di servizio necessari alla Panini per tornare a essere leader nel mercato delle figurine". Traducendo dal linguaggio sindacale, il concetto di fondo è che il lavoro deve restare a Modena e che, con un valido piano di rilancio, se ne potrebbe fare ancora di più, molto di più di quello previsto. I 100 licenziamenti vengono scongiurati per un soffio, ma a dicembre si programma che a breve finiranno in cassa integrazione per un anno 110 dipendenti (74 operai e 36 impiegati). È un compromesso tutto sommato accettabile, visto che la proprietà aveva chiesto la mobilità, anticamera del licenziamento. La nuova dirigenza conta per il '93 di riportare la produzione da 600 a 700 milioni di figurine (il 20% interessa l'Italia, il restante l'esportazione). Il ridisegno dell'organico per il controllo dei rami secchi inizia già nel gennaio 1993 ed è svolto da una commissione paritetica composta da rappresentanti della proprietà, del consiglio di fabbrica e dei sindacati di categoria (questo lavoro congiunto si rivelerà molto utile, perché ridurrà in cassa integrazione soltanto 80 dei 110 dipendenti previsti, grazie anche all'accordo di non spostare all'esterno, come era invece già stato deciso, alcune delle attività redazionali e di fotolito). Il progetto di rilancio prevede anche un progressivo decentramento di attività editoriali redazionali, tipografiche e grafiche, supportate da studi esterni, mentre è già in atto un ricambio dei vertici e una riduzione degli organici delle filiali estere. La succursale francese, per esempio, vede passare i dipendenti da 30 a 15. Si prevede poi un'offensiva sui mercati dell'Europa dell'Est e una crescita nell'America Centrale e Latina. E mentre i "suoi" dipendenti vengono messi in cassa integrazione e la "sua" azienda rischia il trasferimento in terra piemontese, anche Giuseppe Panini se ne va. Lo fa a modo suo: a testa alta; esce dalla storia della pallavolo per entrarne nella leggenda. Dopo 27 anni indimenticabili, lascia la sua squadra con la quale ha conquistato 8 scudetti, 1 Coppa dei Campioni, 2 Coppe delle Coppe, 3 Coppe Confederali, 6 Coppe Italia. Se ne va da una realtà fatta di ingaggi e spese di gestione ormai insostenibili, da uno sport che ormai non gli appartiene. Ma riesce ancora, con un ultimo colpo da maestro, a trovare qualcuno degno della sua Panini, qualcuno a cui affidarla perché continui nel segno di una tradizione vincente. Il nuovo proprietario è Giovanni Vandelli, titolare della Daytona Ceramiche, ex-presidente della Reggiana Calcio ed exsponsor del Modena Calcio, capofila di un'apposita cordata formata anche da Claudio Giovanardi, numero uno della Pitt Lane, e da Mauro Bassinghi, contitolare della Sassuolauto. L'accordo tra Panini e Vandelli prevede inoltre che la nuova proprietà si assicuri tutto il parco giocatori, compreso quel settore giovanile tanto promettente da poter sfornare in pochi anni fior di campioni. La squadra comprata da Vandelli si chiamerà adesso Daytona, ma nel cuore di tutti - modenesi e non - per lungo tempo, ancora e sempre, il suo nome resterà Panini. Intanto le cose per l'azienda Panini ricominciano finalmente a marciare per il verso giusto. Il primo trimestre '93 si caratterizza per il grande successo di alcune raccolte: Aladino, Barbie, l'Ispettore Gadget, Beverly Hills 90210. Quest'ultima - con 120 figurine - va a ruba; si favoleggia di un industriale milanese che avrebbe spedito un incaricato fino a Modena per cercare l'album per la propria figlia, dato che in tutta la Lombardia risulta introvabile. Le figurine più rare, a quanto pare, vengono vendute al "mercato nero" dagli stessi studenti ad alcuni compagni meno fortunati. Il '93 per la Panini si chiude con una buona notizia anche per i dipendenti: rientrano in fabbrica, quasi alla vigilia di Natale, le otto operaie che erano state destinate al corso di riqualificazione aziendale. Non si era trattato, quindi, di una forma velata e graduale di pre-licenziamento, come parecchi avevano temuto, ma della effettiva possibilità di reinventarsi un ruolo professionale più adeguato alle nuove esigenze. Rientrano, festeggiate da tutti i colleghi. Il 1994 si apre altrettanto bene, all'insegna dei successi delle figurine Panini anche sui più difficili mercati esteri come è, tradizionalmente, quello spagnolo a causa della forte concorrenza locale: ma l'azienda modenese - che controlla adesso il 57% del mercato iberico - segna un progresso del 47,8% rispetto all'esercizio precedente. Le cose proseguono altrettanto bene per tutto l'anno, fino all'inserimento della Panini in aree ancora "vergini": l'Africa, per esempio, dove il calcio è in continua ascesa e per la quale è in preparazione una serie di album speciali in vista della Coppa d'Africa. Si punta anche alla Cina, al Giappone, a Singapore, all'America Latina. Il fatturato cresce, l'azienda prospera, gli investitori sorridono; i sindacati ricordano che gran parte del merito va anche "ai sacrifici fatti dai lavoratori sotto forma di contrattazione della flessibilità dell'orario di lavoro e di un rinnovato impegno professionale, accettati in funzione della salvaguardia dei posti di lavoro". "La Panini ora premi anche noi", chiedono sostanzialmente i dipendenti, attraverso le voci sindacali. Il 1994 è anche l'anno in cui la Panini si aggiudica l'esclusiva della collezione dei calciatori statunitensi. Questa però sarà quasi un'arma a doppio taglio, nel senso che scatenerà la reazione dell'Upper Deck americana, che rivendica per sé il diritto all'esclusiva (e che, per il marchio World Cup acquistato dal Comitato organizzatore del campionato, ha sborsato oltre 11 miliardi). Si apre una causa internazionale davanti al giudice di New York. Il 25 maggio 1994 si parla per la prima volta di una possibile, immediata vendita della Panini al gruppo americano che controlla anche la Marvel Comics, "quella dell'Uomo Ragno" e di tanti altri Supereroi, tra cui i Fantastici Quattro, l'Incredibile Hulk e Superman. La Marvel, che fa parte dell'impero televisivo ed editoriale di Ron Perelman dall'83, è titolare dei diritti del loro sfruttamento. Per la Panini potrebbe essere una garanzia non solo di stabilità ma anche di qualità e di ulteriore presenza sui mercati internazionali. Perché Marvel è un gigante quotato a Wall Street, che sembra conoscere bene i segreti del successo nella produzione editoriale per ragazzi e che, altrettanto bene, sembra anche valutare quanto potenziale e margine di crescita abbiano ancora il conto economico e le quote di mercato della Panini. La Panini, inoltre, in questo periodo sta piuttosto bene e quindi risulta essere davvero un boccone appetibile. Anche l'uscita di scena, nel febbraio precedente, del gruppo romano Pacchetti - azionista di maggioranza relativa con il 30% - non comporta modifiche all'assetto societario né ai vertici della dirigenza artefice del risanamento: Pacchetti viene sostituito con Fondi Investitori Associati, società lussemburghese nata dall'iniziativa della stessa Bain Gallo (che ne detiene il 10%) e della FinComit, finanziaria dell'istituto di credito recentemente privatizzato. L'esercizio al 31 agosto '93 si è chiuso in forte sviluppo, con un margine operativo lordo che ha raggiunto i 18,4 miliardi, contro un corrispondente valore negativo di 6,8 miliardi del bilancio precedente. Il fatturato netto del gruppo si è così collocato sui 180 miliardi (ricavi che in termini di prezzo al pubblico ammontano però a ben 340 miliardi), di cui il 73% realizzato all'estero. E, nonostante la generale recessione economica dei mercati europei, nel dicembre '93 la Panini annuncia un fatturato tendenziale in crescita del 117% e un margine operativo lordo in salita del 325%, ribadendo così la propria leadership. La cordata Bain Gallo Cuneo è riuscita quindi nel proprio intento, tipico di finanziarie e banche d'affari, di fare un buon investimento a termine. I tempi, ormai, sono maturi per la cessione. Il giorno dopo la diffusione della notizia della trattativa in atto con la Marvel, cioè il 26 maggio, si viene a sapere che anche la Banca Popolare di Novara ha ceduto la propria quota del 15% detenuta tramite la finanziaria Cofilp, merchant bank del gruppo, a persone fisiche, tutte italiane, che sarebbero vicine alla De Agostini, già azionista al 20%. È una corsa vera e propria, ormai, quella dei gruppi editoriali a salire sul carro della Panini, che ha voltato le spalle agli anni bui della gestione Maxwell e ai bilanci colabrodo. L'operazione, che farebbe di De Agostini l'azionista di riferimento, è stata conclusa il 10 maggio ed è la diretta e logica conseguenza dell'ingresso in azienda di uomini del management del gruppo editoriale di Novara, del quale dall'ottobre '92 si parlava come del vero proprietario dell'azienda modenese. "No comment", però, dicono tutti: sia la De Agostini, sia l'amministratore delegato della Panini, Sallustro, sia la Marvel da New York. L'ipotesi più plausibile è quella di un'alleanza italo-americana fra De Agostini e Marvel per proseguire insieme nel rilancio e nella conquista di nuove quote di mercato che la Panini, leader mondiale, ha nel segmento delle figurine per ragazzi. Di fronte a questa prospettiva anche i sindacati si fanno sentire, ricordando - con un intervento di Sergio Rusticali, segretario provinciale della Uil - che "il risanamento dell'azienda è avvenuto anche con il sacrificio di posti di lavoro, con i tagli e con la volontà dei dipendenti di farsi carico di una crisi che sembrava senza sbocchi. Senza un atteggiamento serio e responsabile dei lavoratori difficilmente oggi la Panini potrebbe assistere ad un simile corteggiamento". Il corteggiamento si conclude il 6 luglio: non con un matrimonio, però, ma con un divorzio, nel senso che De Agostini e gli altri azionisti cedono totalmente l'azienda al gruppo Marvel, per la precisione a Ron Perelman, che detiene l'intero pacchetto azionario della Mafco Holding, il gruppo di cui fa parte la Marvel Comics Italia. È anche un divorzio della Panini dalla propria stessa storia, dalla propria città, dall'Italia. Come commenta con una vena di amarezza il giornalista Saverio Cioce nella sua cronaca sulla "Gazzetta di Modena", "c'era una volta la Panini, fiore all'occhiello di una città capace d'inventare prodotti leader in tutto il mondo. Oggi invece c'è un'azienda che, smettendo di essere la capitale di un piccolo impero editoriale, abdica al suo ruolo in silenzio, finendo per diventare la provincia di un'altra multinazionale". La notizia della cessione - per 150 miliardi, a quanto pare - arriva con un comunicato di poche righe: "Il gruppo finanziario che controlla la Panini ha firmato una lettera d'intenti con la Marvel Entertainment Group, che ha come oggetto la cessione della società stessa. Marvel è una società leader nel campo del divertimento per ragazzi. Le sue attività e prodotti comprendono tra gli altri Marvel Comics, il più grande editore di comics negli Stati Uniti e in Canada, Fleer, azienda leader nelle trading cards sportive e di varietà, e Toy Biz, produttore e distributore di giocattoli". Quello che però sembra fuor di discussione, a differenza di quanto avvenuto nelle precedenti occasioni di vendita, è l'intoccabilità del management: è ancora troppo fresco il ricordo dei guai combinati dalla gestione Maxwell, che costrinse alla fuga parecchi dirigenti che fondarono poi società concorrenti, sempre nel Modenese, che hanno dato grattacapi e problemi legali con una produzione sempre più aggressiva. Il comunicato quindi aggiunge una precisazione, a questo proposito, di fondamentale importanza: "L'operazione di acquisizione prevede la conferma dei manager attuali". Azzerare il capitale umano non è possibile, allora, pena lo spettro di una nuova possibile crisi. È una piccola vittoria, forse all'interno di una grande sconfitta. La città infatti, privata ancora una volta di quel pezzo così significativo della propria identità sociale, economica e culturale, accoglie il nuovo proprietario straniero con poco entusiasmo. Giuliano Bolelli, in una "lettera al Direttore" apparsa sempre sulla "Gazzetta di Modena", sintetizza con un'efficace immagine lo stato d'animo di tanti modenesi: "Apprendendo dai quotidiani l'ennesimo cambio di gestione della Panini, mi è venuto alla mente l'albero del gelso, basso, molto tozzo, per sostenere quell'immenso fusto costituito da rami, frutti e foglie, foglie che servono a nutrire i bachi da seta. Però quest'albero nasconde il suo tallone d'Achille. Essendo molto utile all'egoismo dell'uomo, senza ribellarsi, silenziosamente, si lascia morire per poi finire nel nulla. Scusatemi, un Modenese che ama tanto la sua città". L'azienda, anche sotto Marvel, tiene bene soprattutto per gli effetti a lungo termine della buona gestione della Bain Gallo-De Agostini: nel '94 il bilancio consolidato si chiude con un utile di 27,8 miliardi contro la perdita di 3,2 miliardi dell'esercizio precedente. Il fatturato è stato di 226,4 miliardi (180,2 nel '93) con un notevole incremento dell'export, che rappresenta ora il 74% dell'intera attività. Da una posizione di indebitamento di 12 miliardi la Panini è passata adesso a una liquidità di 32,7 miliardi. È stato un anno che ha visto la Panini ai vertici europei anche per il successo strepitoso della raccolta de "Il Re Leone" di Walt Disney. Il 24 dicembre ci si saluta festeggiando la miliardesima bustina di figurine del '94 che, neanche a farlo apposta, appartiene alla collezione dei calciatori. Dai 340 dipendenti del '93 si ritornerà, un po' alla volta, ai 520 del '97. Anche il 1995 va piuttosto bene, tanto che la direzione aziendale premia i dipendenti con un regalo natalizio inconsueto ma molto gradito: una bella letterina con allegati tre bigliettoni verdi. Faranno pure molto "americano", ma in lire vogliono pur sempre dire quasi mezzo milione in più. E, per completare l'omaggio di fine anno, anche una ricca cesta straripante - questa volta sì - di prelibatezze tutte firmate Modena: tortellini, zampone, parmigiano-reggiano e aceto balsamico, abbellite da una splendida confezione di vischio. La Panini sembra davvero tornata agli abituali fasti del suo recente passato. Ma l'acquisto dell'azienda modenese da parte del colosso statunitense scatena ben presto una vera e propria "guerra delle figurine". Già abbiamo visto l'attacco della concorrente Upper Deck, anch'essa statunitense, alla quale si affiancano altre nuove società, nella maggioranza dei casi fondate dopo il 1991 da ex-dirigenti Panini fuoriusciti dall'azienda. È una guerra commerciale a colpi di carte bollate e di ricorsi legali: una cosa nuova e imbarazzante, che dà anch'essa un'esatta idea del mutato spirito dei tempi. Ad essere messi in discussione sono innanzitutto i diritti in esclusiva che la Panini detiene nel settore delle figurine dei calciatori. Si comincia con i mondiali di calcio del '94 e con il ricorso presentato al Tribunale di Modena dalla "solita" Upper Deck ancor prima della cessione della Panini alla Marvel. Si prosegue con un attacco congiunto contro l'esclusiva concessa dall'Aic (Associazione Italiana Calciatori) alla Panini per l'album delle figurine dei calciatori del campionato italiano 1995-'96. A sferrarlo, in questo caso, è innanzitutto la Service Line Italy, che si fa promotrice di una segnalazione all'Antitrust, ritenendo che i contratti di licenza tra i due siano "intese restrittive delle concorrenze". Alla Service Line Italy si aggregano di nuovo l'Upper Deck International e, successivamente, l'inglese Merlin Publishing ora Topps Italia, la Diamond Publishing, l'Euroflash e l'Edigamma. Anche la Panini però non sta a guardare; nel '95, per esempio, presenta ricorso contro la spezzina Euroflash, "rea" di aver messo in commercio un album sui mondiali di calcio, ignorando i diritti di utilizzazione esclusiva delle immagini di alcune squadre nazionali e di alcuni campioni vantati dalla Panini. Per il giudice, però, anche nel caso delle figurine deve prevalere il pubblico interesse all'informazione. Essendo il calcio in Italia un'attività talmente diffusa, praticata e seguita da essere considerata una componente della nostra cultura, pubblicare figurine di calciatori da incollare in un album non solo risponde a esigenze di pubblica informazione ma soddisfa anche scopi culturali e didattici. Si tratta, come si vede, di quesiti e di risposte giuridiche mai emersi in precedenza: il dibattito si amplia e investe la sfera non solo degli interessi commerciali ma della stessa sostanza etica e giuridica. Non è mia intenzione ripercorrere qui le tappe delle successive vicissitudini legali della Panini che, con una serie di sentenze a volte anche controverse, coinvolsero persino il Tar e il Consiglio di Stato e la portarono - nel luglio 1994, nella causa contro l'Upper Deck americana - all'ingiunzione di sospendere la diffusione dell'album "Usa '94" e - nell'ottobre 1997, nell'inchiesta aperta dall'Antitrust dopo la segnalazione della Service Line e delle altre concorrenti ad essa aggregate - a una sanzione pecuniaria di 150 milioni (condivisa con l'Aic) per non aver rispettato la legge sulla concorrenza. Al di là delle specifiche situazioni e responsabilità, queste vicende rimangono comunque emblematiche - e in questo senso ho voluto citarle - di una nuova e diversa concezione del mercato italiano e mondiale delle figurine dove quello che un tempo poteva apparire come un orgoglio professionale può essere interpretato adesso come una prevaricazione nei confronti di altri. Questioni economiche, sicuramente, ma anche sintomo di mutati equilibri all'interno di logiche di mercato ed editoriali dove la bella favola dei Panini sembra dileguarsi, lasciandosi alle spalle soltanto quell'intrepido Paladino che - con la sua lancia in resta - ancora si para a difesa di qualcosa che non esiste più. E non è finita qui: si accavallano cause per "insider trading", cioè per l'utilizzo di informazioni riservate a fini speculativi. Sono accuse che investono alcune delle persone nominate in vari momenti delle storie aziendali che ho raccontato, sia da una parte che dall'altra: anch'esse segno amaro di un gioco fattosi ormai pesante. Come se non bastasse, il 26 settembre 1996 va a fuoco l'Adespan, il magazzino della Divisione carta autoadesiva della Panini situato a Bomporto, appena fuori città. I danni assommano a 20-25 miliardi. La Divisione carta autoadesiva è uno dei fiori all'occhiello del gruppo Panini, capace di un fatturato che si aggira sui 130 miliardi l'anno. Il nuovo stabilimento di Bomporto, operativo da pochissimi mesi, occupa 150 dipendenti e si estende su un'area di oltre 20.000 metri quadrati. Il magazzino che ora è andato a fuoco era stato realizzato con i più moderni criteri gestionali e di sicurezza: e, a proposito di sicurezza, appena tre giorni prima un'apposita commissione coordinata dalle competenti autorità l'aveva certificata. Tra l'altro, non aveva funzionato neppure il sensibilissimo impianto a pioggia antincendio, controllato solo pochi giorni prima e del costo di circa 1 miliardo. E, soprattutto, si riaprono le danze. Anche il gruppo Marvel va in crisi; è più di una crisi, veramente, dato che nel dicembre 1996 va in amministrazione controllata. Di nuovo, secondo un copione già tristemente noto, la Panini viene privata della propria liquidità e indebitata (oltretutto si fanno sentire anche le conseguenze dell'incendio all'Adespan: sembra che le assicurazioni siano disposte a restituire subito solo la metà del danno, mentre il resto sarà versato a ricostruzione completata); si parla di venderla al miglior offerente, non si sa oggi quello che succederà domani... su e giù, giù e su, secondo programmi ed esigenze imperscrutabili, dove avere idee valide, essere in possesso di una progettualità vincente, essere giustamente competitivi, amare il proprio lavoro non ha alcun significato né valore. Perché i motivi sono altri, passano sopra le teste, ben lontano da Modena, Via Emilio Po, Panini Figurine. Si ricomincia, non oso immaginare con quale delizia dei poveri dipendenti e dirigenti appena risollevatisi dai disastri del recente passato: era questo il premio di cui parlavano i sindacati appena due o tre anni prima? All'interno del gruppo Marvel si scatena una guerra fratricida fra azionisti, definita "una delle più aspre battaglie della storia finanziaria americana degli anni '90". Le banche creditrici reclamano dalla Marvel, finita in amministrazione controllata, 710 milioni di dollari; secondo le stime, la Panini - insieme con la Fleer Sky Box, una divisione della Marvel specializzata in "cards" - potrebbe fruttare una cifra che si aggira sui 300-380 milioni di dollari. Già nell'aprile del 1997 fu la stessa Marvel ad annunciare la probabile vendita dell'azienda delle figurine - di cui deteneva allora il 100% del pacchetto azionario - all'interno di un più vasto piano di ristrutturazione che prevedeva la fusione della stessa holding americana in un'azienda partecipata al 26%, la Toy Biz. Un portavoce della Marvel disse allora che erano stati fatti i nomi di "grandi gruppi americani del settore media-spettacolo che potrebbero essere interessati". Sarebbero i colossi tra i colossi: Walt Disney, Time Warner, Warner Bros, la Fox del magnate delle televisioni Rupert Murdoch. Forse potrebbero essere loro a comprarla dall'americana Toy Biz che adesso, finalmente concluse le lotte intestine, è quella che la detiene. La Panini, insieme con altre attività del gruppo, viene consegnata nelle mani delle banche creditrici, che potranno così cederla al miglior offerente per ripagare almeno una parte della montagna di dollari che esse reclamano. L'operazione, prevista da tempo nel piano di salvataggio messo a punto alcuni mesi prima, naufraga però per l'opposizione dei creditori e per i contrasti fra gli azionisti del gruppo Marvel. La faccenda va sempre più esclusivamente in mano ai legali finché le banche non identificano finalmente nel proprietario della Toy Biz anche il proprietario della Panini, che conferma l'intenzione di vendere. Eppure, nonostante il domani da inventare giorno per giorno, alla Panini si tira avanti. Non "si tira a campare": no, si tira proprio avanti, dritti, verso progetti, idee, innovazioni, spunti, riflessioni. Ci si crede, ancora e nonostante tutto, perché si crede nella figurina, in un suo futuro; si sa che se le cose vanno male è perché è il meccanismo nel suo complesso che non ha funzionato, non il singolo ingranaggio che - se opportunamente revisionato - sarebbe ancora in grado di funzionare a lungo e bene. Certo a nessuno piace tirare avanti con l'acqua alla gola, ma poi la vita, la voglia di esserci riprende il sopravvento. E così, nonostante sia ripristinata, all'inizio del '99, persino l'amara cassa integrazione per 90 dipendenti, la Panini - come quei malati dati per spacciati e poi visti qualche anno dopo, in perfetta salute, dietro al feretro del proprio ex-medico curante - prosegue nella sua non facile vita, alla faccia di chi la vorrebbe morta, per la gioia di tutti quei piccini, e grandi, che ormai vedono in lei il Davide contro Golia dell'editoria per l'infanzia. Fino a quando, nell'ottobre 1999, non avviene il "miracolo"... "Ne sono successe tante, e tutte una dietro l'altra", racconta ancora il nostro dirigente. "Quando giunse la notizia che Maxwell era morto, andarono a vedere i conti e scoprirono che c'era un buco di 5.500 miliardi. Allora chiusero un sacco di aziende e, tra le poche - nonostante Maxwell - che restavano valide, c'era anche la Panini, che parecchi erano interessati ad acquistare. Ai figli di Maxwell prima ritirarono il passaporto e poi li arrestarono, quando venne a galla che avevano fatto sparire i fondi delle liquidazioni dei dipendenti del Mirror. Non solo: si seppe anche che avevano debiti con 30 banche - fra cui pure una italiana - alle quali, oltre che il prestigio del nome, avevano dato in garanzia delle aziende che erano già ipotecate sette volte, a copertura di altri prestiti concessi da altre banche di altri paesi. Eh, sì, non fu un bel periodo, quello, per noi. Eppure continuavamo a lavorare, cercando di fare del nostro meglio. Poi la Price Waterhouse, la società di revisione incaricata dalle banche creditrici di valutare e di alienare, cioè di vendere tutto quello che si poteva vendere, fece una sorta di asta e, tra le varie offerte, fu scelta anche la Panini. A metterla in vendita, quindi, furono le banche creditrici. La comprò la cordata poi identificata come "De Agostini". Comprarono nel '92 e rivendettero alla Marvel nel '94. Questa cordata ha avuto il merito di rimettere in sesto la Panini. E sa perché? Perché hanno ristabilito dei criteri simili a quelli della gestione Panini, così le cose hanno ripreso a funzionare. Vede, però, che non è solo questione di essere "stranieri". Anche il gruppo Marvel era straniero; è vero che pure con questo gruppo non è che le cose andassero molto bene, però noi non potevamo lamentarci. Ci hanno sempre lasciato lavorare e, almeno inizialmente, hanno anche fatto degli investimenti. Però è anche vero che noi, come Panini, non eravamo altro che una parte del gruppo Marvel e quindi dovevamo seguirne le sorti, che non dipendevano da noi come singola entità. È bene comunque mettere in risalto la continuità aziendale della Panini, nonostante i cambi di proprietà che - ricordiamolo - sono stati tre in sei anni, anzi, tre e mezzo, se contiamo anche l'ingresso come socio di minoranza di De Benedetti. Quattro e mezzo, naturalmente, se ci mettiamo pure Merloni. Ma siamo sempre andati avanti, dritti per la nostra strada; nei limiti del possibile, è evidente. Sa, "fuori" se ne sa poco, non se ne ha una cognizione esatta. Localmente uno vede quello che esce in Italia: i calciatori, Hercules, Mulan... Ma facciamo molto di più, anche se non a livello di differenziazione di prodotti; su questo piano, infatti, continuiamo a produrre sostanzialmente figurine e, fino a poco tempo fa, carta adesiva, alle quali si aggiunge una produzione marginale, a seconda delle specifiche situazioni contingenti, di prodotti misti, quali fotocards, cards, figurine con i tridimensionali, modellini di macchinine o animalini in plastica. Al di là di questo, il tipo di produzione resta lo stesso di sempre". La Panini dunque ha conservato, nonostante tutto, la stessa fisionomia aziendale, e questo è probabilmente il suo punto di forza. "Però, ripeto, "fuori" non si ha un'idea del nostro lavoro: non si sapeva dell'Adespan, ma neppure delle stesse figurine. La gente non sa che siamo presenti in più di 100 paesi in tutto il mondo. E, in occasione di eventi particolari (come i mondiali di calcio o il lancio di un grande film della Walt Dinsey), i paesi diventano anche 120-130. Oltre al calcio italiano facciamo calcio nazionale in 27 paesi che naturalmente qui, dove si vede soltanto quello italiano, nessuno vede. E parallelamente in Spagna, per esempio, non vedono il nostro ma solo il loro. Noi però, che ci siamo in mezzo, sappiamo quale forza ancora abbia il mercato e la nostra presenza al suo interno, dove rimaniamo indiscussi leader mondiali". 19. Merloni, sventola il tricolore Il "miracolo" avviene ai primi di ottobre del 1999 senza che, apparentemente, ce ne siano stati segni premonitori: la Panini ritorna in Italia. L'azienda viene acquistata da Vittorio Merloni, uno dei leader italiani nella produzione di cucine. A condurre in porto la trattativa è la Fineldo, finanziaria del gruppo Merloni, in un'operazione da 102 miliardi portata avanti insieme con il management della società, guidato dall'amministratore delegato Aldo Hugo Sallustro. Anzi, è stato il management, e lo stesso Sallustro in persona (proveniente proprio dal gruppo Merloni, prima di arrivare in Panini), a proporre a Merloni l'acquisto, risolvendo così in un colpo solo tutti i problemi conseguenti alle difficoltà internazionali del gruppo Marvel a cui apparteneva l'azienda modenese. Soprattutto al management, quindi, va il plauso per la riuscita dell'operazione, come conferma in un comunicato anche la nuova proprietà: "Un management che si è distinto negli anni per la capacità di rafforzare la leadership nel settore e garantire la redditività dell'impresa, nonostante i ripetuti passaggi di proprietà". È stata la Panini a salvare la Panini, insomma: con la propria professionalità, con la propria voglia di esistere e di esistere ancora, con le proprie radici aziendali e culturali, con la dedizione che, oggi più che mai, si rivela essere la stessa che aveva contraddistinto i quattro fratelli Panini negli anni precedenti. Un miracolo, sì, ma un "miracolo all'italiana". Esultano, naturalmente, i manager per bocca di Sallustro: "Siamo soddisfatti per l'esito della trattativa che ha consentito alla Panini di tornare italiana. A fronte di numerosi cambiamenti negli assetti societari, la continuità del management è stata essenziale per il successo dell'azienda e la sua crescita anche in momenti difficili. Il lavoro iniziato negli ultimi tempi, teso a differenziare il prodotto tradizionale (inserendo nella nostra gamma, per esempio, carte telefoniche, link con Internet e Cd-Rom), a valorizzare la rete distributiva, a sviluppare nuovi business nei prodotti adesivi e nello sviluppo e distribuzione dei fumetti, sarà la vera base per le sfide della Panini del 2000". Esultano dipendenti e maestranze: non sono passati che pochi minuti dall'annuncio dell'acquisto di Merloni che già sulla facciata dello stabilimento di Via Pio sventolano nuovamente il tricolore italiano e la bandiera gialloblù di Modena. Non succedeva da anni, da quando i Panini avevano venduto. I sindacati approvano ma con prudenza: "Abbiamo già chiesto un incontro alla nuova proprietà", spiegano in un comunicato congiunto Cgil, Cisl e Uil di categoria. "Vogliamo conoscere con precisione i piani industriali e le intenzioni sul futuro occupazionale dei circa 500 lavoratori modenesi, cui si devono aggiungere i 150 dipendenti distaccati nelle filiali estere. Ci auguriamo che i nuovi proprietari abbiano progetti seri per il rilancio di quest'azienda così importante per il tessuto economico modenese". E progetti seri sembra davvero che ce ne siano, oltre a quelli già elencati da Sallustro: non a caso si ipotizza che dietro l'acquisto ci sia anche la presenza della Planet Work (telefonia fissa, già in corsa come quarto gestore della telefonia mobile) che fa capo ad Angelo Moratti jr. e a Paolo Merloni, nipote di Vittorio. Dalla sede milanese della Planet Work non si conferma ma neppure si smentisce. Il futuro della Panini, quindi, come già preannunciato del resto da Sallustro, sembra possa procedere anche nel settore delle telecomunicazioni e di quanto ad esso legato, dalle carte telefoniche ai link con Internet ai supporti informatici. Anche Franco Cosimo esulta: "Sono felicissimo perché la Panini torna in Italia e poi perché torna in mani giuste. Pensavamo di averlo già fatto quando vendemmo a Maxwell... Ma ora direi che si volta pagina. Merloni lo conosco personalmente, così come conosco il suo staff, che considero di primissimo piano". C'è chi ventila il suo reingresso in azienda, ma lui dribbla: "Vedremo in futuro, per ora devo occuparmi delle mie aziende". Tra l'altro la positiva vendita a Merloni coincide con un momento altrettanto positivo per la storia del marchio modenese: proprio negli stessi giorni Franco Cosimo presenta con tutti i crismi dell'ufficialità la sua "Enciclopedia Panini dei calciatori del calcio italiano 1960-2000" che ha come sottotitolo: "I ricordi, le emozioni, gli avvenimenti, i protagonisti di 40 anni della nostra vita insieme ai grandi che hanno fatto la storia del calcio". È una pubblicazione importante e prestigiosa, in otto poderosi volumi che raccolgono in una degna cornice gli album delle Figurine Panini calciatori, da quelli storici degli albori a quelli più recenti che, da adesso in poi, si chiameranno, dietro la scritta ufficiale, Vittorio Merloni. E Merloni non può che esserne soddisfatto. C'è anche lui, a Roma, alla presentazione dell'"Enciclopedia", insieme con il presidente di Confindustria Giorgio Fossa, il ministro dell'Industria Pier Luigi Bersani, i presidenti del Coni e della Figc Gianni Petrucci e Luciano Nizzola, oltre a tanti altri illustri nomi dello sport e dello spettacolo. In quell'occasione Merloni dichiara: "Abbiamo deciso di acquistare la Panini per tre motivi. Primo, perché è un'azienda sana e che opera in un settore come quello dei giovani che non avrà crisi. Secondo, perché stimiamo il management che ringraziamo. Terzo, perché col marchio modenese ci espanderemo anche nel settore multimediale". L'acquisto, in sostanza, è servito a Merloni per meglio diversificare la propria attività primaria, che lo vede già impegnato in parecchi settori tra cui beni durevoli (Merloni Elettrodomestici, Benelli), energia (Centro Energia), engineering (Merloni progetti), servizi finanziari. È inoltre già attivo anche nell'entertainment (Cinecittà servizi). Le tappe dell'ingresso dell'industriale marchigiano nel business della figurina sono raccontate da Francesco Orlando, direttore commerciale della Panini Italia, nel corso di un'intervista rilasciata alla "Gazzetta di Modena": "Abbiamo cominciato a muoverci circa un anno fa, nell'autunno 1998, perché avevamo sentore che la Marvel volesse cedere la società. L'accelerazione è avvenuta quattro mesi fa quando è scesa in campo l'americana Topps, già presente in Italia con le figurine Merlin. Ma alla porta bussavano anche la Husbro e la Mattel, altre grandi società americane. Non male per un mercato di nicchia come quello delle figurine... A quel punto il nostro amministratore delegato Aldo Hugo Sallustro, memore dei suoi trascorsi lavorativi nel gruppo Merloni, ha contattato e coinvolto Vittorio Merloni, interessato ad allargare e diversificare le sue attività. La nostra offerta ha avuto il sopravvento e non possiamo che esserne felici. Abbiamo tanti progetti per il futuro: innanzitutto, l'incremento dell'internazionalizzazione. Poi allargheremo il target a un'età un po' più adulta. Stiamo inoltre studiando l'editoria elettronica e sviluppando il nostro sito interattivo su Internet puntando soprattutto sulla disciplina calcio. Vogliamo estenderci e rafforzarci. E far divertire i bambini, rispettandoli". Tutto questo, e altro ancora, finisce dentro questa figurina n. 19 che non mi stanco di rigirare tra le mani e che all'inizio mi era sembrata un po' sbiadita. Forse era solo uno scherzo della luce artificiale. Perché non ci sono dubbi, guardandola meglio alla luce del sole. I colori sono brillanti, vivaci, nitidi. Soprattutto quelli del bianco, rosso e verde, che sventolano allegri volteggiando intorno alla lancia del vecchio Paladino. Anche se la notizia, che all'opinione pubblica arriva come un fulmine a ciel sereno, della cessione dell'Adespan - la Divisione carta adesiva di Bomporto - riapre vecchie ferite e scatena nuove paure. Succede nel mese di febbraio di quel 2000 che dovrebbe garantire un futuro tecnologico all'azienda modenese. Per un po' si teme anche per la cessione della stessa azienda, poi per un suo trasferimento a Fabriano, nelle Marche, dove Merloni ha il cuore del proprio impero industriale. Seguono riunioni a Roma e a Modena dei dirigenti e dei sindacati, poi giunge la notizia: venduta l'Adespan per 100 miliardi, il resto non si tocca. Si sarebbero così pareggiati quei 100 miliardi che, a quanto si mormora, erano il debito residuo ereditato dalla precedente proprietà. Così, finalmente liberata da ogni zavorra pecuniaria (benché privata del suo efficientissimo "braccio" produttivo di carta adesiva), la Panini si rimette in marcia. Le resta, almeno, un contratto di quelli che gli esperti definiscono di "somministrazione del prodotto"; in poche parole, io ti vendo la fabbrica, ma tu mi dai la carta a condizioni più favorevoli di quelle di mercato. È un interesse strategico; soprattutto per chi compra, naturalmente, che così in un colpo solo si toglie di mezzo un temibile concorrente e nello stesso tempo acquista un buon cliente. Ma anche per la Panini non è una soluzione da buttar via: libera dalle precedenti pendenze, può forse iniziare davvero a volteggiare in quel settore delle telecomunicazioni che la nuova leggerezza le consente ora di affrontare a viso aperto. 20. Il poeta della Pallavolo L'ha raccontato tante volte lo stesso Giuseppe. "Conobbi il vulcanico professor Anderlini verso la fine del 1966. Venne nel mio ufficio di Via Emilio Po e mi investì con un fiume di parole gonfie di entusiasmo e di amore per la pallavolo. Lui, erede universale della tradizione pallavolistica modenese, fino a quel tempo detentrice di ben 11 scudetti (oggi, con gli 8 della Panini, saliti a 19), non poteva accettare un ruolo di secondo piano, voleva tornare grande e in fretta. Accettai di dargli una mano, più con spirito di sostegno sportivo che come sponsor. Spesa: 500mila lire per un anno. Ben presto mi accorsi che l'uomo non scherzava e bruciava le tappe; iniziò subito con i campionati minori e nel 1967 era già in serie C, nel 1967-'68 in serie B, nel 1968-'69 in serie A e l'anno successivo il primo scudetto. Da quel momento mi ritrovai con una quinta figlia: la pallavolo". È iniziata così la grande storia - oggi già leggenda - della squadra maschile della Panini Volley: 8 scudetti, 1 Coppa dei Campioni, 2 Coppe delle Coppe, 3 Coppe Confederali, 6 Coppe Italia. Una storia che, per quanto riguarda Giuseppe e la Panini, si è conclusa nel 1993, ma che ancora continua su binari diversi. In realtà, in quel lontano 1966, nasce un Gruppo Sportivo Panini che non comprende soltanto la pallavolo maschile ma anche quella femminile, l'atletica leggera e il rugby. Con la maglia Panini, Renzo Finelli conquista il primato italiano nei 3000 metri (1968) e Giuseppe Cindolo quelli sui 5000 e sui 10.000 (1968-'71). La squadra di pallavolo femminile arriva seconda al campionato di serie A nella stagione 1966-'67. Con la solita preveggenza Giuseppe Panini capisce il significato moderno della sponsorizzazione sportiva di cui diventa uno dei primi esponenti. In breve, però, sceglie di propagandare il marchio privilegiando la pallavolo maschile, anche attraverso particolari attenzioni dedicate a un "vivaio" molto promettente. È un crescendo impressionante; dopo lo scudetto del 1970 ne arrivano altri tre, quelli dei cosiddetti "anni pari": 1972, '74 e '76. Si combatte contro le "solite" squadre: Firenze, Bologna, Parma rispetto alle quali Modena, in supremazia negli anni precedenti, è rimasta al palo soprattutto per l'incapacità di dotarsi di quelle strutture organizzative ormai necessarie alle esigenze di uno sport più moderno. Ecco perché Franco Anderlini è andato a batter cassa da Giuseppe Panini. Ma adesso - con le Figurine - si vince nuovamente. L'Emilia-Romagna, del resto, sembra davvero patria di elezione per lo sport inventato nel 1895 nel Massachusetts da William Morgan. Ma è la città della Ghirlandina, sicuramente, la città italiana con la più grande tradizione. Il primo torneo si svolge nel 1922: prestissimo, se pensiamo che la Fipav si costituisce soltanto nel 1946 e che l'anno successivo viene accolta nel Coni semplicemente come "socio aderente", con diritti quindi molto limitati. A Modena invece è uno sbocciare dappertutto di squadre e squadrette: si gioca all'aperto, sull'erba o sulla terra battuta, con un solo pallone spesso da calcio, senza divise; si gioca presso quelle società eredi della grande tradizione delle Società Operaie di Mutuo Soccorso, ma anche presso le parrocchie. Con il secondo dopoguerra, da questo nucleo originario nasce e si sviluppa poi l'associazionismo sportivo delle polisportive, quasi tutte sorte per iniziativa popolare spontanea. Distribuite su tutto il territorio provinciale, esse diventano veri e propri centri di aggregazione per maschi e femmine, che si dedicano con impegno agli sport più disparati e con risultati sempre più validi. È in questo contesto che fiorisce la pallavolo modenese, che localmente diventa ben presto sport di massa e che la Panini porterà - in una diversa situazione storica e sociale - ai più alti vertici nazionali e internazionali. Ma, al di là dei risultati sportivi, sarà anche questo legame con il proprio retroterra che essa contribuirà a rinsaldare, ed è per questo che ancora oggi la Panini è ricordata da ogni modenese come un'istituzione cittadina. Nel 1946 si dà il via al primo Campionato Italiano di pallavolo: dopo un periodo iniziale, sono le squadre modenesi a collezionare undici successi consecutivi con Minelli, Villa d'Oro e Avia Pervia, la squadra allenata da Anderlini e vincitrice di cinque scudetti. Ma nel 1964 è la Ruini di Firenze a vincere e per Modena sembra iniziare un possibile declino. La nascita del Gruppo Sportivo Panini, appena due anni dopo, premia però l'entusiasmo di chi ci crede ancora e, nel giro di pochi anni, rilancia Modena ancora più in alto di prima. All'inizio, come abbiamo visto, è un semplice gesto di solidarietà sportiva, ma poi scoppia l'amore. Quello tra Giuseppe e la sua squadra sarà appassionato e tenace, condiviso in vario grado dai fratelli che, come soci della Panini, aderiscono alla sponsorizzazione. È Benito, però, quello che lo vive con la stessa intensità di Giuseppe; sembra che sia lui, nei primi tempi, il primo e più entusiasta sostenitore e infatti parecchi lo ricordano ancora, circondato e festeggiato dagli atleti, in una convivenza quasi quotidiana di piccoli e grandi problemi, lui piccolino tra quegli spilungoni di due metri. "Benito è stato l'iniziatore di tante cose, anche della pallavolo, e Giuseppe ne è stato il continuatore-realizzatore. Della pallavolo Benito cominciò a interessarsi probabilmente perché era amico di Anderlini, che allora aveva l'Avia Pervia e abitava vicino a casa nostra", ricordano Veronica ed Edda. Veramente si parla di sponsorizzazione ma bisogna ricordare che siamo ancora in fase pionieristica: "All'inizio eravamo noi stesse a fare le maglie per i giocatori e poi le lavavamo anche, perché non avevano i soldi per portarle in lavanderia", dicono ancora le due sorelle Panini. I giocatori vengono ripagati soprattutto con tanta soddisfazione morale. Sono giocatori che si chiamano Nannini, Morandi, Sibani, Giovenzana, Dall'Olio, Montorsi, Goldoni, Musil, quelli che nel giro di pochi anni diventano la storia della pallavolo. Sono la prima formazione storica della Panini Volley, la formazione di Franco Anderlini. Anderlini (che morirà poi in un incidente automobilistico nel 1984) è un po' come Giuseppe: stessa tempra, stessa passionalità, stessa grinta. Mette su una squadra ovviamente con una testa, ma soprattutto con un cuore. I suoi "time out" servono per spronare gli atleti, per fare iniezioni di carica agonistica, non per suggerire eventuali modifiche tecniche. Il vero schema di gioco è il piacere di giocare e di far giocare: per Anderlini, per Giuseppe e per tutti i ragazzi in campo. Questo, allora, voleva dire pallavolo. E alla sera, dopo le partite vincenti, a tirar tardi fino alle cinque del mattino, davanti al Bar "Nuovo Fiore", con le barzellette grasse e sporche di Giuseppe, che fanno rotolare gli atleti sotto i tavolini ancora più delle schiacciate degli avversari. Giuseppe non si intromette però nella vita atletica: va in palestra, guarda, ma non vuole interferire. È presente con la sua passione, soprattutto, e questo lo si sente: Panini e Anderlini, il collante di una squadra indistruttibile. Non di giganti, come uno potrebbe credere: sono "piccolini", i nostri, intorno all'1,90 o poco più, è quella che viene definita una squadra "leggera". Ma hanno la marcia in più. "La parte umana era importante tanto quanto quella tecnica", dice Roberto Morandi, che dopo l'esperienza sportiva è stato anche responsabile del Centro elaborazione dati della Panini (fu uno dei dieci dirigenti che diede le dimissioni all'epoca di Bales). "Avevamo uno spirito di gruppo formidabile. Le nostre schiacciate a volte erano magari imperfette, ma cariche come più non era possibile. Finivamo sempre sudati fradici, però con un flusso di energia ancora straordinario. È stato molto bello". Ma questo idillio che sembra perpetuo a un certo punto pare spezzarsi. Si va incontro ad alcuni anni di amare delusioni, le cui cause sono molteplici ma con un divisore comune: i tempi stanno cambiando e anche in questo caso Giuseppe Panini lo capisce. Non è più sufficiente una dirigenza entusiasta ed economicamente disponibile, adesso bisogna fare un salto di mentalità. E come già nelle figurine, dove si era passati dalla zangola all'industria, adesso bisogna passare al professionismo. Giuseppe ristruttura radicalmente il gruppo che, dopo alcuni risultati prestigiosi anche se sporadici, ritrova compattezza e competitività a partire dal 1985 sotto la guida dell'argentino Julio Velasco, scoperto dallo stesso Giuseppe Panini. Sono 4 gli scudetti consecutivi, oltre a 4 Coppe Italia e a 1 Coppa delle Coppe, tanto che si parla di questi anni come dell'"età dell'oro". E questa è la seconda squadra, quella di Bertoli, Cantagalli, Lucchetta, Bernardi, Vullo, Martinez, Quiroga: altri nomi della storia della pallavolo. Come Anderlini era cuore e passione, così adesso Velasco è cervello e razionalità: le due anime della Panini si fondono in una storia sola, al passo con i tempi. Magica pallavolo, magica Panini... A Modena sorge un nuovo e bellissimo Palazzo dello Sport, che Giuseppe ha caparbiamente sostenuto e che gli verrà intitolato dopo la morte. L'entusiasmo popolare è alle stelle. Ma i tempi stanno nuovamente cambiando, non è vero, Giuseppe? E questa volta non ci sarà più né il tempo né il modo per cavalcarli... Domenica 27 maggio 1990 il Consiglio federale rigetta tutte le istanze della Lega in materia di tesseramento, parametri e svincolo. In questo modo il rapporto tra giocatore e società diventa soltanto un rapporto economico. Ed è anche il momento in cui entrano in campo i grandi gruppi industriali italiani, dalle risorse finanziarie pressoché illimitate. Per Giuseppe è una battaglia impari. A pochi mesi dalla conquista del quarto scudetto consecutivo e della Coppa dei Campioni, quasi tutti i giocatori se ne vanno, allettati da ingaggi diventati all'improvviso miliardari: Bertoli e Lucchetta alla Mediolanum Milano, Vullo al Messaggero Ravenna, Bernardi e Cantagalli alla Sisley Treviso. Se n'erano già andati anche Velasco e l'eccellente direttore sportivo Aristo Isola. Dal 1989 la squadra ha anche già cambiato nome: si chiama "Philips", adesso, come lo sponsor a cui Giuseppe ha dovuto far ricorso per quei soldi che prima non erano mai stati un problema e che ora sembra non debbano bastare mai. La Panini non esiste più. Giuseppe se l'è vista sfuggire dalle mani, dopo 24 anni, senza poter far nulla per trattenerla. Pezzo dopo pezzo, ha perso tutti i suoi gioielli. "Andammo a cena una sera in un ristorante modenese, dove ci incontrammo con i rappresentanti di quelle nuove squadre miliardarie", racconta Enzo Vignoli, allenatore della squadra modenese Villa d'Oro (con la quale vinse diversi titoli nazionali e internazionali nell'epoca pre-Panini). "Giuseppe gliene disse di tutti i colori, che erano degli squali, che lo rovinavano prendendogli tutti i giocatori migliori... Era arrabbiatissimo. Si trattava di una riunione molto importante, praticamente per decidere le sorti della pallavolo italiana, dove lui allora era il più forte. Ci conoscevamo tutti. Mi ricordo che l'allenatore del Ravenna cercò di spiegare: "Che cosa dovrei fare? Lo sai, Giuseppe, che io non ho mai avuto un soldo, e adesso me ne hanno dati tanti...". Un altro, quello di Milano, diceva più o meno la stessa cosa: "A me hanno dato degli assegni in bianco e mi hanno detto: "Spendi quello che vuoi, ma metti su una squadra che vinca lo scudetto". E io, che cosa avrei dovuto fare? Ho cominciato a contattare i migliori". Stesse parole anche per quello di Treviso. Anche Giuseppe, però, si era comportato allo stesso modo nei confronti della nostra squadra della Villa d'Oro, nei primi anni, quando la Panini ci contattava i nostri numeri uno e ce li portava via, magari con il miraggio di uno scooter. Sibani, per esempio, proveniva dalle nostre fila. Noi non avevamo una lira, la nostra era un'attività del tutto gratuita, quindi non potevamo trattenere i ragazzi in alcun modo. E poi, essendo scesi dalla serie A in serie B, eravamo diventati come dei satelliti; lui guardava molto alla nostra società per poter attingere i migliori. È vero anche, però, che la Panini creava poi un tale giro intorno alla pallavolo modenese che finivamo per guadagnarci tutti, se non altro in termini di alta qualità tecnico-sportiva. I primi anni c'erano "vivai" dappertutto, con uno scambio continuo di giocatori, anche perché sostanzialmente si giocava per divertirsi. Da noi spesso venivano Morandi e Dall'Olio, a giocare sul nostro campo quando la Panini era ferma. Con Giuseppe avevamo creato la Lega Pallavolo - di cui era stato nominato presidente - in opposizione alla Federazione che rappresentava un po' il "governo" istituzionale. Per questo motivo ci frequentavamo spesso e discutevamo di regolamenti, comportamenti, sponsor. La squadra, e la pallavolo in genere, con Giuseppe diventò professionale prima ancora che professionistica, forse anche perché lui poteva spendere; noi invece, per il motivo opposto, eravamo professionali ma non professionisti... Certo che lui fu davvero lungimirante. La sua fu una grande intuizione rispetto ai tempi: capire - nel 1966! - che la squadra poteva essere un veicolo pubblicitario per la sua azienda. Credo che sia stata la prima volta in Italia che si sia creato il collegamento fra un'azienda e una squadra che ne assunse il nome e che non era ad essa esterna, ma con la sede nella stessa città. E ha sempre pagato di tasca propria. In tutti i campi: sul lavoro, nella pallavolo, in politica, in tutto quello che ha fatto... Rischiava, ma pagava di persona. Indubbiamente la squadra ha fatto una bella pubblicità alle Figurine Panini, ma poi ha finito per assumere uno spazio e un risalto propri. E poi a Giuseppe, a parte questo, era venuta quasi subito la passione sportiva. Fu anche per questo che non si arrese". Sì, Giuseppe non si arrende, anche se adesso non è più la pallavolo provinciale a misura d'uomo; il gioco si è fatto pesante e, soprattutto, costoso. Proprio come il basket e il calcio. E proprio come quelle figurine troppo moderne, dove forse Giuseppe non si ritrova più, preferendo rispecchiarsi in quelle più antiche. Prima era il più grande, adesso è uno dei tanti piccoli. Ma il vecchio leone sfodera un'ultima zampata, di cui forse molti dubitavano. Accetta la sfida, nei limiti del possibile. La scelta è tra chiudere la squadra o andare avanti con dignità. Giuseppe sceglie quest'ultima soluzione. Con i miliardi della vendita forzata di tutti i suoi giocatori titolari ricostruisce un'altra squadra: certo non uguale alla precedente, ma non da buttar via. "Un altro forse l'avrebbe venduta, ma lui volle tenerla. E alla fine si considerava anche vincitore, perché alcuni di quei grandi industriali con i quali si era dovuto misurare avevano ceduto quasi subito, mentre invece la sua squadra c'era ancora", continua Vignoli. Trova anche un nuovo sponsor in sostituzione della Philips. È l'Istituto bancario Carimonte di Modena; "gente della nostra città", dice Giuseppe "con la quale potremo intenderci bene". Il contratto di sponsorizzazione dura però soltanto un anno, un anno in cui si raggiunge uno dei risultati peggiori: l'eliminazione al primo turno dei Play off. Ma arriva un tecnico in gamba, i giocatori sono validi, si prospetta comunque un rilancio in grande stile. Si parla del Centro Tf di Cesare Ragazzi come nuovo sponsor, ma poi salta tutto. Si parla anche di una ditta di abbigliamento americana: nulla. Così, alla fine, stavolta la conclusione è davvero una sola: cedere. Sembra per 5 miliardi, che è proprio poco per un pezzo così glorioso e ancora valido; in realtà si può scendere ben sotto questa cifra. Per quanto riguarda la stagione 1993, Giuseppe sborsa ancora di tasca propria; poi però, dice senza più incertezze, Panini addio. È una crisi spaventosa e irrimediabile, per la pallavolo di Giuseppe Panini. "Ragazzi, non c'è più una lira. Potremo pagare gli stipendi solo vendendo i giocatori", comunica ai propri atleti, pur esortandoli a riscattarsi dalle meschine figure degli ultimi tempi. "Il fatto che non ci siano i soldi per pagarvi non vi autorizza a fare le figuracce che state facendo. Mi vergogno, a momenti, di vedere accostato il nome Panini a quello della squadra", va giù pari il vecchio leone. Chissà che dispiacere, povero Giuseppe. C'era chi aveva detto che il suo cuore era fatto a forma di pallone. E lui non aveva esitato a metterlo a repentaglio, già gravemente ammalato, pur di partecipare a quella finale da cardiopalmo ad Amstelveen, nel 1990, per la Coppa dei Campioni. Ma adesso vendere è l'unica soluzione, almeno per salvare la squadra. "E così l'ha venduta a Vandelli", conclude Vignoli. "Forse si era anche stancato, e poi non ce la faceva più e non soltanto finanziariamente, era malato; e non era più proprietario dell'azienda, non aveva più senso tenere una squadra, oltretutto con quello che costa. Prima di vendere a Vandelli si preoccupò di assicurarsi che egli ne garantisse la permanenza a Modena, là dove era nata e dove lui l'aveva fatta crescere". "È una scelta maturata nel tempo", disse lo stesso Giuseppe in quei giorni neppur tanto lontani. "Una scelta che medito da quella drammatica estate del 1990, quando ho capito che qualcosa stava cambiando, che forse non c'era più spazio per gente come me. So di aver fatto la cosa più giusta. Non si può più andare avanti soltanto con la passione, ci vogliono i soldi e anche tanti. È per questo semplice motivo che ho chiesto l'aiuto di un'altra persona, di una ditta che mi possa aiutare, che trovi vantaggio a livello d'immagine nell'accaparrarsi questo gravoso peso. È finito il tempo dei poeti nella pallavolo". Già. Parte Terza 21. Un Museo unico al mondo Ci sono appartamenti dove abita uno solo oppure dove abitano in due o tre, cinque, dieci, anche di più; ma lì ci abitano addirittura in... cinquecentomila! Sono le "inquiline" del Museo della Figurina già di proprietà di Giuseppe Panini, da lui donato alla città di Modena. Anche l'appartamento è di proprietà di Giuseppe; vi diede ospitalità ai suoi pezzi quando essi furono evacuati dall'azienda dopo la donazione al Comune di Modena, che tuttora paga un affitto (agevolato) in attesa di trovare finalmente una sede più idonea anche alla fruizione pubblica. Al momento, quindi, il feroce Saladino riposa protetto in un cassetto dentro l'ampio salone doppio, una delle camere da letto accoglie i computer necessari per informatizzare tutti i dati che due studiose stanno pazientemente desumendo, un'altra stanza - la camera dei giochi dei ragazzi? - è colma di libri e riviste di molto difficile reperimento, tutti sull'argomento figurina. Ma quell'appartamento ha una particolarità unica, che gli altri appartamenti del medesimo modernissimo condominio non possiedono: cinquecentomila finestre sul mondo. Perché ogni figurina è un occhio non solo su quello che ci circonda e che ci ha circondato, ma anche sui sogni e i desideri di chi - attraverso quel rettangolo colorato - ha scelto, almeno per un attimo, di fermarsi a guardare. Quelle del Museo della Figurina, inquilino bizzarro unico al mondo, sono tutte figurine storiche, antecedenti alla Figurina Panini, che qui non compare. Sono figurine di altri, che Giuseppe a un certo punto della sua vita - forse intorno agli anni '80, forse del tutto casualmente, può anche darsi su suggerimento di qualcun altro - ha cominciato a raccogliere. In un certo senso questo è un passaggio quasi obbligato per qualsiasi industriale che, dopo aver inventato un prodotto, ne trova dei precedenti che gli sembrano più culturali, più belli, con un'artigianalità diversa, che lo spingono a farsi la grande collezione (anche perché ne ha le possibilità economiche). In questo modo il cerchio si stringe, facendogli sentire il suo prodotto industriale - che ha piena dignità, ma che di fatto è un prodotto di consumo - più "alto", più di prestigio, più giustificato al di là della logica del profitto, più degno agli occhi del mondo. Molti musei centrati su di un oggetto specifico sono nati probabilmente in quest'ottica, come musei aziendali a supporto di una concezione industriale individuale particolarmente sensibile. Ma Giuseppe Panini ha fatto qualcosa, anzi, molto di più: dopo aver affermato la figurina come prodotto industriale, ne ha capito il valore intrinseco costruendoci attorno un museo, estrinsecandola come oggetto in sé con tutte le sue valenze di valorizzazione, come oggetto così socialmente significativo da avere una propria incisività separata. Si tratta di due intuizioni geniali con le quali Giuseppe Panini ha anticipato il mondo intero, due intuizioni profonde e particolari che non sono comuni neppure nelle persone che pure si applicano all'industria, all'arte o agli studi culturali. Lui ha saputo conglobare tutti questi aspetti apparentemente antitetici; e l'ha fatto da solo, da autodidatta, seguendo soltanto la forza del proprio istinto e creando in parallelo, strada facendo, gli strumenti per la realizzazione della sintesi. Perché è vero che la figurina esisteva già: c'era il prodotto, anche se con finalità diverse; c'erano gli editori, che poi sono diventati concorrenti e che, soprattutto fuori d'Italia (anche se lui all'inizio non ne era neppure a conoscenza), non erano neanche tanto piccoli e irrilevanti; c'era l'album con la figurina che si incollava; c'era già il collezionismo. L'idea di partenza di Giuseppe Panini, presto confortata dai primi risultati, è stata quella che si potesse creare qualcosa di più consistente, cioè che si potesse passare da un'attività molto marginale - di editori che probabilmente avevano anche altre produzioni concomitanti, quasi artigiani-cartolai - a un'attività di tipo diverso, che forse lui non pensava neanche che sarebbe potuta diventare un'industria ma che comunque già conteneva in sé il riconoscimento delle potenzialità, la prospettiva del superamento dei limiti fino allora implicitamente stabiliti. Ha capito che la figurina poteva essere non "un di più" ma il soggetto-oggetto di se stessa; non finalizzata a un mercato collaterale ma protagonista di un mercato specifico. Esistendo già la figurina e la sua vendita, Giuseppe Panini il meccanismo lo conosceva, tant'è vero che ha iniziato vendendo raccolte di altri, invendute. E, se può essere vero che in un primo tempo non si sia neppure reso conto di dove potesse portare la cosa (ma ne siamo sicuri?), è senz'altro vero però che l'ha capito immediatamente dopo. I risultati ottenuti gli hanno subito aperto gli occhi, convincendolo che - con un'organizzazione più idonea, sia pure con connotati artigianali-familiari, ma comunque più sicura e più completa - avrebbe potuto sviluppare il filone sempre di più, anche fidando nella propria energia e intelligenza. Un altro infatti si sarebbe probabilmente fermato ai primi successi, accontentandosi. Ma Giuseppe Panini aveva un intuito penetrante e lungimirante, e aveva il piacere e il gusto di fare. Oltretutto, per estrazione sociale, per storia familiare, era abituato a lavorare sodo, in prima persona. Non solo non si è tirato indietro di fronte alla propria occasione, ma l'ha affrontata a testa alta, con coraggio, entusiasmo, fiducia e lucidità, e l'ha seguita fin dove è potuto arrivare. Si è trattato poi di convincere i familiari che questo "qualcosa" che al momento solo lui aveva visto era un qualcosa che valeva la pena di continuare, anche con sforzi organizzativi e con investimenti. E la famiglia ha capito. Così lui ha affinato le proprie convinzioni, credendoci sempre di più. Il cammino in realtà è stato lunghissimo, anche se si è svolto in un arco di tempo relativamente breve; è consistito più che altro in un lungo percorso mentale, che però lui ha saputo compiere in tempi rapidi, come richiesto e consentito dalle circostanze e dal momento storico. La seconda intuizione, quella della figurina come entità di valore assoluto, è cresciuta con il consolidarsi dei successi conseguenti alla prima. Giuseppe Panini, già collezionista per natura, comincia probabilmente a raccogliere figurine per caso, sull'onda dell'occasione. Succede, come detto prima, intorno agli anni '80. In quel periodo la Panini ha già rapporti internazionali e sedi all'estero; può darsi che qualcuno gli proponga un primo acquisto, di una raccolta o di qualche serie, forse anche soltanto che gliela faccia vedere per curiosità. Lui si trova così per le mani il prodotto d'epoca, la figurina "vecchia", che per altro già conosceva ma più come articolo commerciale, come fatto di costume condiviso da quelli della sua generazione che non come interesse personale specifico. Adesso è una cosa diversa: si imbatte nelle cromolitografie e capisce che sono figurine. Può sembrare una banalità ma non lo è affatto, perché le figurine hanno una tale diversità tipologica per cui a volte è davvero difficile riconoscerle, soprattutto quando sono d'epoca. Giuseppe Panini, che lavora nelle figurine moderne, scopre o riscopre quelle antiche, le riconosce, ne fiuta i legami tra le une e le altre, gli si spalanca davanti la dimensione del bello oltre che quella dell'utile: e decide di far partecipe il mondo intero della sua scoperta, mettendo a disposizione di tutti le figurine, che da quel momento in poi andrà pazientemente e scientemente collezionando, attraverso l'istituzione di un museo. Un museo che è primo, e per ora, unico al mondo; anche se non mancano, ovviamente, importanti raccolte pubbliche, come quelle di Parigi, Berlino e Londra, che però sono branche di musei già esistenti. Ma il Museo della Figurina di Giuseppe Panini comprende non soltanto cinquecentomila preziosissime figurine, bensì anche la solitudine dell'uomo, l'incomprensione che tuttora avvolge la sua intuizione. È, al momento, un'occasione mancata, una delle tante che il mondo getta via o, tutt'al più, si limita ad accantonare, nell'impossibilità di seguire - coi suoi passettini stanchi e incerti - il volo di una fantasia libera e ardita. Questo Museo nasce e si evolve, sia affettivamente che materialmente, in modo non dissimile da una qualunque collezione privata: lui accumula e, quando ha un minimo di tempo, cerca di capirci qualcosa. Impresa difficilissima per non dire impossibile, perché mancano i punti di riferimento: non ci sono studi, non ci sono cataloghi, non ci sono esperti riconosciuti, non c'è - più che altro - il riconoscimento della figurina. Qualcuno gli fa il nome di Lucilla De Magistris, anche lei collezionista e, soprattutto, un'autorità in materia, nell'ambito della ristretta cerchia degli appassionati del settore. Giuseppe Panini va a Milano per conoscerla, e sarà un incontro determinante. Lei lo mette sulla strada giusta e lui, in modo informale, ne fa la propria consulente per la sistemazione delle raccolte, che già stanno diventando molto corpose. Ma ci vuole un punto di riferimento locale, qualcuno che sposi la causa della figurina storica, che se ne faccia carico con altrettanta passione ed energia. La scelta cade su Enrica Manenti, una modenese già in contatto con i Panini per i quali - all'interno della Divisione Libri - aveva curato le trascrizioni di antiche cronache locali. Enrica Manenti è infatti bibliotecaria-archivista, non sa niente di figurine, non le ha mai viste, tanto meno quelle di cui dovrebbe occuparsi. Giuseppe Panini però, come sempre, sa di non essersi sbagliato: quella è la persona che fa per lui. E, come sempre, riesce a portarla dalla propria parte. Così, nel 1981, Enrica lascia l'incarico di bibliotecaria in un paese della Bassa modenese e assume la direzione di un museo che ancora non esiste. Ci sono soltanto tre stanze, nell'azienda di Via Emilio Po, con moltissimo materiale tutto da studiare e da sistemare. "Mi sono letteralmente arrangiata come ho potuto, con l'aiuto insostituibile di Lucilla De Magistris, che mi ha instradata in tutto", racconta Enrica Manenti. "Il fatto è che mancava quasi totalmente qualsiasi documentazione relativa alla figurina: un po' perché era andata perduta in vario modo (dispersa o distrutta nel corso del tempo), un po' perché la figurina è sempre stata considerata, fin dall'inizio, un prodotto marginale e, di conseguenza, scarsamente degno di conservazione e considerazione. Le piccole industrie, le litografie e le tipo-litografie che avevano prodotto le figurine - e anche in maniera molto considerevole, perché era un'attività remunerativa - non l'avevano mai fatto in esclusiva, per cui la documentazione di questo singolo aspetto (slegata dal contesto della loro produzione complessiva, già di per sé problematica e assai carente) diventava ancora più difficile. In mancanza di documentazione, infatti, è pressoché impossibile non solo farsi un'idea di una raccolta ma anche capire che parte essa sia dell'intero. Uno degli scopi prioritari del costituendo Museo fu appunto la produzione di cataloghi e di libri, indispensabili per dare una base al nostro lavoro. Di cataloghi ne facemmo circa una ventina. Veramente li fece tutti Lucilla De Magistris: era lei l'unica, vera esperta. L'importanza della De Magistris è stata fondamentale ed è un vero peccato che il mondo della cultura ufficiale non le tributi i riconoscimenti che merita. I primi sette od otto furono veri e propri "cataloghi grigi", cioè praticamente delle dispense in bianco e nero battute a macchina e fotocopiate in numero ridottissimo, distribuite a mano fra i pochi "intimi" dell'argomento. Fotocopiate erano pure le figurine in essi riprodotte come esempi nel testo. Dei primi ne facemmo addirittura, credo, soltanto cinque copie: per Lucilla, per Giuseppe, per il Museo, per il collezionista Warthon Tyler (quello che poi donò la sua altrettanto ricca collezione al British Museum di Londra) e per un altro collezionista o, al massimo, per altri due o tre. Mi sembra di ricordare che per il primo fosse poi necessario ricorrere a una... ristampa, sempre in fotocopia: forse di altre cinque copie... Eppure anche e soprattutto questi cataloghi si rivelarono utilissimi. Essi diedero fiducia e strumenti cognitivi pure ad altri collezionisti che poi ci contattarono, allargando un po' il giro, tanto che i cataloghi successivi arrivarono, sempre col solito sistema preprint, addirittura a una cinquantina di copie. Essi servirono anche per far progredire scientificamente il Museo che, nel giro di breve tempo, diventò punto di riferimento nazionale e internazionale. In seguito stampammo, come Edizioni Panini, tre libri (oggi fuori commercio) che nacquero da alcune nostre iniziative e che costituiscono a tutt'oggi, insieme con pochi altri contributi, gli unici materiali italiani esistenti sulla figurina (curiosamente, oltretutto, fu proprio un modenese, Giuseppe Garuti, disegnatore e anch'egli collezionista di figurine Liebig, a pubblicare nel lontano 1887 - sempre, anche in quel caso, per un piccolo circuito di amici collezionisti - quello che può essere considerato il primo catalogo della Liebig). All'interno del Museo svolgevamo anche uno specifico lavoro didattico per le scolaresche che venivano in visita all'azienda, approntando inoltre materiali illustrativi e allestendo una speciale auletta dove i ragazzi potevano sperimentare alcune tecniche. Però, nonostante la mole e la costanza del lavoro, nonostante avessimo sviluppato - pur essendo ancora un museo privato aziendale - un'attività capillare e una rete di rapporti che ci aveva portato non solo a partecipare ma anche a organizzare convegni di alto livello qualitativo, nonostante avessimo pubblicato cataloghi e pure qualche libro, l'idea che potesse esistere un Museo della Figurina, e che la figurina potesse essere meritevole di studi specifici, e persino a livello interdisciplinare, era una cosa assurda ancora in quegli anni '80: sembrava veramente il desiderio di una persona, il sogno personale di Giuseppe Panini. E ancora adesso, che sono passati quasi vent'anni, non ci si rende conto della valenza e del valore di queste figurine, anche nel loro passaggio da oggetto puramente decorativo a oggetto consumistico; l'argomento non è ancora stato affrontato con la serietà e l'importanza che merita. Qualcuno continua disperatamente a farlo, ma... Insomma, Giuseppe Panini era veramente partito con un'idea tanto geniale quanto fuori dal mondo. Io stessa", continua la Manenti "inizialmente pensavo che la figurina non meritasse tutto questo interessamento. Poi invece ho capito che non era così, e che era anche molto complessa da trattare, con ricerche che possono durare mesi e mesi senza approdare a nulla, finché non si trova il bandolo della matassa. Ma come Giuseppe Panini avesse potuto capire così in anticipo il valore e il significato culturale della figurina è una cosa che ancora mi meraviglia. Non vorrei sbagliarmi ma, se ben ricordo, lui stesso mi parlò di quello che forse fu il suo primo acquisto. Doveva trattarsi di una partita di figurine sfuse, quelle con i soliti soggetti: fiori, animali, scenette... Le aveva trovate, come giacenze, in una litografia di Milano di proprietà di un certo Nannina, che produceva soprattutto oggetti di cartoleria. Mi ricordo di avervi visto, io stessa, maschere di Carnevale in cartone. Questo Nannina non riusciva a vendere le figurine che aveva perché, sostanzialmente, non riusciva a veicolarle in modo adeguato ai nuovi tempi; ormai la figurina sfusa, l'immagine da sola, in sé e per sé non interessava più a nessuno. Giuseppe Panini comprò queste figurine, credo per inserirle in quelle buste-sorpresa che vendeva attraverso l'edicola e il magazzino di distribuzione che aveva con i familiari. L'esperimento riuscì in parte; gli diede però la possibilità di riflettere sull'oggetto "figurina" e di trarne qualche considerazione. Infatti, quando ebbe occasione di ritornare a Milano, andò da Nannina, a dargli quei buoni consigli per la vendita delle figurine che l'altro non solo non aveva richiesto ma che non desiderava neppure avere, anche perché quelle giacenze evidentemente lo infastidivano non poco. Così Giuseppe, volente o nolente, fu costretto a tenersi le proprie osservazioni migliorative che poi, evidentemente, sfruttò in seguito a proprio vantaggio. Successivamente Nannina, dopo aver ridotto la produzione ai soli articoli di cartoleria, arrivò alla chiusura. Giuseppe Panini, quando già era famoso ed affermato, ne incontrò l'ultima erede, che gli disse: "Eh, aveva ragione lei! Se le avesse dato retta, allora...", gli disse con rammarico". Il Museo è stato aperto ufficialmente nel 1985 e chiuso nel 1992, quando è stato donato al Comune di Modena. Comprende oltre 500.000 pezzi stampati in tutto il mondo, datati dalla seconda metà dell'Ottocento - che fu appunto il periodo d'inizio - a oggi. Tra di essi rientrano anche diverse raccolte di "carte povere" imparentate con le figurine per determinati aspetti che possono essere la grafica, la funzione o l'epoca (bolli chiudilettera - ce ne sono circa 60.000 -, menù, calendarietti da barbiere, etichette d'albergo, immagini ritagliate da scatole di fiammiferi, carte per confezione e caramelle...). Nucleo del Museo è la collezione di oltre 50.000 figurine Liebig, la più completa al mondo non solo per la quantità ma soprattutto per la qualità (è nata dalla fusione delle due più importanti collezioni italiane di Liebig: la Belloni e la Casnedi); insieme ai pezzi stampati, infatti, Giuseppe Panini aveva raccolto bozzetti originali, progressive, prove di stampa, "fogli di macchina". C'è anche una bella collezione di pietre litografiche. La donazione al Comune di Comune, fatta congiuntamente da Giuseppe Panini e dalla Panini S.r.l. (in quel periodo ancora di proprietà di Robert Maxwell), risale all'estate del 1992. Prima di arrivare alla donazione congiunta ci fu però qualche forte motivo di contenziosità tra Giuseppe Panini e Robert Maxwell: ognuno rivendicava a sé la proprietà del Museo. Questa ed altre burrascose vicende del passaggio di proprietà fecero temere per le sorti del Museo al punto da indurre la competente Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Modena e di Reggio Emilia, diretta dalla dottoressa Jadranka Bentini, a un'azione di tutela che si è espressa infine nel vincolo decretato il 2 aprile 1992 dal ministro per i Beni Culturali e Ambientali. Il vincolo, se ha salvato la collezione da eventuali tentazioni più o meno volontarie di vendita o dispersione, ha però creato un ostacolo non da poco alla fruizione pubblica: bisogna infatti, secondo quanto da esso prescritto, inventariare e riprodurre con mezzi fotografici e informatici tutto questo enorme patrimonio, una figurina alla volta. Lavoro che, ovviamente, Giuseppe Panini non aveva ancora fatto, un po' perché non ne aveva mai avuto la necessità e un po' perché ci vuole personale specializzato - in numero che dovrebbe essere senz'altro superiore a quello delle due dottoresse in lettere attualmente a disposizione, Paola Basile e Maria Giovanna Battistini - addetto soltanto a questo lavoro, per anni e anni. Il Museo quindi è stato praticamente messo sotto chiave, in attesa che l'inventario venga completato; ovvero, addio figurine, chissà fino a quando. "Il risultato è stata la paralisi totale", commenta Antonio Panini, il figlio primogenito di Giuseppe. "Non si può, per esempio, partecipare a una mostra a tema neppure con poche centinaia di pezzi, perché prima bisogna avere l'autorizzazione - con una valanga di prescrizioni - da Roma e, nel frattempo, la mostra è già stata allestita, visitata e smontata. Giuseppe si arrabbiava moltissimo per questo. Ha difeso il suo Museo fino all'ultimo, dandosi da fare come poteva, anche quando il suo ruolo era ormai soltanto quello di "rappresentante" di un bene che non gli apparteneva più". "L'inventario imposto dalla Soprintendenza fu necessario, anche perché altrimenti non si sapeva neppure che cosa vincolare. Ce ne occupammo noi stessi, inizialmente; fu un lavoro che, soltanto come ricognizione-conteggio sommario, ci portò via un annetto", aggiunge l'ex-direttrice del Museo, Enrica Manenti. "Lo facemmo sotto la guida di Maria Goldoni, una funzionaria della Soprintendenza esperta in stampe popolari. Poi tutto il materiale, a seguito della donazione, fu portato fuori dall'azienda di Via Emilio Po e trasferito nella sede provvisoria dove si trova attualmente. Lì, sotto la supervisione dell'Istituto Regionale ai Beni Culturali, l'inventario fu completato nel giro di un altro anno con l'inserimento di materiali, alcuni dei quali di proprietà personale di Giuseppe Panini, che in precedenza non erano stati considerati; e finalmente si diede inizio all'immane lavoro di catalogazione, tuttora in corso". "La donazione fu determinata anche dai rischi che il Museo stava correndo; mio padre aveva paura che potesse andare venduto o disperso in conseguenza dei passaggi di proprietà", prosegue ancora Antonio. "Anche la stessa donazione fu un po' problematica. Quando venne venduta l'azienda a Maxwell, tra lui e mio padre scoppiò una discussione perché Maxwell rivendicò il diritto alla proprietà anche sul Museo, mentre Giuseppe voleva portarlo fuori dall'azienda, in quanto di sua proprietà personale. Si giunse a un compromesso tutto sommato elegante e diplomatico; Giuseppe Panini e la Panini Figurine (cioè Maxwell) donarono il Museo della Figurina al Comune di Modena. La Panini Figurine comunque si tenne il diritto di riproduzione in quanto casa editrice. Dopo la donazione il Museo dovette naturalmente abbandonare le stanze all'interno dell'azienda dove era sempre stato ospitato fin dal momento della sua nascita; fu mio padre stesso che, per conto del Comune, gli trovò una sede più o meno idonea. Mise cioè a disposizione un appartamento, quello in cui si trova ancora oggi, in uno stabile di sua proprietà, chiedendo al Comune un semplice affitto piuttosto conveniente. Il Museo passò sotto il controllo diretto della Galleria Civica di Modena, da cui dipende tuttora. Lo stesso Comune stipendia le due persone specializzate addette alla catalogazione. Da allora nient'altro è stato fatto. A tutt'oggi, e sono già passati quasi nove anni, il Museo non ha una sede definitiva perché quella provvisoria attuale, oltre a non essere adatta perché priva di spazi espositivi, non risponde alle norme di sicurezza relative all'apertura al pubblico (per questo motivo è visitabile solo su prenotazione e soltanto per motivi di studio o consultazione). È vero che ne era stata proposta una, e poi un'altra... ma è finito tutto in un nulla di fatto", conclude amaramente il figlio di Giuseppe. "Sono però convinto che mio padre abbia fatto la cosa giusta, almeno a livello ideale: lui voleva che il Museo fosse della città. Temeva che potesse andare perduto e, a parte tutte le vicissitudini della proprietà, anche qualcuno della nostra famiglia, teoricamente, un domani avrebbe potuto venderlo. Oltretutto in quel periodo c'erano tanti giapponesi che si stavano comprando collezioni e opere d'arte di ogni genere in tutto il mondo. Non poteva rischiare. Questo è stato il modo che allora gli è sembrato il migliore per salvare il Museo regalandolo contemporaneamente alla città. Certo che forse si sarebbe aspettato qualcosa di più e di diverso. Infatti, memore di questa deludente esperienza, con le altre collezioni - che pure ha lasciato in modo da favorire sempre una fruizione pubblica - si è orientato e tutelato diversamente, mediante un'Associazione che porta il suo nome". "Probabilmente la donazione non è stata capita", commenta la Manenti "e, soprattutto, non è stato capito l'oggetto. E non solo a Modena ma in nessun'altra parte d'Italia, anche se l'importanza di questa collezione è ufficialmente riconosciuta - tant'è vero che credo che la Regione abbia dato un contributo finanziario alla sua catalogazione - e anche se il personale che ne occupa è molto competente. Torniamo al discorso iniziale: la figurina rimane una realtà sconosciuta nei suoi molteplici valori e valenze. È un ritardo culturale soprattutto italiano, però, anche se - grazie a Giuseppe Panini - siamo proprio noi a possedere la più grande e ricca collezione al mondo. All'estero, infatti, benché la figurina raramente abbia un proprio spazio autonomo, tuttavia viene valorizzata nel contesto dei musei e delle raccolte di cultura popolare, alle quali si attribuisce molto valore anche a livello di rappresentatività delle culture nazionali. Da noi, purtroppo, non è così. Siamo immersi, a questo proposito, in un'ignoranza pressoché totale alla quale è difficile sottrarsi con le poche forze individuali a disposizione. Mi ricordo che noi stessi, quando aprimmo il Museo, ci chiedemmo: "Ma che tipo di museo è? Di cultura popolare, d'arte, di pubblicità, di grafica?...". Non per amor della classificazione a tutti i costi, ma perché saperci collocare ci avrebbe permesso anche di sapere come muoverci. Questo per dire l'immaturità culturale di cui soffrivamo noi stessi che ne eravamo i referenti principali. Tutto sommato, è una domanda che ancora oggi non ha trovato risposta. Se, per esempio, si dovesse chiedere una consulenza o ci fosse bisogno di un restauro, a chi ci si dovrebbe rivolgere? È un vero peccato che il Museo sia stato chiuso e che non abbia ancora riaperto, perché funzionava, aveva rapporti internazionali, una biblioteca specializzata; si riusciva a fare una gran quantità di cose, si continuava a fare acquisizioni; era sì un piccolo Museo (piccolo come struttura, non certo come materiali) ma con una grande articolazione di servizi, autosufficiente e molto interessante. Mancava solo un apporto scientifico-istituzionale che ci permettesse di approfondire il lavoro scientifico. A me è stato chiesto anche dal Comune di continuare, ma non me la sono più sentita. Ho preferito tornare al mio lavoro originario; ormai tutto stava interrompendosi, disgregandosi, e questo fin dal momento della vendita dell'azienda. Ogni mese, ogni anno che passa, però, diventa più difficile ricostruire, ricreare i contatti, i rapporti umani e professionali. Mi risulta che negli ultimi anni Giuseppe Panini si lamentasse di questo stato di cose, anche perché era una persona molto franca, che diceva quello che pensava. Era dispiaciuto. Per lui volere era potere; era abituato ad agire, quando doveva fare qualcosa era impaziente di passare all'azione, faceva, brigava, scaravoltava, cambiava, spostava... era un uomo con una capacità decisionale, sia intellettuale che operativa, talmente forte da far molta fatica a capire i motivi di queste lungaggini. Per lui, quando si dedicava a qualcosa, era normale che non esistesse né il giorno né la notte. E anche noi, più o meno, quando lui era presente ci adeguavamo a questi ritmi. Anche perché sapeva coinvolgerci; e poi era simpaticissimo. Avevamo un rapporto molto positivo, all'interno del quale abbiamo avuto anche i nostri scontri e i nostri accesi scambi di idee. Giuseppe Panini era un catalizzatore di energie, un fortissimo realizzatore, soprattutto quando le cose erano in fase di costruzione. Quando cominciavano a scivolare un po' nella routine, gli piacevano meno. Amava fare sempre qualcosa di nuovo. In un secondo momento, quindi, noi che lavoravamo all'interno del Museo siamo state lasciate più libere, perché lui interveniva meno. Però tutte le tappe di realizzazione del Museo, ma proprio tutte, lui le ha vissute in prima persona. Una volta andammo a presentare una mostra a Cattolica, sulla riviera adriatica. Era un'occasione piuttosto importante. C'era tanta gente, stava cominciando la stagione balneare. Noi facemmo il nostro allestimento. Quando lui arrivò, a circa dieci minuti dall'inaugurazione (c'erano già in circolazione assessori e personalità varie), ci disse subito che l'allestimento non gli piaceva. In effetti obbligava i visitatori a un giro della mostra non ottimale ma, per tutta una serie di motivi, avevamo deciso così. Lui però non si limitò a farcelo notare, magari perché in un'altra occasione fossimo più attenti; lui no, tutt'altro. "Precettò" la moglie, l'amico di famiglia che li aveva accompagnati, mio marito - che era lì per caso e che lui scambiò per un elettricista perché indossava una salopette -, l'assessore che non gli era ancora stato presentato e che quindi lui pensò che fosse un visitatore, due o tre visitatori autentici arrivati in anticipo, spiegò come dovevano fare a impugnare e a sollevare l'intera struttura espositiva e gliela fece girare completamente dall'altra parte. Era alta, pesante, composta da parecchi pannelli, con copertura in vetro, sarebbe potuta facilmente cadere, rompersi, danneggiare il risultato finale; niente, in quei dieci minuti prima dell'inaugurazione lui "girò" l'intera mostra, perché così era al diritto, come doveva essere". Enrica Manenti non lo dice, ma è evidente: Giuseppe Panini era "il" Museo della Figurina. Venuto a mancare lui, le figurine sono finite nello scatolone dei vecchi ricordi, metaforico o reale che sia. Ma, se potesse tornare anche per qualche ora soltanto, sono sicura che riaprirebbe lui stesso quelle scatole addormentate, "precettando" forse anche la sottoscritta. 22. La figurina, questa sconosciuta Una piccola, grande cosa che assomma tante importanti implicazioni: l'evoluzione delle tecniche di stampa e della grafica, i diversi aspetti della psicologia e della cultura popolare, la storia della pubblicità, le vicende di piccole e grandi imprese commerciali e industriali, anche senza inoltrarsi nel suo valore artistico, sicuramente rilevante in parecchi casi. Così lo stesso Giuseppe Panini, nell'introduzione a un volume specifico pubblicato dalle Edizioni Panini, descriveva la composita realtà della figurina che rientra, da un lato, nella sfera della stampa popolare di tradizione più antica - dove si affianca ai santini - e, dall'altro, in quella più moderna del fumetto, del graffito e del cartoon. Pur condividendo aspetti in comune con queste altre realtà, la figurina ha però sempre mantenuto una ben specifica individualità, rimasta immutata al di là delle mutazioni contingenti dovute al tempo, alle mode e alle tecnologie. Le sue valenze sono molteplici: è contemporaneamente strumento promozionale, mezzo pubblicitario, anticipo del gadget, veicolo di propaganda, gioco, oggetto da collezione, bene d'investimento, tramite di valori didattici, sociali, artistici, culturali, espressivi ed economici. Tutto questo in una figurina, in quel rettangolino di carta dal costo pressoché nullo. La figurina nasce come oggetto promozionale e di regalo, quasi come diretta conseguenza di una decorazione. Nasce comunque già associata al concetto di serie, senza il quale fa fatica ad esistere. Si lega ben presto a quel suffisso "- ina" in cui, più che le dimensioni (ne esistono anche di grandi come cartelli da esposizione), è possibile intravedere una considerazione riduttiva della sua importanza, forse perché destinata sostanzialmente a una produzione già implicitamente di massa, finalizzata al mondo dell'infanzia. E infatti la figurina si lega anche, e soprattutto, all'invenzione della cromolitografia che, grazie a una serie di perfezionamenti tecnici, permette la stampa di immagini a colori per grandi tirature e a basso costo. Alla base della cromolitografia ci fu l'invenzione della litografia (sperimentata per la prima volta nel 1793 dal tedesco Aloys Senefelder sfruttando il procedimento dell'acquaforte, già noto da secoli) nella quale, come suggerisce la parola, il bozzetto da riprodurre veniva disegnato con una matita grassa su una speciale pietra (pietra litografica), che poi veniva inumidita (mentre nell'acquaforte, al posto della pietra, si impiegava una lastra di rame). Sulla pietra (un tipo particolare, estratta nelle cave di Solenhofen in Germania) si passava un rullo inchiostrato, cosicché l'inchiostro aderiva alla parte disegnata, quella grassa, mentre era respinto dalla parte non disegnata, cioè quella inumidita. In seguito, approntate tante pietre quanti erano i colori che si volevano ottenere, si procedeva alla tiratura con il torchio, sovrapponendo un colore sull'altro. La resa artistica era notevole, soprattutto per i mezzi toni molto morbidi, per la possibilità di avere sia sfumature che colori brillanti, per la precisione quasi fotografica dei dettagli. Ma il vantaggio, la novità più importante fu data dalla possibilità di stampare molte immagini a colori in poco tempo e a basso costo. La scoperta di Senefelder si diffuse ovunque. Nel 1827 Engelmann introdusse la cromolitografia ottenendo, come ricorda la parola, colori più luminosi e brillanti. Successivamente ci si accorse che la pesante e costosa pietra litografica poteva essere sostituita da una lastra di zinco; nacque così dapprima la zincografia a mano, poi la fotozincografia, da cui avrà origine quel "cliché" a cui si affideranno generazioni di stampatori. Da quel momento basteranno poche matrici, fissate su una tavoletta di legno, e una piccola macchina a pedale per stampare con poca spesa e con poca fatica. Quando si parla delle prime figurine si preferisce parlare di cromolitografie, dato che nei primi tempi della loro esistenza le attribuzioni standard che in seguito esse verranno successivamente ad assumere sono ancora molto indefinite. In pratica, è difficile riconoscere in molte cromolitografie le antenate delle attuali figurine. Addirittura alcune incisioni del '600 e del '700, pur non potendo certo definirsi figurine, già ne possiedono taluni elementi caratteristici: il piccolo formato, la presenza di titoli e didascalie, la numerazione dei pezzi all'interno della serie, la scelta di determinati soggetti, quali le quattro stagioni, le età della vita, le caricature, gli elementi, il mondo alla rovescia. Ma quelle che per prime possiamo chiamare a tutti gli effetti figurine, sebbene abbiano ancora contorni distintivi molto sfumati, risalgono alla seconda metà dell'800. Sono cromolitografie stampate per lo più su cartoncino ma anche su carta, stoffa, cuoio, metallo, celluloide (esistono perfino figurine "da mangiare"; fatte originariamente di pasta, recano impressa un'immagine alla quale si attribuisce un particolare valore, specialmente taumaturgico, secondo una tradizione molto diffusa fin dall'antichità classica e oggi relegata alla zona austro-bavarese, dove agli ammalati vengono fatti ingerire pezzettini di carta stampata con figure di santi o della Madonna). Ben presto si passa anche a stampare le figurine in serie direttamente sulle confezioni. Sono anonime, prive di scritte, prodotte e utilizzate per decorare oggetti come mobili, bauli, scatole, ventagli, involucri oppure per giocare o per essere conservate in album e quaderni dove vengono incollate liberamente (tant'è vero che gli stessi venditori di stampe commercializzano fogli appositi da ritagliare con soggetti vari, spesso in serie). Recano delle scritte per indicare il prodotto contenuto all'interno dell'eventuale scatola in cui sono introdotte e il nome della ditta, ma queste scritte di solito compaiono non sulla figura bensì di lato. Poi si fa un altro passo in avanti: le immagini vengono stampate direttamente su cartoncini con scritte che pubblicizzano il prodotto da vendere e il nome del produttore, e questi cartoncini vengono inseriti all'interno delle confezioni o distribuiti direttamente alla clientela. È Parigi la culla di questa figurina che si presenta, a tutti gli effetti, come pubblicitaria. Il primo ad averne l'idea sembra sia stato Aristide Boucicaut, proprietario dei Grandi Magazzini "Au Bon Marché", che un giorno si mise a distribuire figurine ai bambini che accompagnavano le mamme a fare acquisti nel suo negozio, per invogliarle a tornare. Prova che l'immagine a colori, da tenere con sé e da portarsi via, da infilare in una tasca, da riguardare a proprio piacimento, in quegli anni doveva avere un valore quasi feticistico. E infatti, siamo appena alle origini della fotografia: catturare l'immagine, possederne una è ancora cosa per pochi. Logico che le figurine di "Au Bon Marché" piacciano, e piacciano in modo così dilagante che presto tanti altri negozi cercheranno di fare lo stesso. La prima serie conosciuta è quella emessa dalla Litografia Bognard di Parigi per "Au Bon Marché" nel 1867, che illustra i padiglioni dell'Esposizione Universale di quell'anno. Da elemento decorativo la figurina passa quindi adesso a elemento pubblicitario: una prova di questa nuova sua funzione è fornita anche dalle cosiddette figurine "delle sedie". Sono biglietti o buoni omaggio con la pubblicità di varie ditte, che danno diritto di affittare per un certo periodo di tempo una delle sedie o delle poltroncine di ferro collocate all'aperto in determinati luoghi pubblici di Parigi (in alcuni casi danno diritto anche all'ascolto della musica). A questi tipi di figurina francese ne segue a ruota un altro tipo, la cosiddetta "cigarette card", cioè una figurina derivata dal cartoncino di rinforzo del pacchetto di sigarette. La prima "card" sembra che sia l'americana "Marquis of Lorne" del 1879, inserita negli omonimi pacchetti. Nasce però con il piede sbagliato; pare infatti che il marchese ritratto su di essa non abbia gradito l'involontaria notorietà per cui, dietro suo ordine, i cartoncini vennero ritirati. Nel giro di pochi anni la figurina inizia a mettere in luce alcune delle sue molteplici valenze, anche se quella pubblicitaria continua ad essere preponderante da parte di ditte sempre più numerose che, dopo avervi fatto scrivere alcune frasi di propria iniziativa, le distribuiscono gratuitamente ai clienti. Per consentire questa utilizzazione le litografie stampano figurine con ampi spazi bianchi, spesso inseriti in cornici e cartelloni, all'interno dei quali ogni singola ditta può personalizzare il messaggio pubblicitario della propria attività o del proprio prodotto con semplici scritte sovrastampate sull'immagine e, spesso, anche sul retro. Si tratta quindi di figurine "neutre", senza attribuzioni commerciali specifiche, che possono essere utilizzate indifferentemente in contesti diversi, col solo espediente dell'inserimento della citazione della ditta o del prodotto, e che vengono vendute liberamente, mostrando al cliente il catalogo generale che le racchiude e dal quale egli sceglie quella per lui più interessante. Una forma successiva e più elaborata è costituita dalla figurina in cui viene appositamente lasciato uno spazio libero, che di solito è nella cornice della scenetta, dove il cliente può fare inserire non solo il proprio nome ma anche l'immagine del prodotto (per esempio, un vaso, una scatola, una bottiglia, secondo quelli che erano i prodotti commercializzati a quei tempi). Dalla figurina così personalizzata alla figurina creata apposta per il cliente il passo è breve; in quest'ultima, infatti, il prodotto è inserito all'interno del soggetto della figurina di cui diventa il protagonista, come succede spesso nelle Liebig e nelle Suchard. La figurina ebbe tanto successo che fu rapidamente copiata, tanto che negli anni successivi al 1867 ne venne stampata una notevole quantità, non solo di grandi ditte ma anche di piccoli negozi. È vero che spesso la stessa figurina serviva a pubblicizzare ditte, negozi e prodotti differenti, non di rado anche in concorrenza: ma ciò non toglie che il primo, indistruttibile legame tra figurina e pubblicità fosse stato gettato, con reciproca soddisfazione e implicite possibilità di sviluppo. La Francia, che può allora in un certo senso essere considerata la terra madre della figurina, continua a produrne con crescente successo fino all'inizio del '900, poi inizia il declino sia quantitativo che qualitativo. Le figurine francesi più famose, oltre a quelle dei Grandi Magazzini "Au Bon Marché", furono quelle delle ditte Lefèvre Utile (biscotti), Ricqlès (alcool di menta) e Guerin-Boutron (cioccolato), spesso create in esclusiva da artisti di notevole valore e fama. I soggetti sono i più disparati con un occhio già rivolto, com'è caratteristica della figurina, anche alla realtà contemporanea: in una bella serie di grande formato pubblicata dai Grandi Magazzini "Au Bon Marché" appare, per esempio, la Cometa di Halley, che in quel momento - maggio 1910 - era visibile in cielo (è raffigurata come una giovane donna in abito rosa trapunto di stelle), mentre un'altra serie francese ricorda l'episodio della presa di Bach Ninh in Indocina da parte dei soldati francesi nel 1884, dove i nemici sono presentati sotto veste di ... conigli. Ma gli esempi potrebbero continuare a lungo. Spesso la figurina viene ad assumere autentico valore d'arte, anche perché gli autori non di rado sono artisti molto validi e di fama, che però non si firmano dal momento che disegnare figurine viene considerata un'attività interessante da un punto di vista della retribuzione economica ma poco di prestigio per la carriera. Un po' alla volta, però, già a partire dai primi decenni del '900, la figurina rimane isolata rispetto alle coeve avanguardie quali il futurismo, il cubismo e il costruttivismo (con l'eccezione di alcune serie tedesche del cioccolato Stollwerck) e questo fatto, purtroppo, contribuirà non poco, con effetti anche a lungo termine, a svalutare e banalizzare il suo enorme potenziale come prodotto artistico. Si tratta comunque di un passaggio quasi obbligato, dato che uno dei primi doveri della figurina - in quei suoi primi, ancora incerti passi nel nascente mondo della comunicazione pubblicitaria - è quello di arrivare in maniera esplicita e immediata al grosso pubblico, anche con soluzioni grafico-espressive poco originali, inevitabilmente lontane dalle ricerche delle avanguardie del tempo. Negli Stati Uniti, intanto, e anche in Gran Bretagna continua a diffondersi e a svilupparsi il tipo delle figurine dette "cigarette cards". I formati sono due, corrispondenti al pacchetto piccolo e a quello grande. Lo stesso formato passò in seguito anche alle figurine pubblicitarie di prodotti diversi (alimentari, carburante, detersivi ecc.), che presero il nome di "trade cards" e che sono caratterizzate da didascalie ampie e dettagliate. Sono questi i due aspetti principali della figurina che si affermano e si sviluppano da allora fino ad oggi: la figurina all'europea, con il suo carico di significati impliciti, di commistioni artistiche, di valenze espressive, già fortemente connotata in una serializzazione persino più concettuale che pratica, e la figurina all'americana, la "card", altrettanto interessante ma più pragmatica, più fine a se stessa, altrettanto serializzata ma anche percepibile nella propria individualità di immagine a sé. Ed è interessante, a posteriori, notare come l'avventura imprenditoriale della figurina oscilli a livello di mercato e di immaginario collettivo fra queste due tipologie, quasi la figurina sia lo specchio di una concezione del mondo e dell'economia che stenta a trovare un punto di sintesi. Non è casuale, infine, che in questa diversa concezione della figurina trovi posto anche un "rampantismo" di utilizzo da parte di quelle americane che l'Europa sembra ignorare. Un esempio è quanto mai illuminante. È quello, famoso, della "guerra del tabacco". Successe negli ultimi anni dell'800 quando James Buchanan Duke, il "Re del tabacco" degli Stati Uniti, decise di tentare la conquista del mercato inglese; scelse, come mezzo di penetrazione, proprio le figurine, le "cigarette cards". Migliaia e migliaia di cartoncini che pubblicizzavano i prodotti dell'American Tobacco Company Ltd. invasero la Gran Bretagna; le compagnie inglesi risposero con un controinvio di altre migliaia e migliaia di cartoncini che pubblicizzavano la loro coalizione, avvenuta nel 1901, nell'Imperial Tobacco Company Ltd. Come sempre succede tra colossi capitalistici, vecchi e nuovi che siano, si trattò più che altro di una guerra di facciata. Dopo le ostilità a colpi di cartoncino le compagnie avversarie infatti si fusero in nome di un ideale superiore, fondando nel 1902 la British-American Tobacco Company. Ma la vicenda rimane emblematica di un uso "pubblicitario" delle "cards" quanto meno singolare. Altra vicenda altrettanto degna di nota, legata in questo caso a un conflitto purtroppo non solo commerciale, è quella risalente alla seconda guerra mondiale. Nel 1939 il Colonnello Bagnall, padre del collezionismo di figurine in Gran Bretagna, si accorse che su molti giornali inglesi apparivano annunci in cui la Ditta "The Collector" offriva denaro in cambio di copie dell'album di figurine della Ditta John Player intitolato "Modern Naval Craft". Bagnall avvisò Scotland Yard, che fece una serie di indagini ma poi archiviò il caso, non riscontrando nulla di sospetto. In realtà, scrivendo all'indirizzo segnalato si scopriva che "The Collector" offriva un sesto di sterlina per ogni album, fino a un massimo previsto di 1.920 sterline per mille album. Fu soltanto alcuni anni dopo, a seguito del ritrovamento su di un U-Boat tedesco di una raccolta di quelle figurine, che si congetturò fossero potute servire all'identificazione delle navi nemiche grazie alla fedeltà dei disegni e alla ricchezza delle didascalie. E chi avesse poi l'opportunità di vedere le figurine tedesche della gioventù hitleriana, capirebbe in un istante quanti significati possano celarsi dietro quell'apparentemente insignificante pezzetto di carta che noi siamo abituati a rapportare a un'infanzia spensierata. Negli anni '30 anche in Germania le figurine venivano regalate insieme con il pacchetto di sigarette. Potevano essere direttamente dentro il pacchetto oppure le si poteva ritirare successivamente, consegnando un "buono" che veniva distribuito nelle tabaccherie (infatti accanto alle tabaccherie sostavano spesso gruppi di ragazzini che chiedevano ai fumatori la figurina o il "buono"; era un'abitudine ben tollerata dal regime, tranne che durante le Olimpiadi di Berlino quando, con una precisa ordinanza municipale, si vietò a tutti i bambini della città di sostare vicino alle tabaccherie per timore che le loro richieste fossero scambiate dagli ospiti stranieri per una forma di accattonaggio). Questi ragazzini tedeschi sono anche i protagonisti di un album che crediamo non abbia eguali al mondo: "SS.SA Deutsche Uniformen", edito nel 1933 per la raccolta di 240 figurine offerte in regalo, attraverso i suoi prodotti, dalla Sturm-Zigarettenfabrik-Dresden. Come ben l'ha definito Antonio Faeti in un suo saggio, è "una sorta di puntiglioso, quasi allucinante e temibile atlante del regime, in cui le SS e le SA sono presenti con elmi, camicie, decorazioni, pugnali, bandiere, stivali, berretti", realizzato con impostazione grafica non molto dissimile da quella usata in tutto il resto del mondo per i fumetti e le illustrazioni dei libri per l'infanzia. Fu lo stesso Goebbels a nazionalizzare la più grande casa editrice di figurine per sigarette. Così, con la sigla Cigaretten-Bilderdienst, vennero distribuiti centinaia di milioni di "buoni" per il ritiro delle figurine, che non erano più inserite direttamente nei pacchetti. Fu un'operazione di propaganda di enorme vastità, di capillare penetrazione, frutto di una conoscenza già profonda del valore della figurina come medium di massa che - in una logica senza precedenti - ne anticipa gli sviluppi successivi. Oggetto mirato e generalizzato della propaganda è il Führer e il regime di cui è incarnazione. Gli album per raccogliere questo tipo di figurine possiedono una sicurezza rassicurante diversa da quella degli altri album per l'infanzia. A parte l'evidente sostrato della cultura tedesca in termini di solidità anche materialmente percepibile, quello che rassicura qua è lo stesso album: grosso, spesso, rilegato, ricoperto, con le borchie, le dorature, tutti i simboli esteriori di un'infanzia protetta dall'ala vigile di un padre-padrone. C'è anche la vita di Adolf Hitler, in figurine, con testi di Rudolf Hesse, di Goering, dello stesso Goebbels. I cinque acquerelli dipinti dal Führer pittore costituiscono altrettante figurine; allo stesso modo diventa figurina Hitler mentre passeggia, contempla cime forse ancora inviolate o naviga sul proprio elegante yacht: la vita dell'uomo-Hitler tutta in figurine-fotogrammi, rigorosamente in bianco e nero, spietatamente dettagliate, un film di cronaca vera. Sempre con le figurine, 270 per l'esattezza, si può raccontare ai bambini, ma anche agli adulti, la storia dell'esercito tedesco. O anche, con funzione propagandistica addirittura doppia, una "storia vera" dell'Inghilterra, ovvero l'idea dell'Inghilterra che il Reich vuole che i tedeschi abbiano; mentre si fuma, mentre si raccolgono figurine, mentre le si incolla con teutonica precisione in un ennesimo album che si potrebbe scambiare per un codice giuridico, ecco che i tasselli si ricompongono a delineare il ritratto di un paese rozzo, incivile, barbaro e disumano: un paese di cui sarà più che giustificato lo sterminio per mano della Germania. Le figurine vengono qui presentate con immagini che assurgono al rango di autentici documenti storici, cioè una serie interminabile di nefandezze: si vedono gli inglesi mentre, sorridendo di piacere, fanno combattere cani e galli oppure mentre frustano gli schiavi, con altrettanto piacere, prima di venderli o, anche, mentre vessano decine di popoli sottomessi. Come sottilmente commenta Antonio Faeti, "la forza pedagogica e la precisione didattica delle figurine del dottor Goebbels, a tanti anni di distanza dalla loro produzione e dalla loro immensa, totalizzante diffusione, impressionano ancora. Ci sono sempre nuovi motivi per smettere di fumare". Eppure la figurina è stata anche questo. La cara, piccola, innocente figurina è stata anche veicolo ideologico dai confini illimitati e potrebbe tornare ad esserlo, in qualunque momento. E se lo fosse già anche adesso, in qualche modo occulto che a noi per primi sfugge? Perché la figurina - oltre la capacità di persuasione, la sua apparente innocuità, la facilità di diffusione e captazione, il costo quasi inesistente, il mezzo espressivo universale - ha appunto due forze straordinarie che la sostengono come due stampelle e che, anche nei momenti di crisi, non l'hanno mai fatta cadere ma, anzi, l'hanno sempre condotta dove voleva arrivare: "la forza pedagogica e la precisione didattica" di cui parlava Faeti. Il caso più evidente è rappresentato dalle figurine della ditta Liebig, produttrice del famoso estratto di carne, edite in tutte le lingue europee tra il 1873 circa e il 1975 (solo in Italia, però, perché negli altri paesi le edizioni vennero sospese fin dal 1962). Anche la Liebig cominciò in Francia, diffondendo figurine già in circolazione adattate al proprio prodotto poi, visto il crescente successo, si diede a commissionare serie di figurine - tutte caratterizzate dall'immagine del vaso contenente l'estratto - alle litografie e anche ad artisti di una certa notorietà. Inizialmente erano distribuite gratuitamente dai negozianti, poi - a ridosso della prima guerra mondiale - si adottò il sistema di distribuire le serie in cambio di buoni. Successivamente, intorno agli anni '30, in Italia i clienti raccoglievano i buoni-punto che si trovavano nelle confezioni dei prodotti Liebig e li spedivano direttamente alla ditta per avere serie complete di figurine ed album ma anche manuali di cucina e altri premi, secondo i criteri della raccolta-punti. Le serie Liebig catalogate in tutto l'arco completo della loro esistenza sono 1871, corrispondenti a 7000 serie diverse (perché venivano pubblicate in più lingue e in edizioni nazionali). Per quanto riguarda la tiratura, si va dalle 80.000 serie degli anni di maggior successo (fine '800) per ciascuna delle lingue di maggior diffusione (tedesco e italiano) alle 40.000 serie degli ultimi tempi. Questi dati, da soli, possono già fornire un'idea dell'importanza e della diffusione delle figurine Liebig nel mondo. Ma è soprattutto dalla considerazione dei soggetti riprodotti che si ricava la consapevolezza che la figurina non è soltanto strumento pubblicitario ma anche, come qualcuno l'ha definita, "un'enciclopedia dei poveri". Dentro una figurina può finire tutto e di tutto: dagli usi e costumi dei popoli della terra a scenette di vita quotidiana, dalla botanica alla biografia di personaggi illustri, dalle opere letterarie e musicali alle scoperte della scienza e della tecnica, dalla cronaca contemporanea all'antichità più remota, e chi più ne ha più ne metta. Si coglie un aspetto, un istante, un frammento di un mosaico, per ricomporre il quale occorre appunto formare l'intera serie, ed ecco che - a bassissimo costo, senza barriere sociali né prerequisiti culturali - ci si può portare a casa, addirittura tenersi in mano un pezzetto di quella cultura, di quel mondo esterno che altrimenti rimarrebbe ignoto e irraggiungibile ai più e non soltanto a loro. Perché negli anni d'oro della figurina storica, cioè tra la fine dell'800 e l'inizio del '900, mondo e cultura sono comunque distanti per tutti, indifferentemente: e questo proprio perché manca ancora l'immagine a materializzare, esplicitare, divulgare qualsivoglia concetto, nozione ed esperienza che esuli dal vissuto quotidiano o dall'astrazione erudita. La figurina arriva là dove nessun altro è mai arrivato; e ci arriva così, semplicemente, attraverso un acquisto anche a poco prezzo, un pacchetto di sigarette, uno scambio tra amici, un regalino di una persona adulta, un gesto di gentilezza. Insieme con la figurina ci si può impossessare di un barlume di quell'estraneità che sul limitare del XX secolo si sente ormai insopportabile. Si può partecipare, si può essere, anche se pur soltanto in un breve istante riflesso. Ma quell'istante può durare nel tempo, può essere fermato; allora compare l'album, dove altri istanti possono essere colti, riordinati a creare un tempo più lungo di attimi parcellizzati che può avvicinarsi quasi a un tentativo di percezione realistica. Insomma, non c'è ancora il cinema, la televisione, l'immagine riprodotta nel suo sovrapporsi alla vita vissuta; ma già la figurina è qualche cosa di simile. Anche se di profondamente diverso, naturalmente; perché la figurina ferma, là dove i mass-media successivi lasceranno scivolare. La figurina richiede l'opera di un osservante, in seguito basterà lo sguardo di un osservatore. E quindi, forse nella figurina più che altrove, quell'attimo fuggente strappato al buio, all'ignoranza e all'ignoto può anche farsi strumento di straordinaria dignità didattica e pedagogica; si può imparare da una figurina quello che la scuola non è in grado ancora di insegnare, non solo per abissi di separazione sociale ma anche per la pura e semplice mancanza di strumenti educativi e didattici adeguati alle nuove esigenze e ai nuovi contenuti. Il libro del tempo è bianco e nero, senza immagini; ma il bambino vuole, ha bisogno anche di nutrirsi con la fantasia, per interiorizzare le conoscenze. I bambini di allora - come forse anche qualcuno d'oggi - ricordava il fascino di una sola immagine per tutta una vita, così come il ritratto - l'unico ritratto, neppure fedele, a volte - della donna o dell'uomo amati restava accanto al cuore per sempre, mirato e rimirato con ininterrotta trepida riscoperta. È un tempo antico, quello delle figurine; un tempo senza tempo. O, per meglio dire, regolato dal tempo del cuore, della fantasia, del sogno. Una realtà vera, vista con gli occhi del desiderio. E quante migliaia di bambini, e con loro di adulti, hanno infatti sognato dietro alle figurine, pur - con una sorta di reciproco pudore - cercando di convincersi a vicenda di essere più attratti dalla precisione fotografica di un particolare che non dall'impalpabile segreto delle loro emozioni? Le figurine Liebig, forse più di altre, hanno rappresentato tutto questo: quel vasetto piazzato lì in mezzo nei modi più impensati ha creato il filo conduttore, forse involontariamente ironico ma sempre arguto e sbarazzino, tra il mondo del reale, con le sue esigenze di mercato, di profitto, di pubblicità, e il mondo fanciullo, con le sue esigenze di sorrisi e anche di inserimento nell'universo adulto. Un barattolo di dado che è stato il filo conduttore, attraverso il secolo, di temi e avvenimenti che hann